Veglia di preghiera · Stadio Olimpico Lluís Companys · 9 giugno 2026

 Tre testimonianze, tre ferite aperte — il vuoto dell’idolatria del successo, la depressione e un tentato suicidio, l’infanzia spezzata dalla violenza familiare. Leone XIV ha risposto a ciascuna senza schemi, in spagnolo e catalano, cercando gli occhi di chi parlava. La veglia allo Stadio Olimpico di Barcellona è diventata uno dei momenti più intensi del viaggio apostolico in Spagna.

Quando i castellers — le torri umane catalane — si sono disfatti tra gli applausi e Leone XIV ha cominciato il giro in papamobile tra i settantamila dello Stadio Olimpico Lluís Companys, sembrava che il programma della serata fosse già scritto: una veglia solenne, qualche domanda preconfezionata, un’omelia edificante. Invece no. Il dialogo con i giovani ha preso una piega che raramente si vede nelle grandi liturgie papali all’aperto: tre ragazze hanno portato al microfono storie vere, senza glassa, e il Papa ha risposto come si risponde alle cose vere — lentamente, cambiando lingua a metà frase, cercando le parole giuste anziché le parole attese.

Il primo testimone — un giovane uomo — ha raccontato il classico percorso della generazione ansiosa: la corsa al successo, il vuoto incontrato al traguardo, il battesimo ricevuto a Pasqua come approdo di una lunga deriva. Leone XIV lo ha preso sul serio senza adularlo. Ha detto che l’inquietudine non è un difetto da correggere ma «un dono che Dio stesso ci ha dato», perché «siamo fatti a misura dell’infinito» e ogni orizzonte finito, per quanto conquistato, spinge oltre se stesso. Ma ha aggiunto subito la seconda idea, quella che pesa di più: questa inquietudine va coltivata «dentro questo mondo, non in un altro». Non in una bolla spirituale, non in una comunità-rifugio, ma «nella realtà in cui ci troviamo», con i sacerdoti e i religiosi come compagni di strada, qualche minuto al giorno di Vangelo, spazi di silenzio strappati al rumore.

La seconda testimonianza ha cambiato il registro della serata. Una ragazza ha detto, davanti a settantamila persone e alle telecamere di mezzo mondo, di aver lottato per anni in silenzio contro la depressione e di aver perso la battaglia una notte di venerdì, tentando di togliersi la vita. «Sono qui perché Dio mi ha dato una seconda opportunità», ha detto. Il Papa si è fermato. Ha ringraziato per il coraggio di quella parola pubblica. Ha parlato delle ore di Getsemani e della croce come del momento in cui il Figlio di Dio «assume nella propria carne tutta l’angoscia, la solitudine e la sofferenza dell’umanità» — non come argomento teologico, ma come risposta concreta alla domanda «dov’è Dio quando il buio è assoluto». Ha citato Benedetto XVI su quel grido dal Salmo 22 che Gesù ha fatto proprio morendo: il dolore che diventa preghiera, anche urlata, anche protestataria come quella di Giobbe. E ha messo in guardia dall’errore opposto, quello di «spiritualizzare il dolore», di ricondurlo frettolosamente alla «volontà di Dio», che «rischia di minimizzare quella sofferenza, di silenziare, di ferire le persone». Ha chiesto esplicitamente che i sistemi sanitari includano tra le priorità «quel malessere invisibile e generalizzato» che è la crisi della salute mentale giovanile. Non era un’agenda politica: era la logica conseguenza di ciò che aveva appena ascoltato.

La terza voce era quella di una donna cresciuta in un centro per minori dopo che il padre aveva tentato di uccidere la madre e un ragazzo era morto interponendosi. Ha detto che fatica ancora a perdonare e che a volte guarda il cielo e chiede: «Dov’eri quando ero bambina?». Leone XIV non ha eluso la domanda rovesciandola in devozione. Ha detto che forse la domanda giusta non è «dov’era Dio» ma «dov’era l’uomo» — «come a volte siamo prigionieri del male fino ad essere violenti con gli altri, come non riusciamo a coltivare l’amore». Le cronache di femminicidio, ha detto senza perifrasi, «riflettono un clima avvelenato nelle relazioni familiari» che è responsabilità di tutti affrontare. Dio non interviene «automaticamente dall’alto», ha spiegato, perché ci ha dato intelligenza, volontà, coscienza, dignità e libertà: se esiste la violenza, le domande vanno rivolte a noi stessi, alle dinamiche della nostra società, alla cultura dell’individualismo. E sul perdono ha detto la cosa più difficile: non è un comando da eseguire, è «un processo, un cammino» che si percorre in piccoli passi e che «non equivale sempre e in tutti i casi a tornare alla situazione precedente» — specie quando c’è stata violenza. Si può restare in buona disposizione del cuore, rifiutare odio e vendetta, pregare per chi ha fatto del male. «Siamo peccatori perdonati, pacificati e capaci di perdonare.»

L’omelia che ha seguito il dialogo ha ripreso i fili e li ha tessuti insieme. Ma il cuore della serata era già lì, nel dialogo nudo con quelle tre storie. Una veglia che ha ricordato, a chi aveva dimenticato, che le grandi assemblee contano quando smettono di essere scenografia e diventano il luogo in cui qualcuno osa dire la verità.