Benanti, Avvenire e il problema di Peter Thiel: un’eresia da confutare, non da condannare

Il titolo che brucia

C’è un titolo che — con sapiente provocazione — apre il saggio di padre Paolo Benanti su Le Grand Continent e rischia di consumare tutto il discorso prima ancora che inizi: “L’eresia americana: bisogna bruciare Peter Thiel?” Il punto interrogativo è importante. È lì che risiede tutta la civiltà del ragionamento. Non una sentenza, ma una domanda. Non un rogo, ma un processo — intellettuale, teologico, politico — che vale la pena condurre con la stessa serietà e la stessa precisione con cui Benanti, francescano terziario, consigliere del Papa per l’intelligenza artificiale e unico italiano nel comitato ONU sull’IA, ha impugnato la penna.

Il saggio di Benanti e l’articolo di Francesco Cicione su Avvenire — firmato sotto lo pseudonimo de L’Armonauta — sono usciti a pochi giorni di distanza, mentre dal 15 al 18 marzo Peter Thiel parla nella capitale italiana, tre ore al giorno, per quattro giorni, a platea selezionata, con cellulari banditi, su un argomento che è l’Anticristo, in un luogo segreto. Non è una coincidenza. È un dibattito. E un dibattito, a differenza di un rogo, può produrre luce.

Due diagnosi, una sola malattia

I due testi partono da angolazioni diverse ma convergono su un punto: Thiel non è un miliardario con hobby apocalittici. È qualcosa di più serio e, per questo, di più inquietante.

Per comprenderlo, scrive Benanti, non basta osservarlo attraverso il prisma convenzionale del capitale di rischio o dell’innovazione tecnologica. Thiel è soprattutto un teologo politico che agisce al cuore stesso dell’ecosistema della Silicon Valley. La sua creatura più famosa, Palantir, incarna nel nome questa ambivalenza: per molti rappresenta uno Stato nello Stato incaricato di sorvegliare le masse, per altri lo scudo dell’ordine occidentale. Per Thiel, rappresenta la manifestazione concreta di una visione del mondo che rimette radicalmente in causa i dogmi della modernità democratica.

Cicione su Avvenire va ancora più a fondo nell’anatomia psicologica: Thiel è portatore di una visione di futuro disperata e disperante, fondata su un’analisi rigorosa della profonda eterogenesi che dall’Era dei Lumi ha condotto all’Era dell’Illuminismo Oscuro. Fiero e convinto oppositore dell’ideologia woke, Peter Thiel non crede che l’Umanità possa essere redenta né sul piano spirituale né su quello civile. Una diagnosi che Cicione non pronuncia come condanna, ma come descrizione — quasi clinica — di una condizione spirituale, prima ancora che politica.

I due testi si incontrano nell’identificare la radice del problema: Girard.

Girard rubato: l’erede infedele

René Girard è il maestro di cui entrambi gli autori rivendicano la corretta interpretazione contro la lettura distorta di Thiel. Il triangolo intellettuale è il cuore del problema.

La storia comincia negli anni Ottanta, a Stanford: il giovane Thiel studia filosofia e scopre la teoria girardiana del desiderio mimetico. L’antropologo francese gli offre una griglia di lettura del reale insieme destabilizzante e decisiva. Al cuore della teoria girardiana l’idea che il desiderio umano non sia né autonomo né spontaneo, ma fondamentalmente mimetico: desideriamo ciò che gli altri desiderano, non per il valore intrinseco dell’oggetto, ma perché il desiderio altrui lo designa come desiderabile.

Thiel, spiega Benanti, non si limita a studiare questa teoria. La trasforma in dottrina operazionale. Per il giovane Thiel influenzato da Girard, il monopolio diventa l’unica via di fuga dalla violenza mimetica del mercato. E questo schema si estende dalla strategia d’impresa alla cosmologia: la teoria del desiderio mimetico rivela la sua vera dimensione politica — se gli esseri umani sono macchine per imitare, allora chi controlla gli algoritmi che suggeriscono chi o cosa imitare, controlla la società.

Ma qui il tradimento diventa evidente. Thiel eredita la diagnosi di Girard — il desiderio mimetico, la spirale di violenza, l’Umanità esposta al rischio di diventare vittima delle distorsioni del progresso — ma ne rigetta la cura. Dove Girard vede nella Croce la via della riconciliazione, Thiel vede solo la necessità di accumulare potenza sufficiente a impedire che l’Anticristo scarichi sull’Umanità la violenza di tutti.

Cicione formula questa differenza in modo folgorante: Thiel capovolge Girard privandolo della Croce e della Resurrezione. Restano solo due possibilità: o si guida l’accelerazione verso il baratro, o vi si precipita dentro. È l’escatologia senza redenzione. L’Apocalisse senza Pasqua. Una teologia con gli occhi chiusi sulla domenica mattina.

