Il sottosegretario alla Giustizia di nuovo nei guai

Esiste una forma particolare di ipocrisia politica che non si limita a mentire, ma lo fa rivendicando virtù. Non è la menzogna di chi sa di sbagliare e tace. È la menzogna di chi nega e al tempo stesso si autoproclama esempio. Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia della Repubblica italiana, ne ha offerto ieri un saggio quasi didattico: «Ho lasciato la società per il rigore etico e morale che mi contraddistingue».

Ricapitoliamo i fatti con la freddezza che meritano. Delmastro aveva una quota in una società chiamata “Le 5 Forchette Srl”, con sede operativa in via Tuscolana a Roma e un ristorante chiamato — con involontaria ironia — “Bisteccheria d’Italia”. Nella stessa compagine societaria figurava Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per associazione a delinquere di stampo camorristico nell’ambito del clan di Michele Senese, detto ‘O Pazzariello, che da anni esercita il suo controllo su ampie zone della capitale. La sentenza definitiva della Cassazione, con aggravante mafiosa, è del 19 febbraio. Delmastro lascia la società il 27 febbraio. Otto giorni dopo. Non un giorno prima.

Questo, secondo il sottosegretario, si chiama rigore etico.

La difesa è quella classica dell’ignaro illustre: lui non sapeva chi fosse la ragazza. «Si parla di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che si scopre essere “la figlia di”». Come se una diciottenne nominata amministratore unico con il 50 per cento delle quote di una società fosse un fenomeno imprenditoriale ordinario, e come se la vicenda giudiziaria della famiglia Caroccia — che andava avanti da anni, pubblica, documentata, agli atti della DDA di Roma — fosse un dettaglio sfuggito alla vigilanza di un uomo che siede al ministero della Giustizia. Un sottosegretario con scorta antimafia, tiene a precisare lui stesso, assegnatagli proprio «per la sua battaglia contro la mafia».

Giorgia Meloni, ci viene detto, è furiosa. Ma la sua furia ha una cronologia interessante: era stata avvisata oltre un mese fa dai vertici del partito. La notizia è esplosa adesso, a quattro giorni dal referendum, non perché qualcuno abbia deciso di fare chiarezza, ma perché qualcuno ha deciso di pubblicarla. Nel mezzo, silenzio. Calcolo. E la speranza — comprensibile, umana, politicamente ignobile — che la cosa non venisse fuori.

La risposta della maggioranza al caso è altrettanto istruttiva. Il capogruppo Bignami sposta il discorso su Trani. La collega Varchi parla di «polverone». Il sottosegretario Fazzolari suggerisce una «scia» di dichiarazioni diversive. Non una parola sulla sostanza. Non una ammissione. Non una scusa. Solo rumore, prodotto industrialmente per coprire il silenzio dove dovrebbero stare le risposte.

C’è qualcosa di emblematico nel fatto che tutto questo accada intorno a un ristorante chiamato Bisteccheria d’Italia, con sede in via Tuscolana, costituito davanti a un notaio di Biella. La geografia stessa della vicenda racconta qualcosa: il Nord che si allea con il Sud, la provincia che incontra la capitale, il politico che incontra l’imprenditrice diciottenne che incontra il padre in carcere a Viterbo. È l’Italia reale, quella che non finisce nei manifesti elettorali ma che li finanzia, che li abita, che li sopravvive.

Delmastro è già stato condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito. È sottosegretario alla Giustizia. Siede al tavolo dove si decidono le politiche antimafia di questo paese. E si autodefinisce un esempio di rigore morale.

La cosa più sconfortante non è che esista un Delmastro. La cosa più sconfortante è che sia in funzione.