C’è una fotografia che non esiste, ma che dovrebbe. Un uomo in abito scuro, solo, che chiude una porta con la stessa quiete con cui l’aveva aperta dodici anni prima. Dietro quella porta, i conti tornano. Davanti, il mondo continua a girare ignaro.

Jean-Baptiste de Franssu ha lasciato la presidenza dello IOR — l’Istituto per le Opere di Religione, la banca del Vaticano, quella che i giornali chiamano ancora “la banca di Dio” con un misto di riverenza e malizia — nel marzo del 2026, dopo aver visto approvare il bilancio migliore degli ultimi dieci anni. Cinquantuno milioni di utile netto. Un Tier 1 ratio al 71,9%, roba da far impallidire qualunque istituto di credito europeo. Un dividendo di 24,3 milioni consegnato al Papa come si consegna il frutto maturo di un lavoro lungo e paziente.

Se ne va nel momento del trionfo, che è il solo momento degno in cui andarsene.

De Franssu era arrivato allo IOR nel 2014, in piena bufera. L’istituto portava addosso decenni di scandali, ombre, conti opachi e nomi che riaffioravano nelle cronache giudiziarie con la puntualità delle maree. Vatileaks, Calvi, Marcinkus: un’epopea oscura che aveva trasformato quella piccola banca sul colle più famoso del mondo in un simbolo — non edificante — del potere che si nasconde dietro la sacrestia.

Lui, manager di formazione, proveniente dal mondo della finanza istituzionale, aveva ricevuto un mandato impossibile: fare di un’istituzione sospettata il contrario di sé stessa. Trasparenza, governance, revisione contabile affidata a Deloitte & Touche — quella stessa Deloitte che nel 2026 ha firmato il bilancio “senza rilievi”, due parole che nel gergo bancario significano semplicemente tutto in ordine, ma che per lo IOR suonano come una piccola rivoluzione silenziosa.

Eppure quella rivoluzione silenziosa non fu affatto silenziosa nel farsi. Nell’unica intervista concessa alla stampa francofona prima di lasciare — rilasciata al quotidiano belga La Libre nel maggio 2025, con il conclave che si svolgeva a poche decine di metri dal suo studio affacciato sulle colonne di piazza San Pietro — de Franssu ha raccontato per la prima volta la guerra sotterranea che aveva dovuto combattere. Una guerra senza armi visibili, ma non per questo meno feroce.

Voleva imporre a tutti le stesse regole, senza eccezioni di rango o di abito. Anche ai cardinali. Anche ai vescovi. Anche ai più potenti prelati della Curia. Se qualcuno desiderava prelevare somme di una certa entità, doveva giustificarle per iscritto, come prescrivono le normative monetarie europee. Sembra ovvio. Eppure non lo era. E chi aveva prosperato nell’opacità non intendeva rinunciare a quei privilegi senza combattere. Resistenze, scandali, lettere diffamatorie: de Franssu ha tenuto. Un vecchio membro del consiglio di amministrazione dello IOR, contrario alle riforme, aveva fatto circolare tra tutte le autorità vaticane un documento di ventidue pagine di accuse nei suoi confronti. Il Papa, racconta, lo aveva alla fine invitato a lasciare il consiglio.

Ma il dettaglio più eloquente, quello che più di ogni altro rivela la qualità dell’ambiente in cui de Franssu si è mosso per undici anni, è un altro. Il cardinale George Pell — con cui aveva lavorato alla riforma delle finanze vaticane — lo aveva esortato a far passare nel suo studio e nel suo appartamento degli esperti di sicurezza, per verificare che non ci fossero microfoni nascosti. Non era fantapolitica. Era l’ordinaria igiene della sopravvivenza in quella enclave al centro di Roma.

Alla domanda se avesse mai incrociato la mafia nei corridoi dello IOR, de Franssu aveva risposto con la precisione di un contabile e l’ironia di un francese: la mafia no, persone disoneste invece sì, qualcuna ne aveva incontrata.

C’è qualcosa di profondamente romano, nel senso più nobile e antico del termine, in questo modo di servire. Senza proclami. Senza libro-intervista. Senza la conferenza stampa d’addio in cui si piange un poco e si ringrazia molto. Una nota, una data, un passaggio di consegne. François Pauly entra, de Franssu esce. La banca continua.

Eppure sarebbe sbagliato liquidare questa uscita come un fatto meramente amministrativo. De Franssu lascia uno IOR che ha 5,9 miliardi di masse gestite, che collabora con oltre undici asset manager internazionali, che ha introdotto l’online banking e che — forse la cosa più straordinaria — è diventato un punto di riferimento per le Congregazioni religiose di tutto il mondo. Quegli istituti di suore e frati che gestiscono scuole, ospedali, missioni, e che cercano qualcuno di cui fidarsi per custodire il poco o il tanto che hanno accumulato nel nome di qualcosa che non è il profitto.

Ecco forse il vero epitaffio non scritto di questo mandato: aver restituito fiducia. Non ai mercati — i mercati si fidano dei numeri, e i numeri erano lì. Ma a quella rete invisibile di umanità consacrata che aveva bisogno di credere che il proprio patrimonio fosse in mani oneste.

In un’epoca in cui ogni addio diventa uno spettacolo e ogni bilancio un’occasione di auto-celebrazione, c’è qualcosa di quasi commovente in un uomo che se ne va quando le cose vanno bene, che passa il testimone in silenzio, che lascia i conti in ordine come si lascia una casa pulita a chi viene dopo.

La banca di Dio, per una volta, ha i conti che tornano.

E lui, discretamente, è già altrove.