8 marzo. Salviamo le pie donne del piano della Croce
Nell’otto marzo non vogliamo tacere una piaga che affligge la Chiesa nella sua parte più silenziosa e più vulnerabile: quella delle donne consacrate intrappolate in comunità religiose che non sono case di Dio, ma corti di un guru. Lo diciamo per rispetto verso queste donne, molte delle quali conosciamo personalmente. Lo diciamo per amore alla Chiesa. E lo diciamo perché il silenzio, in questi casi, non è discrezione: è complicità.
Questo, naturalmente, non riguarda tutte le comunità e tutti gli Istituti religiosi, ma alcune esperienze di recente fondazione. Cominciamo infatti da un dato che non dovrebbe stupire ma che ancora sorprende molti: il sessanta per cento delle donne che entrano in vita consacrata possiede già una laurea. Dati raccolti negli Stati Uniti dal Center for Applied Research in the Apostolate dell’Università di Georgetown mostrano che le religiose hanno un titolo di studio quasi doppio rispetto alla media femminile generale. Non stiamo parlando di donne che non hanno trovato posto nel mondo, di figure fragili in cerca di protezione o di ripiego. Stiamo parlando di donne formate, libere, consapevoli, che scelgono la consacrazione come atto di piena maturità spirituale e intellettuale. Tenerlo a mente è importante per capire la gravità di ciò che accade quando, in alcune comunità. quella libertà viene, al contrario, sistematicamente aggredita dall’interno. In alcuni luoghi è purtroppo così.
Esiste, ai margini della vita consacrata, un fenomeno che si conosce, si sussurra, si segnala alla Santa Sede e troppo spesso si tollera: quello dei fondatori-guru che costruiscono attorno alla propria persona un’idolatria sistematica.
Si fanno chiamare “Padre Comune” , titolo blasfemo che non ha precedenti nella tradizione cristiana autentica, dove il solo Padre è Dio.
Esigono devozione totale, controllo della coscienza, obbedienza che non è la santa obbedienza evangelica ma la resa della volontà a un uomo. Alcune di queste figure hanno commesso abusi spirituali e sessuali sulle donne affidate alla loro guida spirituale. Atti libidinosi mascherati da direzione dell’anima, da grazia particolare, da simbologia mistica e da… eletta del vitello d’oro che esige sacrifici.
Il fondatore che si fa chiamare “Padre Comune”,
usa in modo blasfemo un titolo
I meccanismi di controllo sono riconoscibili e documentati. L’isolamento dalle famiglie di origine, anche quando la suora è figlia unica. L’interruzione degli studi, perché una donna colta fa domande, e le domande disturbano il sistema. La povertà indotta: alimentazione scarsa, case fredde, cure mediche ridotte all’indispensabile. Tutto gravita attorno alla liturgia di adorazione al fondatore: la preghiera comunitaria, i riti interni, il calendario scandito secondo la sua persona. Non è la Regola di Benedetto. Non è il carisma di Francesco. È un teatro di corte in abito religioso, con la regia dell’unico protagonista.
Quando la Santa Sede apre un’inchiesta — e talvolta lo fa, a volte con un ritardo che è esso stesso un problema — scatta il protocollo della contromossa. Le suore vengono spinte fuori dalla vita consacrata. Vengono convinte, o costrette, a chiedere la dispensa dai voti: non per una scelta libera e matura, ma per svuotare la comunità di testimoni scomodi, per isolare chi potrebbe collaborare con le autorità ecclesiastiche, per costruire intorno al fondatore un cerchio sempre più ristretto di fedeli incondizionati. Si ammucchiano in una casa, con un abito, in una condizione canonicamente ambigua che non è né vita religiosa riconosciuta né vita laicale, e si ricomincia il teatrino con nuove reclute.
In questo scenario i vescovi portano una responsabilità che non è sempre adeguatamente riconosciuta. Non basta dire “non approvo questa associazione” se poi nella casa si celebra la Messa, si conserva il Santissimo, si permette che quella comunità di fatto esista e operi nella diocesi. Il permesso tacito è un permesso. La tolleranza passiva diventa, in questi contesti, copertura attiva. E i sacerdoti che nel frattempo orbitano attorno al fondatore — uomini ideologizzati, talvolta diventati presbiteri proprio in quel contesto, chierici vaganti privi di radicamento ecclesiale autentico — sono il braccio sacramentale di un sistema che si autoalimenta e si autoprotegge. La complicità di questi pii uomini non li rende innocenti: li rende corresponsabili.
