Israele sostiene di aver recuperato dalle macerie il corpo di Ali Khamenei, colpito nei raid congiunti con gli Stati Uniti; Teheran non conferma e, soprattutto, la Guida non appare. In un regime costruito sulla voce del comando, l’assenza è già un verdetto: anche prima della morte biologica, può esistere una morte politica. Intanto, come sempre nelle guerre “chirurgiche”, a pagare sono i civili — e tra loro le bambine.

C’è un momento, nelle crisi, in cui la notizia non è più ciò che viene detto, ma ciò che non accade. Stasera, secondo molte attese e molte veline, Ali Khamenei sarebbe dovuto comparire; invece no. Nessun volto sullo schermo, nessun timbro nella voce, nessuna frase scolpita nella retorica di Stato. Nel lessico della Repubblica islamica — dove la legittimazione passa per la presenza e la presenza passa per l’immagine — la sottrazione diventa un fatto politico prima ancora che clinico.

Israele afferma che la Guida suprema è morta e che il corpo sarebbe stato recuperato. Un’affermazione rilanciata da fonti e media, mentre sullo sfondo resta l’incertezza tipica delle ore in cui la propaganda cerca di precedere la verifica.  E proprio qui, paradossalmente, l’elzeviro deve farsi più sobrio: il dovere della penna, quando la polvere è ancora in aria, non è inchinarsi all’ultima voce, ma registrare il vuoto che quella voce tenta di riempire.

La storia dei regimi insegna una cosa semplice: il potere personale non teme tanto la pallottola quanto il silenzio. Khamenei — architrave di un sistema che ha tenuto insieme religione, sicurezza, repressione e geopolitica — è stato per decenni l’uomo della continuità. Anche quando l’Iran cambiava pelle nel mercato globale, anche quando il Paese oscillava tra aperture e irrigidimenti, la sua figura garantiva una grammatica immutabile: la rivoluzione come identità, l’Occidente come antagonista, la deterrenza come destino.

Ora, però, l’assenza crea un problema più grave della morte: la sospensione dell’autorità. Perché la morte, in un regime teologico-politico, può essere ritualizzata; l’assenza, invece, è anarchica. Se Khamenei fosse ferito, nascosto, irraggiungibile, incapace di parlare, il sistema entrerebbe in una zona grigia: quella in cui nessuno sa fino a che punto obbedire, e soprattutto a chi. È una “morte politica” che precede — e talvolta rende irrilevante — il certificato.

Intanto, fuori dalle stanze del potere, il conto lo presenta la realtà: civili, famiglie, corpi senza divisa. Le agenzie e i media iraniani hanno riportato l’attacco a una scuola femminile a Minab, con un bilancio drammatico di bambine uccise e ferite.  Anche qui, la cronaca sarà chiamata a verificare e a contare con precisione; ma già la sola possibilità — il solo tipo di bersaglio — racconta la verità permanente di ogni escalation: l’innocenza è sempre esposta, perché non ha rifugi politici né scudi narrativi.

È su questo punto che oggi si deve spostare l’asse. Non sul “trofeo” (vero o presunto) della leadership decapitata. Non sull’ebbrezza di chi, affacciato alle finestre, applaude la fine di un oppressore. Ma su quel volto che nessuno applaude perché non ha microfoni: quello di una ragazzina che entrava in classe — quaderni, grembiule, capelli — e ne esce, se va bene, con il trauma che la seguirà per anni. Se va male, non esce affatto.

Le Nazioni Unite, con la voce del segretario generale e dell’Alto Commissario per i diritti umani, hanno richiamato tutti al dovere elementare della de-escalation e alla protezione dei civili: in ogni conflitto, sono loro a pagare il prezzo più alto.  È una frase che suona ripetuta — e proprio per questo è terribile: la ripetiamo perché continuiamo a violarla.

Se davvero siamo davanti alla fine dell’uomo che ha guidato l’Iran dal 1989, la domanda non è soltanto “chi viene dopo”, ma “quale Iran resta”. Un Iran che, in questi anni, ha visto crescere fratture sociali e generazionali; un Iran in cui la fede di tanti non coincide con la macchina repressiva di pochi; un Iran dove la politica estera ha spesso chiesto sacrifici interni, e dove l’idea di sicurezza si è trasformata in una disciplina quotidiana della paura.

E tuttavia — qui sta l’ultima nota del nostro “coccodrillo”, che dovrebbe essere sempre più morale che celebrativo — la caduta (anche reale) di un vertice non è automaticamente liberazione. Può essere apertura. Può essere caos. Può essere vendetta. Può essere irrigidimento. I sistemi chiusi, quando perdono il perno, talvolta cercano di sopravvivere con il riflesso più antico: stringere, epurare, accusare, punire.

Per questo la scena decisiva, oggi, non è sotto le macerie di un compound; è nello spazio vuoto di una comparsa televisiva mancata. Se la Guida non parla, il regime perde la sua metrica. E quando il potere perde la metrica, la società — e le sue ferite — diventano improvvisamente visibili. Le bambine di Minab (o di qualunque altra scuola colpita) sono la misura più crudele di questa visibilità: la guerra, quando arriva, non chiede il permesso ai simboli; entra dove trova porte aperte.

Ecco perché, in questa notte di notizie urlate, la frase più onesta forse è la più antica: contate i civili. Poi, solo dopo, contate i leader.