Il nome dell’eresia

Benanti ha il merito di restituire al termine eresia la sua dignità filosofica prima di applicarla. Hairesis designa originalmente una «scelta», un’opzione — l’atto di afferrare una parte distinguendola dal resto. L’eresia non è la negazione della verità, ma l’isolamento di una verità parziale, staccata dal tessuto relazionale dell’insieme ed elevata al rango di principio assoluto. È l’assolutizzazione di un frammento separato dall’armonia del tutto: un’intuizione particolare sulla natura umana che, privata dei contrappesi necessari imposti dalla complessità del reale, diventa totalizzante — e, alla lunga, tirannica.

L’intera azione di Thiel può dunque essere letta come un prolungato atto di eresia contro il consenso liberale: una sfida ai fondamenti stessi della convivenza civile, che egli considera ormai superati. Non si tratta di un semplice rifiuto dei valori occidentali, ma della radicalizzazione patologica di alcune loro componenti — la competizione, la tecnologia, l’individuo — che, erette a unica bussola, conducono a risultati radicalmente divergenti dal progetto democratico comune.

Avvenire va oltre e individua la deformazione ontologica: la deriva neo-gnostica dell’ottimismo tecnologico e dell’ideologia Tescreal pretende di «liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale», come se il limite e l’imperfezione fossero un difetto da annullare e non da guarire, oltre che la condizione stessa in cui il dono si riceve e si custodisce.

La PayPal Mafia come struttura di potere

Benanti dedica una sezione cruciale del suo saggio alla dimensione strutturale del progetto thieliano: non un filosofo solitario, ma il centro di una rete. La «PayPal Mafia» — quel gruppo di ex dipendenti e co-fondatori di PayPal che rappresenta forse la più alta concentrazione di talento imprenditoriale e potenza economica della nostra epoca — non è stata forgiata in un seminario universitario ma nell’intensità di un ambiente estremamente competitivo e nella lotta comune per la sopravvivenza di PayPal agli inizi.

Le aziende fondate o finanziate da questa rete non si sono limitate a vendere prodotti: hanno ridefinito le infrastrutture stesse della socialità, del lavoro, dell’informazione e della sicurezza. Facebook ha colonizzato le relazioni umane. LinkedIn ha cartografato e strutturato il mondo professionale. YouTube ha democratizzato — frantumandola all’estremo — la produzione video.

E poi il salto politico, descritto da Benanti con la precisione di un chirurgo: quando il potere computazionale è diventato potere politico, la Generazione X, da dimenticata, è diventata demiurgo di un nuovo ordine. Ma per Thiel e i suoi simili, questa conquista non era ancora un approdo pacificato. Costituiva lo strumento di una governance tecnocratica destinata a superare definitivamente le lentezze della democrazia parlamentare.

La domanda che Benanti lascia aperta — e che l’articolo di Avvenire non elude — è la più pressante di tutte: come può questo potere alternativo e dirompente essere ancora integrato — ammesso che sia ancora possibile — in strutture democratiche rischiando ormai di essere liquidate come sopravvivenze obsolete piuttosto che difese come conquiste di civiltà?

La risposta della CTI e il documento ignorato

Il contributo specifico di Cicione su Avvenire sta nell’aver inserito il caso Thiel all’interno di un confronto dottrinale che nessun altro commentatore aveva operato con questa chiarezza. Undici giorni prima dell’arrivo di Thiel a Roma, il 4 marzo, la Santa Sede pubblicava «Quo vadis, humanitas?», il documento della Commissione Teologica Internazionale, che si incarica di leggere e orientare le grandi sfide di transizione dei nostri tempi. Roma, marzo 2026: due visioni del destino dell’Umanità. Una viene dalla Santa Sede, l’altra da San Francisco.

La chiave ermeneutica del documento CTI, spiega Cicione, è l’inno cristologico della Lettera agli Efesini: il verbo anakephalaiōsasthai — ricapitolare, ricondurre all’unico Capo. Non si tratta di una dissoluzione delle differenze o di una sintesi di potere imposta dall’alto, ma della restituzione delle differenze alla loro unità originaria in Cristo. Ogni frammento torna alla propria radice. Ogni tensione trova il punto in cui convergere senza annullarsi, anzi compiendosi definitivamente.

È il contrario esatto del sistema thieliano. La CTI descrive quattro risposte possibili alla finitezza umana: assolutizzarla, fuggire in un infinito fittizio, venirci a patti, oppure abitarla «nella speranza di un compimento ricevuto in dono». Le tesi di Thiel si riconoscono nella prima e nella seconda opzione: il tormento di potenza e il ripiegamento verso un’immortalità immanente che il documento chiama «espressione esistenziale di una presunzione al tempo stesso ingenua e supponente». Non una liberazione. Bensì una fuga travestita da ascesa.

