Leone XIV al Regina Coeli si richiama all’identità e alla memoria incancellabile dei Redenti nel Risorto

Il mondo che conosciamo funziona così: i posti migliori sono riservati a pochi, l’accesso è privilegio, l’esclusività è valore. Si fa la fila per entrare dove gli altri non possono. Si paga per avere quello che gli altri non hanno. Si scala per occupare lo spazio che qualcun altro dovrà cedere.

È una logica antica, potente, difficile da smontare. Perfino dentro di noi, anche quando vorremmo essere migliori.

Leone XIV, affacciato su una piazza San Pietro inondata di sole di maggio, ha scelto per il suo Regina Caeli di quinta domenica di Pasqua di parlare proprio di questo. Di posti. Di case. Di quella promessa che Gesù fa ai suoi nell’Ultima Cena — «verrò di nuovo e vi prenderò con me» — e che suona strana alle orecchie di chi è abituato a fare i conti con la scarsità.

Nella casa del Padre, ha detto il Papa, c’è posto per tutti. Non per i meritevoli, non per i primi arrivati, non per chi ha il titolo giusto. Per tutti. E il Figlio è descritto come il servo che prepara le stanze, perché chiunque arrivi trovi la sua già pronta, e si senta «da sempre atteso e finalmente ritrovato».

Finalmente ritrovato. Due parole che basterebbero da sole a reggere un’intera omelia.

Perché è questo, in fondo, ciò che ciascuno cerca. Non il successo, non il potere, non nemmeno la felicità nel senso vago in cui la si insegue. Ma il riconoscimento. Essere visti per quello che si è, non per quello che si produce o si possiede. Esistere nell’occhio di qualcuno che non dimentica il tuo nome.

La morte, ha osservato il Papa con una franchezza che fa tremare, minaccia di cancellare il nome e la memoria. È la sua arma più sottile, più crudele: non solo togliere la vita, ma togliere la traccia. Rendere come se non fosse mai stato. In Dio, invece, ognuno è finalmente se stesso. Il che significa che la morte non ha l’ultima parola nemmeno sull’identità.

Questo è il cuore teologico del discorso. Ma c’è anche, appena sotto, una lettura del presente che sarebbe ingenuo ignorare. Viviamo tempi in cui l’esclusione è tornata a farsi ideologia, in cui si costruisce identità collettiva decidendo chi sta fuori. Il luogo esclusivo, l’esperienza alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro può: Leone XIV li cita come cifra del «mondo vecchio». Non condanna, descrive. Ma la descrizione è già, in sé, uno spostamento di prospettiva.

Nel mondo nuovo — quello in cui il Risorto ci porta — la gratitudine prende il posto della competizione. L’abbondanza non comporta disuguaglianza. La gioia non viene dall’avere ciò che agli altri manca, ma dall’essere insieme a chi è diverso da noi.

È il comandamento nuovo. Quello che la Chiesa ripete da duemila anni e che duemila anni di storia dimostrano essere il più difficile da vivere. Eppure è lì, ostinato e luminoso, al centro di ogni Pasqua: amatevi come io vi ho amato. Non come strategia di convivenza civile. Come anticipazione del cielo sulla terra.

Un posto per ciascuno. Non perché ce lo siamo guadagnato. Ma perché qualcuno lo ha preparato per noi.