Le milizie sciite in Irak, il martirio di Khamenei e la guerra che Washington non voleva combattere
Il 28 febbraio 2026: il giorno che ha cambiato tutto
C’è un prima e un dopo. Il prima è quella mattina di trattative a Ginevra in cui — come ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Araghchi — un accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Iran era a portata di mano. «Abbiamo lasciato Ginevra con la consapevolezza che avremmo concluso un accordo al nostro prossimo incontro. Chi voleva rovinare la diplomazia è riuscito nel suo intento».
Il dopo è il 28 febbraio 2026 — l’operazione Epic Fury, il ruolo del direttore della CIA John Ratcliffe, che ha intensificato le operazioni di intelligence negli ultimi mesi, forando il cerchio di sicurezza intorno a Khamenei, già indebolito dalla guerra dei 12 giorni del 2025, confermandone la presenza attraverso immagini satellitari analizzate in tempo reale. La morte dell’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran dal 1989.
Da quel momento, la carta geografica del Medio Oriente ha smesso di essere un’astrazione geopolitica e ha cominciato a bruciare sul serio. E nessun luogo brucia con la stessa intensità silenziosa — e la stessa trascurata pericolosità — dell’Iraq.
L’Iraq: l’unico paese colpito da entrambi i contendenti
L’Iraq rischia di trasformarsi in uno dei fronti più caldi della nuova guerra regionale. In passato è già stato il principale teatro dello scontro indiretto tra Washington e Teheran, e dal primo marzo detiene un primato inquietante: è l’unico paese della regione ad aver subito attacchi aerei da entrambi i contendenti.
Pensate alla geometria paradossale di questo dato. Da un lato le milizie sciite filo-iraniane che lanciano droni contro basi americane. Dall’altro gli Stati Uniti e Israele che bombardano le stesse milizie nel mezzo del territorio iracheno. In mezzo, un governo — quello del premier al-Sudani — che non controlla il proprio suolo, non può schierarsi apertamente con nessuno dei due belligeranti, e si ritrova a gestire una sovranità che esiste sulla carta e non nei fatti.
All’interno del conflitto regionale cominciato il 28 febbraio c’è un fronte ombra, quello iracheno, che fa meno notizia delle rappresaglie iraniane contro obiettivi negli Emirati Arabi o in Qatar e delle petroliere in fiamme nello Stretto di Hormuz. Ciò che succede in Iraq è da inquadrare in uno scontro non meno decisivo: quello tra la potenza sciita iraniana che, nonostante la decapitazione dei suoi vertici, come un’Idra sta dimostrando una resistenza superiore alle previsioni degli strateghi del Pentagono, e le forze Usa intenzionate a negare l’influenza della Repubblica Islamica su Baghdad e dintorni.
L’Idra: anatomia dell’Hashd al-Shaabi
Per capire ciò che sta accadendo in Iraq occorre capire cosa sono le Forze di Mobilitazione Popolare — l’Hashd al-Shaabi. Non è facile, perché sono la contraddizione istituzionale più clamorosa del Medio Oriente contemporaneo.
Le PMF sono una coalizione di circa 60-70 milizie, prevalentemente sciite, armate e finanziate dall’Iran e coordinate da consiglieri militari iraniani. Nacquero nel 2014 in risposta all’avanzata dell’ISIS, benedette dall’ayatollah Sistani — la massima autorità religiosa sciita irachena, tutt’altro che filo-iraniana — come strumento di difesa nazionale. Nel 2016 il Parlamento iracheno le ha formalmente integrate nell’apparato statale, riconoscendole come parte delle forze armate irachene, poste sotto l’autorità del comandante in capo, ossia il primo ministro. Da allora i combattenti ricevono stipendi pubblici.
È questa la trappola che al-Sudani non riesce a scappare: da un lato deve rassicurare Washington dimostrando di riuscire a tenere a bada le milizie, pur dipendendo dal sostegno degli stessi movimenti armati, e in contemporanea deve denunciare le forze straniere che operano in Iraq. Il premier al-Sudani ha formalmente respinto gli attacchi contro le strutture dell’Hashd al-Shaabi, definendoli una violazione della sovranità nazionale irachena. Difende così, con la stessa bocca, sia lo Stato che lo mina e sia la sovranità che le sue stesse forze armate “integrate” stanno violando con ogni drone lanciato.
Il cambio di paradigma: la morte di Khamenei come spartiacque
C’è un elemento che distingue il comportamento attuale delle milizie sciite da tutto quello che avevamo visto in precedenza. In generale, le organizzazioni sciite si sono comportate negli scorsi anni in maniera pragmatica, dando priorità alla propria sopravvivenza e agli interessi finanziari senza seguire l’esempio in Libano di Hezbollah. Le milizie non erano intervenute in occasione della guerra dei 12 giorni — il regime iraniano aveva intimato ai gruppi di rimanere in disparte. Ma questa volta, dopo l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, sono scese in campo contro americani e israeliani.