La tenerezza come categoria teologica

Il passaggio più sorprendente — e, paradossalmente, il più coraggioso — dell’articolo di Avvenire non è la critica, ma la compassione. Cicione scrive che il pensiero di Thiel suscita perfino una certa tenerezza. E spiega: egli ha rinunciato alla possibilità che la Storia sia Redenta e ricapitolata dalla e nella sua Armonia originaria. Guarda il mondo dall’ombra oscura del «Golgota senza Risurrezione». Vede mimetismo, violenza, cedimento. Non vede sacrificio, dono, riconciliazione. Vede il tramonto inevitabile e definitivo. Non vede l’aurora.

Questa è teologia cattolica nella sua forma più matura: non condannare il peccatore, ma diagnosticare con precisione la ferita che lo rende pericoloso. Thiel non innova perché è cinico. Ma perché ha perduto ogni fiducia nell’Umanità e teme le conseguenze che possono derivare da questa condizione. La sua risposta è distruttiva non perché egli sia malvagio. Ma perché ha smarrito la speranza.

Benanti, dal canto suo, non arriva a questo punto con la stessa esplicitezza, ma la logica del suo saggio converge nella stessa direzione: l’eretico non va bruciato, ma confutato. L’hairesis va restituita all’armonia del tutto da cui si è staccata.

La questione che resta aperta

Entrambi i testi, tuttavia, lasciano in sospeso una domanda che nessuna compassione risolve: cosa si fa quando l’eretico controlla le infrastrutture cognitive della democrazia? Quando il teologo politico è anche il proprietario della macchina di sorveglianza dello Stato? Il valore delle azioni di Palantir è più che raddoppiato dopo l’elezione di Trump, passando da 60 a 130 dollari — e Peter Thiel ne detiene circa 100 milioni. L’azienda ha riempito il vuoto lasciato dai drastici tagli di bilancio dei primi sei mesi di presidenza.

La tenerezza è necessaria. La confutazione è doverosa. Ma né l’una né l’altra sostituisce la regolamentazione, la vigilanza parlamentare, la costruzione di alternative istituzionali. Avvenire lo intuisce quando parla di una “terza via” tra la tecno-destra capitalista americana e la tecno-sinistra statalista cinese, una via che affonda le radici nell’umanesimo positivo classico mediterraneo, ellenico, magnogreco, rinascimentale; nella cultura liberaldemocratica non dogmatica sorta e cresciuta nel vecchio continente; e nei valori e nella tradizione del Magistero Sociale della Chiesa.

Benanti, dal suo osservatorio che unisce la cattedra della LUISS al Palazzo Apostolico, aggiunge la dimensione strutturale: le democrazie non possono delegare la propria autocomprensione ai teorici del loro superamento.

Epilogo: battezzare, non bruciare

Il punto interrogativo nel titolo di Benanti era una scelta retorica, ma anche una scelta teologica. La tradizione cattolica non brucia ciò che non comprende. Lo battezza, quando può — o lo confuta, quando non si lascia battezzare. Ciò che non può fare è ignorarlo.

Il cuore della risposta che la CTI fornisce a questa dolorosa inquietudine è una frase semplice e radicale: «Essere una persona umana, con una dignità infinita, non è qualcosa che noi abbiamo costruito o acquistato, ma è frutto di un regalo gratuito che ci precede».

Thiel non conosce questo regalo. Lo cerca — disperatamente, con miliardi di dollari, con conferenze segrete, con algoritmi di sorveglianza — ma lo cerca nel posto sbagliato. Sarebbe bello che Thiel trovasse la forza e il coraggio di andare oltre la prigione della propria sofferente e drammatica disperazione, che gli impedisce uno sguardo luminoso e aperto alla speranza sul futuro e sulla vita.

Benanti e Cicione, con strumenti diversi e su palcoscenici diversi, hanno scritto la stessa cosa: di fronte a questa eresia raffinata e pericolosa, la risposta della Chiesa non è il rogo. È la Via di Damasco. L’augurio che anche Thiel, come Paolo di Tarso, venga un giorno conquistato dall’Amore — non dopo aver costruito il katechon tecnologico, ma prima. Molto prima.


Fonti principali: Francesco Cicione, «Thiel, la paura dell’Anticristo e la risposta della Chiesa», Avvenire, 10 marzo 2026; Paolo Benanti, «L’eresia americana: bisogna bruciare Peter Thiel?», Le Grand Continent, 14 marzo 2026; Commissione Teologica Internazionale, «Quo vadis, humanitas?», Santa Sede, 4 marzo 2026.