C’è un copione che il mondo conosce a memoria, eppure continua a subire come se fosse la prima volta. Si annuncia un’operazione militare già decisa, si agita lo spettro del negoziato come si agita un fazzoletto davanti a un toro, si moltiplicano le fonti anonime e le dichiarazioni isteriche. E poi arrivano i carri armati. I Merkava 5, ultima generazione, dotati di intelligenza artificiale — quasi che la tecnologia del futuro servisse a rendere più efficiente la distruzione del presente.

Il Libano aspetta. Di nuovo. Come sempre.

È un Paese che ha già conosciuto questa storia nel 2006, che porta ancora i segni di invasioni, guerre per procura, bombardamenti decisi altrove e subiti qui. Un Paese che ha la sventura di esistere accanto a un vicino che non riconosce confini morali se non quelli che si è disegnato da solo. Ora l’obiettivo dichiarato è spingersi fino al fiume Litani, creare zone cuscinetto, distruggere edifici e depositi con lo stesso metodo già visto a Gaza — la distruzione totale, senza eufemismi, senza pudore.

“Faremo quello che abbiamo fatto a Gaza.” Una frase che dovrebbe far rabbrividire il mondo intero. Invece viene riportata, catalogata, archiviata tra le notizie del giorno.

In dodici tra medici, paramedici e infermieri sono stati uccisi in un attacco notturno. Dodici persone che curavano i feriti. La risposta israeliana è stata pronta e collaudata: Hezbollah usa le ambulanze a scopo militare. È una giustificazione talmente logora da non reggere più nemmeno il peso della propria formulazione. Ma tant’è: nell’epoca della politica predatoria — per usare le parole di Slavoj Žižek — non servono giustificazioni credibili, bastano quelle sufficienti a tappare la bocca a chi già non vuole sentire.

Il presidente libanese Joseph Aoun aveva avanzato una proposta dignitosa e ragionevole: riconoscimento di Israele, disarmo di Hezbollah, dispiegamento dell’esercito regolare libanese a sud del Litani, in cambio del ritiro israeliano entro un mese. Una proposta che conteneva persino concessioni storicamente impensabili per Beirut. La risposta? Un rifiuto. Poi il silenzio. Poi i tank.

Perché trattare, quando si può invadere? Perché sedersi a Cipro o a Parigi, quando Washington ha già dato la sua benedizione all’opzione militare? Pete Hegseth, ministro della Difesa americano, ha annunciato che l’Iran è “andato al tappeto sanguinante” ma che gli Stati Uniti continueranno a colpire. È la voce di un mondo che ha smesso di fingere di credere nel diritto internazionale e ha scelto la brutalità come lingua franca.

Il Libano non è Hamas. Non è l’Iran. È un Paese plurale, fragile, attraversato da contraddizioni profonde, certo — ma un Paese che esiste, che ha una storia, una cultura, una popolazione civile che non ha scelto Hezbollah come destino ma lo subisce come condizione geografica. Colpire i ponti per tagliare i rifornimenti significa isolare interi villaggi. Significa che domani chi ha bisogno di medicine non le avrà. Significa che il grano non arriverà. Che gli anziani resteranno soli. Che i bambini avranno fame in un paese che già non riesce a nutrirli.

Ma tutto questo, evidentemente, rientra nei calcoli accettabili.

Žižek ci ricorda che l’Europa ha ancora il compito — forse l’ultimo — di parlare il linguaggio della ragione in un mondo che lo ha abbandonato. La Francia sostiene la proposta Aoun. Qualche voce si alza. Ma le voci si disperdono nel rumore dei Merkava che avanzano, nel rombo dei jet che bombardano, nel silenzio assordante di chi potrebbe fermare tutto questo e sceglie di non farlo.

Il Libano resiste. Come ha sempre fatto. Con la stanchezza di chi sa che il mondo lo guarda senza vederlo davvero, con la dignità di chi non ha altra scelta che restare in piedi tra le macerie. I cedri del Libano sono sopravvissuti a millenni di conquiste. Sopravviveranno anche a questa.

Ma sarebbe bello, per una volta, che non dovessero farlo da soli.