Perché questo cambiamento? La risposta è teologica prima che strategica. Il presidente iraniano Pezeshkian ha dichiarato che l’assassinio di Khamenei equivale a «un’aperta dichiarazione di guerra contro i musulmani e contro gli sciiti in tutto il mondo» — e quella frase ha funzionato come un detonatore identitario trasversale ai confini nazionali. Un capo militare può essere eliminato senza che le sue truppe si sentano chiamate alla vendetta personale. Ma il martirio della Guida Suprema dello sciismo mondiale è una ferita diversa: è una ferita alla comunità dei credenti, un’offesa che la logica del wilayat al-faqih — il governo del giurista islamico — trasforma automaticamente in obbligo religioso di risposta.
Dall’inizio della guerra, sabato 28 febbraio, ci sono stati 196 attacchi con droni e missili contro il Kurdistan iracheno, in parte arrivati dalle milizie sciite e in parte direttamente dall’Iran. I numeri raccontano una storia di intensità industriale, non di scaramucce spontanee.
La doppia vita dei miliziani: soldati di giorno, lanciatori di droni di notte
Dal punto di vista formale le milizie sono state assorbite dall’esercito iracheno e i loro uomini prendono soldi pubblici perché sono inquadrati come soldati. Harakat Hezbollah al Nujaba figura come la dodicesima brigata dell’esercito iracheno, per esempio. In questi giorni i miliziani stanno conducendo una doppia vita: quando sono in servizio appartengono all’esercito iracheno, quando sono fuori servizio lanciano droni, anche in territorio iracheno.
Questa è la vera anomalia giuridica e militare del fronte iracheno. Non si tratta di un’insurrezione contro lo Stato: si tratta di componenti dello Stato che combattono contro gli alleati dello stesso Stato che li paga. Secondo l’analista politico iracheno Zaid al Jashami, l’obiettivo delle milizie è «rendere sempre più costosa e difficile la presenza militare degli Stati Uniti in Iraq», spingendo Washington verso un ritiro definitivo e rafforzando al contempo il ruolo della «resistenza islamica» sostenuta dall’Iran nella regione.
Gli obiettivi colpiti sono precisi e diversificati. I proxy di Teheran in Iraq hanno già rivendicato il lancio di oltre una decina di attacchi con razzi e droni contro strutture militari e diplomatiche degli Stati Uniti. Tra questi, installazioni petrolifere, l’ambasciata americana a Baghdad, una base aerea statunitense e diversi hotel a Erbil. L’ambasciata USA ha emesso un allerta di sicurezza dichiarando che «milizie terroristiche sostenute dall’Iran hanno ripetutamente attaccato la Zona Internazionale nel centro di Baghdad», e che la zona rimane chiusa salvo rare eccezioni.
Erbil, Singara e gli italiani nel mirino
Un missile ha colpito la base italiana a Erbil, in Iraq. A confermarlo è il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha sentito personalmente il comandante della base. Non ci sono feriti tra i militari italiani.
La notizia — rimasta in secondo piano nel frastuono mediatico della guerra principale — merita tutta l’attenzione che non ha ricevuto. Il campo militare italiano «Singara» è parte della missione internazionale di addestramento delle forze curde e irachene, situato a ridosso delle installazioni utilizzate dalle forze Usa. La prossimità fisica è la vulnerabilità strategica: difficile stabilire se l’obiettivo del raid fossero i nostri militari o quelli statunitensi.
Almeno sei soldati francesi sono rimasti feriti in un attacco con drone contro una base congiunta Peshmerga-Francia nella zona di Makhmour, in Iraq. Italiani e francesi — due paesi che non hanno partecipato all’operazione Epic Fury, che non hanno dichiarato guerra all’Iran, che sono presenti in Iraq nell’ambito di missioni di stabilizzazione e addestramento — si trovano oggi sotto fuoco di ritorsione per decisioni prese a Washington e Tel Aviv. La guerra si porta dietro i suoi debiti senza consultare i creditori.
La risposta americana: repressione silenziosa
Washington non è rimasta passiva. Le milizie ritenute responsabili di centinaia di attacchi per conto dell’Iran da quando è iniziato il conflitto hanno subito gravi perdite. Una ventina di membri delle Forze di mobilitazione popolare sono stati uccisi in due attacchi separati che hanno preso di mira le basi del gruppo nelle province di Kirkuk e Anbar.
Nel deserto meridionale iracheno al confine con l’Arabia Saudita, pastori locali hanno avvistato veicoli militari «anonimi» ed elicotteri dai quali si sono calati soldati appartenenti a «forze straniere». Fonti del Financial Times sostengono che l’Arabia Saudita avrebbe subito attacchi dall’interno dell’Iraq e «elementi stranieri» sarebbero entrati nel Paese per neutralizzare la minaccia. Un funzionario della difesa Usa ha fatto sapere che Washington ha condotto operazioni in Iraq nell’ambito della sua campagna contro l’Iran al solo fine di «difendere le truppe statunitensi».