C’è una questione teologica sottostante che vale la pena nominare. La vita consacrata autentica è una forma di libertà, non di asservimento. I voti — povertà, castità, obbedienza — non sono catene ma strutture di liberazione: liberano dall’idolatria del denaro, del corpo come oggetto, del proprio volere come misura di tutto. Ma questa libertà presuppone che i voti siano pronunciati in modo libero e restino tali nel tempo, che la coscienza non sia colonizzata da una persona umana che si pone al posto di Dio, che la direzione spirituale sia servizio e non possesso. Quando un fondatore si appropria della coscienza delle sue consacrate, non sta guidando anime verso Dio: sta costruendo il proprio regno. E il proprio regno, per chi ha fede, ha un nome preciso.
Francesco lo aveva detto con la sua consueta chiarezza: “Non clericalizziamole”. Ma c’è un clericalismo peggiore di quello istituzionale: quello carismatico, che avvolge le sue pretese di potere nel linguaggio della grazia, del dono, della missione straordinaria. È più difficile da smontare perché ha i tratti dell’emozione spirituale, perché colpisce donne in un momento di ricerca sincera e le trattiene con gli strumenti stessi della fede: la preghiera comunitaria, il senso di appartenenza, la paura di sbagliare la propria vocazione. Demolire questo sistema richiede coraggio pastorale, strumenti giuridici adeguati e — soprattutto — la volontà di non guardare dall’altra parte.
L’8 marzo, giornata in cui si richiama l’attenzione sulla dignità della donna, desideriamo rinnovare con particolare intensità l’impegno perché tale dignità sia riconosciuta, custodita e promossa anche all’interno della vita ecclesiale, in ogni suo ambito.
Nel solco di quella testimonianza evangelica che don Giuseppe Diana sintetizzava con le parole “Per amore del mio popolo”, ogni forma di prevaricazione, intimidazione o abuso di potere — qualunque volto “mafioso” assuma — va respinta con fermezza e affrontata nella luce della verità.
Per questo, quando emergono situazioni di sofferenza o di ingiustizia, è doveroso ricorrere alle sedi competenti, civili ed ecclesiastiche, perché i fatti siano accertati con rigore, le prove valutate con correttezza, e soprattutto siano ascoltate e tutelate le persone ferite. La Chiesa, madre e maestra, non può permettere che il dolore resti senza voce e senza accompagnamento; né che la giustizia venga sostituita da silenzi, omissioni o soluzioni che non ricompongono la verità.
In tale contesto rientra anche la responsabilità — civile ed ecclesiale — di tutelare chi, per dovere di coscienza e di servizio alla verità, documenta e rende pubbliche situazioni che richiedono chiarimento. Il giornalismo autentico, quando è esercitato con onestà, prudenza e rispetto delle persone, può costituire un contributo prezioso alla trasparenza e alla giustizia, evitando che i fatti vengano rimossi o che le vittime restino isolate.
Occorre dunque vigilare perché non si instaurino dinamiche che scoraggino la denuncia o delegittimino chi chiede chiarezza: campagne diffamatorie, pressioni indebite, tentativi di isolamento, o iniziative legali impiegate in modo sproporzionato e con finalità dissuasive. La ricerca della verità non può essere ostacolata; e la tutela delle persone vulnerabili — insieme alla libertà responsabile di chi informa — deve prevalere su ogni logica di parte o di autoprotezione istituzionale.
Chiediamo, in definitiva, che lo stile ecclesiale sia sempre più conforme al Vangelo: trasparenza, responsabilità, giustizia e carità pastorale. Solo così la dignità delle donne — e di ogni persona — non resterà un principio proclamato, ma un bene realmente custodito, nella verità che libera e nella giustizia che riconcilia.
Per amore del mio popolo, non tacerò!
Ezechiele 3,16-18
Le donne consacrate non sono strumenti del carisma di un uomo. Sono spose di Cristo, ciascuna con la propria coscienza irriducibile, la propria storia, la propria vocazione personale e intrasferibile. Quando questa verità elementare viene calpestata, e quando chi ha autorità fa finta di non vedere, la Chiesa non custodisce il proprio tesoro: lo seppellisce.
