Catechesi di Leone XIV sviluppata questa mattina all’udienza generale.

Dio, a quanto pare, ha un metodo. Ed è un metodo che continua a scandalizzare, perché va esattamente nella direzione opposta a quella che ci aspetteremmo.

Ce lo ricorda Leone XIV in questa mattina di marzo, riprendendo la Lumen gentium nel ciclo di catechesi sui documenti del Concilio Vaticano II. Il Papa usa un’espressione precisa, quasi tecnica, che però nasconde dentro di sé qualcosa di vertiginoso: il «metodo di Dio» consiste nel rendersi visibile attraverso la debolezza delle creature. Non nonostante. Attraverso.

Fermiamoci un istante su questa preposizione, perché cambia tutto.

Se Dio si rendesse visibile nonostante la debolezza umana, avremmo una teologia della compensazione: la grazia che tappa i buchi, il divino che sopperisce dove l’umano manca, un rapporto sostanzialmente antagonista tra i due piani. Ma il testo della Lumen gentium, così come la catechesi odierna, dice una cosa diversa e più scomoda: è attraverso la fragilità che avviene la manifestazione. La debolezza non è l’ostacolo da superare — è il canale, il medium, il luogo teologico.

Per un’epoca come la nostra, dominata dal culto della performance e dall’esibizione ossessiva della competenza, questa è una notizia quasi indigeribile. Viviamo immersi in una cultura che premia l’ottimizzazione, che considera il limite una vergogna e l’errore una macchia da cancellare al più presto, possibilmente prima che qualcuno faccia lo screenshot. Le istituzioni vengono giudicate dalla loro efficienza, le persone dalla loro produttività, le comunità dalla loro immagine. La fragilità si nasconde, si medica, si ritocca in post-produzione.

La Lumen gentium non nasconde nulla. Descrive la Chiesa come una «realtà complessa» — e complexus, nel latino originale, non significa complicato ma abbracciato, tenuto insieme. Umano e divino che convivono senza separarsi e senza fondersi, come nelle icone bizantine dove il volto del Cristo è allo stesso tempo inconfondibilmente umano e inconfondibilmente altro. Chi incontrava Gesù per strada vedeva un uomo: gli occhi stanchi dopo una lunga giornata, le mani callose, la voce che si incrinava di commozione davanti al sepolcro di Lazzaro. Eppure, andando dietro a quell’uomo, ci si ritrovava dentro qualcosa che l’umano da solo non poteva contenere.

È la stessa struttura che la Chiesa è chiamata a perpetuare. Non come istituzione che si proclama perfetta — la Lumen gentium non lo fa, e chi l’ha scritto sapeva benissimo di cosa parlava, avendo vissuto i drammi del Novecento — ma come comunità che accoglie il peccatore e lo accompagna verso qualcosa che lo supera. Una porta aperta, non uno specchio in cui ammirarsi.

Agostino, che Leone XIV cita in chiusura, aveva capito questa logica fino in fondo, anche perché l’aveva sperimentata su se stesso prima ancora di predicarla agli altri. La carità, dice, «vince tutte le cose» — e la carità non è sentimento, non è buon umore, non è quella vaga benevolenza diffusa che sui social si chiama positività. È la forma concreta in cui il divino passa attraverso l’umano. È il punto di contatto tra i due piani, il luogo dove il complexus si realizza ogni giorno, in modo silenzioso e spesso invisibile.

C’è una scena, in questa mattina di udienza generale, che vale la pena immaginare: migliaia di persone in Piazza San Pietro, arrivate da ogni parte del mondo con i loro pullman e le loro storie, le loro malattie e le loro speranze, i bambini agitati e i vecchi commossi. Una folla umana, rumorosa, imperfetta come tutte le folle. Ed è lì, esattamente lì, che il Papa sceglie di parlare del mistero della Chiesa. Non in una sala teologica ovattata. Non davanti a un pubblico di specialisti. Lì, in mezzo alla polvere e al vociare.

Il metodo di Dio, appunto.