Si addensano di nuovo nubi di tempesta sullo sport più popolare in Italia
C’è una tentazione, quando si parla di scandali del calcio italiano, che bisogna resistere con tutte le forze: quella di sorprendersi. Perché la sorpresa, in questo caso, sarebbe disonesta. Sarebbe come meravigliarsi che il Tevere scorra verso il mare. Il calcio italiano e i suoi scandali hanno un rapporto antico, profondo, quasi coniugale — con tutto ciò che questa parola porta con sé di abitudine, di rassegnazione e di complicità reciproca.
Eppure qualcosa, in questa storia che sta emergendo in queste ore, merita uno sguardo più lungo. Non perché sia peggio delle altre — è presto per dirlo — ma perché racconta qualcosa di più vasto di una semplice inchiesta su presunte pressioni ai Var. Racconta, ancora una volta, l’Italia.
Ricapitoliamo i fatti, per chi si fosse distratto. La Procura della Repubblica di Milano ha iscritto nel registro degli indagati Gianluca Rocchi, 52 anni, ex arbitro fiorentino, designatore degli arbitri di Serie A e B, con l’accusa di concorso in frode sportiva. Insieme a lui, nello stesso registro, compare Andrea Gervasoni, supervisore Var. L’inchiesta ruota attorno all’ipotesi che Rocchi esercitasse pressioni improprie sulla sala Var di Lissone — la struttura tecnologica dove gli arbitri di sala rivedono le immagini e comunicano con i colleghi in campo.
Rocchi, in un primo momento, ha resistito. Poi, nella serata del 25 aprile — mentre il comitato nazionale dell’AIA era riunito per valutare la sua sospensione — ha ceduto, autosospendendosi “con decorrenza immediata”. Gervasoni ha fatto altrettanto. L’AIA ha convocato d’urgenza un comitato nazionale per decidere chi prenderà il posto del designatore nel finale di stagione. Una stagione, è bene ricordarlo, che è già di per sé una stagione di macerie.
Ma fermarsi qui — alla notizia, al fatto giudiziario, alla sospensione — sarebbe come guardare la punta dell’iceberg e descrivere il mare come piatto.
Perché quello che rende questa storia straordinaria non è l’accusa in sé. È il momento. È la coincidenza — o la non-coincidenza, che è altra cosa — dei tempi. E qui bisogna avere il coraggio di seguire il ragionamento fino in fondo, anche a rischio di sembrare dietrologi, anche a rischio di sbagliare.
Martedì prossimo — martedì, cioè dopodomani — il Collegio di Garanzia del CONI si pronuncerà in ultimo grado sulla squalifica del presidente dell’AIA, Antonio Zappi. Se la squalifica verrà confermata, l’AIA dovrà andare a elezioni. E Rocchi era il candidato più credibile del fronte avverso a Zappi. In pratica: l’uomo che indaghiamo oggi era il possibile presidente di domani di un organismo il cui presidente attuale è a processo. Capite la geometria?
Ma la geometria, come dicono i matematici, è solo l’inizio della topologia. E la topologia di questo affare è molto più complicata.
Gabriele Gravina si è dimesso dalla presidenza della FIGC il 3 aprile scorso. Da quel giorno, si è aperta una corsa alla successione. I due candidati principali — almeno fino a ieri — erano Giovanni Malagò, già presidente del CONI, e Giancarlo Abete, già presidente della FIGC in un’altra vita calcistica. Due nomi, due mondi, due reti di potere.
Malagò stava acquisendo quota. Aveva il momentum, come si dice oggi con quel brutto anglicismo che ha sostituito il più nobile “slancio”. E il governo — questo governo, con Andrea Abodi al ministero dello Sport e Claudio Lotito al Senato — non voleva Malagò. Lo voleva così poco da lavorare, da settimane, a un progetto di commissariamento della FIGC. Un commissariamento che, per le regole dello sport italiano, solo il CONI può decidere — e il presidente del CONI, Luciano Buonfiglio, si era sempre opposto.
Poi arriva l’inchiesta milanese su Rocchi. E Abodi, tra i primissimi, entra a gamba tesa: “L’aspetto più grave che emerge è il modo in cui la stessa denuncia sia stata gestita all’interno del sistema calcistico. Finora nessun riscontro pubblico”. Non è una dichiarazione di preoccupazione per gli arbitri e per i tifosi. È una dichiarazione di sfiducia verso la procura federale di Giuseppe Chiné — il procuratore che, un anno fa, aveva archiviato un esposto analogo sulle stesse presunte pressioni a Lissone. E quella archiviazione, l’ANSA precisa, era avvenuta “con la condivisione e l’avallo della stessa Procura generale dello sport presso il CONI”. Cioè con l’avallo di Ugo Taucer. Lo stesso Taucer che ora chiede a Chiné una relazione immediata su quell’archiviazione.
Rileggete questa frase lentamente: il magistrato sportivo che aveva approvato l’archiviazione ora chiede conto all’archiviante di quell’archiviazione.
Come si chiama tutto questo? Non è facile trovare la parola giusta. “Calciopoli” evocava intercettazioni telefoniche, Luciano Moggi, designatori che chiamavano designatori. Era uno scandalo di potere dentro il potere calcistico. “Calcioscommesse” rimandava a soldi veri, a croupier e a combine. Questa storia è diversa. È, se vogliamo provare a battezzarla, una partita nel senso pieno della parola — in cui il campo non è uno stadio ma un sistema, e in cui i giocatori non sono calciatori ma procuratori, ministri, presidenti di federazione, senatori con conflitti d’interesse multipli e presidenti di associazioni arbitrali in bilico tra squalifica e elezione.