Il silenzio iracheno su queste operazioni — il governo di Baghdad che non può confermare né smentire la presenza di forze speciali americane sul proprio territorio — è il simbolo più eloquente della condizione di un paese la cui sovranità è diventata una finzione funzionale a tutti tranne che agli iracheni.
La rete regionale: Houthi, milizie irachene e l’asse della resistenza decapitato
La sconfitta strategica subita con la caduta del regime di Assad in Siria e l’indebolimento di Hezbollah e Hamas hanno indotto l’Iran a perseguire un riposizionamento a livello regionale attraverso l’impiego dei suoi proxy meno colpiti da Israele, ossia le milizie sciite in Iraq e gli Houthi yemeniti, che negli ultimi mesi hanno espanso il loro coordinamento e la collaborazione su più fronti, tra cui la cooperazione militare, il trasferimento di armi e l’allineamento politico.
Il punto è cruciale e poco compreso nei dibattiti occidentali: gli obiettivi dell’operazione Epic Fury comprendevano — tra gli altri — indebolire l’asse russo-cinese. La Russia, infatti, utilizza droni iraniani in Ucraina, mentre la Cina dipende dal petrolio iraniano. Colpire l’Iran significa quindi colpire entrambi, indirettamente. Le milizie irachene, in questa architettura, sono molto più di proxy regionali: sono nodi di un sistema di guerra diffusa che connette Teheran, Mosca, Pechino e lo Stretto di Hormuz in un’unica catena logistica di resistenza.
Dopo l’uccisione di Khamenei, l’Iran ha avviato una transizione politica complessa e instabile, con un triumvirato provvisorio. Il comitato ha ordinato la prosecuzione delle rappresaglie contro Arabia Saudita e basi Usa, evitando un vuoto di potere totale. La Repubblica Islamica è decapitata ma non è morta. E le sue milizie in Iraq sono la prova vivente che i sistemi di potere sopravvivono ai loro leader quando hanno avuto trent’anni per radicarsi nei tessuti istituzionali, economici e identitari di un altro Stato.
Il dilemma iracheno: tre scenari
Di fronte a questa situazione, l’Iraq si trova di fronte a tre scenari, nessuno dei quali è privo di costi catastrofici.
Il primo è quello della deriva siriana: l’Iraq diventa un campo di battaglia per procura permanente, con le milizie sciite che combattono per conto dell’Iran, le forze speciali americane che operano senza mandato formale, e il governo di Baghdad ridotto a commentatore impotente di una guerra combattuta sul suo territorio. La conseguenza sarebbe la frantumazione dello Stato iracheno lungo linee settarie e la creazione di un vuoto che, come insegna la storia, viene riempito sempre dagli attori più violenti.
Il secondo è quello della mediazione forzata: al-Sudani — che già ha offerto la mediazione irachena per allentare la crisi in una telefonata con il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth — riesce a costruire un canale di de-escalation tra Washington e il triumvirato di Teheran, ottenendo in cambio un riconoscimento formale della sovranità irachena sulle milizie integrate. È lo scenario preferito da Baghdad ma richiede concessioni che né Washington né le milizie sembrano disposte a fare.
Il terzo è quello della militarizzazione permanente a bassa intensità: le milizie continuano a operare nell’ambiguità — soldati di giorno, combattenti di notte — Washington continua le sue rappresaglie selettive senza mai formalizzare l’intervento, e l’Iraq si stabilizza attorno a una violenza endemica che non esplode in guerra aperta ma non si spegne mai del tutto. È lo scenario più probabile. Ed è il più devastante per un paese che aveva cominciato, faticosamente, a costruire qualcosa che somigliasse a una normalità.
Cosa significa tutto questo per noi
L’Italia ha circa 400 soldati in Kurdistan. Ha interessi economici in Iraq — dall’ENI alle costruzioni — per miliardi di euro. Ha una posizione mediterranea che la rende naturale punto di transito per le rotte energetiche alternative a Hormuz. E ha un governo che ha scelto la vicinanza con Trump proprio nel momento in cui Trump ha scatenato una guerra che nessuno degli alleati europei aveva autorizzato, approvato o anche solo preventivamente consultato.
«Non sappiamo se l’attacco era diretto contro gli italiani, ma la situazione è pericolosa», ha detto il ministro Tajani dopo il missile su Singara. È la confessione più onesta che Roma abbia prodotto in questa crisi: non sappiamo. Non sappiamo se siamo bersagli, non sappiamo se siamo collaterali, non sappiamo se la nostra presenza in Iraq ci espone a rischi che non abbiamo scelto consapevolmente di correre.
La guerra non ti chiede se sei d’accordo prima di presentarsi alla porta. E il fronte ombra dell’Iraq — silenzioso, capillare, teologicamente motivato e istituzionalmente mimetizzato — è già alla porta da settimane. Il problema è che nessuno, a Roma, sembra avere ancora deciso cosa rispondere.