“VARopoli” — come suggerisce il titolo — ha il pregio della sintesi. Cattura l’elemento tecnico, quella sala di Lissone con gli schermi e le cuffie e i replay, che è il cuore dell’accusa giudiziaria. Ma rischia di far dimenticare che il VAR è solo lo sfondo. Il proscenio è altrove: è nei corridoi del potere sportivo italiano, in quell’intreccio tra CONI, FIGC, AIA, Palazzo Chigi e Senato della Repubblica che da sempre rende il calcio italiano non solo un gioco ma uno specchio fedele — e per questo insopportabile — della politica italiana.
Non è la prima volta, naturalmente. L’elenco degli scandali del calcio italiano è così lungo da sembrare quasi un genere letterario autonomo. Dal derby Torino-Juventus del 1927, con lo scudetto revocato ai granata per la combine dell’Allemandi, alle camionette della polizia riprese in diretta da Novantesimo Minuto nel 1980 — immagini che chi le ha viste non dimentica. Dalla Passaportopoli del 2001, con Recoba che patteggiava sei mesi per falso, alle plusvalenze juventine degli anni più recenti. E in mezzo, sopra tutto, Calciopoli — 2006, intercettazioni, Moggi e Giraudo radiati, la Juventus in Serie B, e quella domanda che non ha mai trovato risposta definitiva: era uno scandalo o era una guerra tra poteri in cui uno dei poteri aveva accesso alle intercettazioni dell’avversario?
La storia non si ripete, diceva Marx, ma spesso fa rima. E questa storia fa rima con Calciopoli in un verso preciso: anche allora, la magistratura ordinaria e quella sportiva si sovrapposero. Anche allora, i tempi dell’inchiesta coincisero — casualmente o meno — con momenti di svolta istituzionale. Anche allora, c’era chi sosteneva che le accuse fossero reali e chi sosteneva che le accuse fossero reali e strumentali allo stesso tempo. Le due cose, notoriamente, non si escludono.
C’è poi l’elemento umano, che in queste storie viene sempre sacrificato sull’altare della geopolitica calcistica. Gianluca Rocchi è un ex arbitro che ha avuto una carriera lunga e rispettata. Ha diretto partite importanti. Ha costruito, nel ruolo di designatore, un sistema che — a detta di molti addetti ai lavori — aveva comunque migliorato la qualità arbitrale italiana. Può essere colpevole di ciò di cui è accusato? Certo, la giustizia farà il suo corso. Ma può anche essere — come lui stesso sostiene — un uomo che ha già affrontato un’indagine simile, ne è uscito assolto, e ora si ritrova al centro di una tempesta il cui epicentro non è necessariamente la sua stanza.
“Tornerò più forte di prima”, ha detto autosospendendosi. È la frase rituale, la formula di rito. Ma dietro la formula c’è un uomo che sa — o intuisce — che quello che gli sta accadendo è più grande di lui. Che la sua vicenda personale è diventata, suo malgrado, una pedina in una partita che si gioca altrove.
E Domenico Rocca, l’ex guardalinee dal cui esposto è partita l’inchiesta milanese, che sul suo profilo Facebook ha commentato con un lapidario “Chi di spada ferisce, di spada perisce” — cosa sa che noi non sappiamo? Cosa ha vissuto, in quegli ambienti, per arrivare a quella frase, con quel tono, in quel momento?
Resta una domanda finale, che è la più importante e la più difficile. Al netto delle inchieste, dei commissariamenti, delle candidature bloccate e delle procure che si chiedono atti a vicenda — al netto di tutto questo meccanismo barocco e italiano — il calcio italiano sta bene?
No. Non sta bene. Non sta bene da anni. L’eliminazione ai playoff mondiali contro la Bosnia è stata l’ultima umiliazione in ordine di tempo, ma è anche solo la più recente in una serie che dura da quasi un decennio. La Serie A ha perso appeal internazionale. I club navigano in acque economiche tempestose. Il vivaio produce meno talenti di Germania, Francia, Spagna. Gli stadi sono vecchi. Il pubblico si è in parte spostato sui divani.
E in mezzo a tutto questo — in mezzo a questa crisi strutturale che richiederebbe visione, coraggio, riforme vere — la classe dirigente del calcio italiano è impegnata a farsi la guerra per la poltrona di presidente di una federazione che deve ancora eleggere il suo successore, usando come arma un’inchiesta su presunte pressioni a una sala Var nel giorno del 25 aprile, con il ministro dello Sport che chiede conto ai procuratori e i senatori che scrivono leggi su misura per commissariare ciò che non riescono a eleggere.
Il calcio come specchio dell’Italia, si diceva. Peccato che, a guardare questo specchio, si faccia così fatica a riconoscersi.
“Un movimento sospeso nell’incertezza senza sapere che strada prendere per risollevarsi dalla mediocrità e dalla crisi economica in cui è sprofondato da anni”, scrive un cronista con lucidità impietosa. È il ritratto perfetto. Non del calcio soltanto. Di un paese intero che, invece di affrontare i propri problemi, preferisce trovare un campo su cui giocarli — fosse anche, metaforicamente, il campo di Lissone con i suoi schermi e le sue cuffie e i suoi replay che nessuno, a quanto pare, ha davvero voglia di rivedere fino in fondo.
La partita, comunque, andrà oltre il novantesimo.
In Italia, vanno sempre oltre il novantesimo.
