L’ora delle illusioni perdute

C’è un momento, nelle crisi internazionali che sembrano non finire mai, in cui la diplomazia smette di essere arte del possibile e diventa esibizione del proprio orgoglio ferito. Siamo forse arrivati a quel punto nel Golfo Persico.

La risposta iraniana alla proposta americana era attesa come un verdetto. È arrivata, ed è stata rispedita al mittente con la velocità di un post su Truth. «Totalmente inaccettabile», ha scritto Trump, con quella sintesi brutale che ormai tiene il posto delle note diplomatiche. E così, dopo mesi di guerra, di stretto di Hormuz semichiuso, di prezzi del petrolio che hanno ricominciato a correre sopra i cento dollari, ci ritroviamo di nuovo al punto di partenza: due parti che litigano su cosa negoziare, non ancora su come farlo.

Eppure, a guardarla bene, la risposta di Teheran non era quella di chi vuole la resa totale dell’avversario. Conteneva concessioni — la diluizione di parte dell’uranio, il trasferimento del resto oltre confine — mescolate a richieste che Washington non può accettare senza perdere la faccia: riparazioni di guerra, garanzie russe e cinesi, il riconoscimento implicito che lo stretto resti uno strumento di pressione iraniano. Un documento costruito per negoziare, non per chiudere. Trump lo ha letto come un insulto.

Il problema è che entrambe le narrazioni della guerra sono, a modo loro, sincere e incompatibili. Gli Stati Uniti ritengono di aver inflitto una sconfitta militare devastante all’Iran. L’Iran ritiene di aver dimostrato che nessuna potenza al mondo può permettersi di tenerlo in ginocchio senza pagare un prezzo insostenibile — e lo stretto di Hormuz, chiuso o semiaperto, è la sua prova vivente. Due vittorie che si escludono a vicenda non producono pace: producono un negoziato che in realtà è una guerra combattuta con altri mezzi.

Alan Eyre, che di accordi con Teheran se ne intende, ha usato parole lapidarie: qualunque intesa raggiungibile oggi sarà nella sostanza simile a quella del 2015 che Trump ha demolito. Il paradosso è vertiginoso. Anni di sanzioni, una guerra con bombardamenti ai siti nucleari, il prezzo pagato dal mercato energetico globale, i morti nel Golfo, le notti di paura ad Abu Dhabi — per arrivare, forse, allo stesso punto di partenza. Con la differenza che nel frattempo l’Iran ha imparato quanto vale davvero il controllo di uno stretto, e non ha nessuna intenzione di dimenticarlo.

Netanyahu, dall’esterno della trattativa nella quale la sua influenza si è progressivamente assottigliata, agita lo spettro dell’uranio rimasto sottoterra a Isfahan. Quattrocento chili che potrebbero, in mani determinate, trasformarsi in qualcosa di peggio. Trump dice che li monitora e che li farà saltare in aria se qualcuno si avvicina. È un linguaggio più adatto a un film d’azione che a una crisi nucleare, ma risponde a un’angoscia reale che attraversa non solo Gerusalemme ma tutta la regione.

I paesi del Golfo, nel frattempo, sono divisi come non mai. Gli Emirati vogliono che i missili iraniani non possano più raggiungerli. L’Arabia Saudita si sente esposta. L’Oman ha perso la sua tradizionale neutralità nel momento stesso in cui è stato colpito. Il Qatar gioca la sua partita di mediatore con abilità, ma anche con la memoria fresca di quando Teheran aveva preso di mira le sue infrastrutture. E il Pakistan, nominato mediatore, è accusato di non esserlo affatto.

In mezzo a tutto questo, il viaggio di Trump a Pechino si avvicina con la sua carica di ambiguità. La Cina è garante e fornitrice dell’Iran, ma anche grande consumatrice di petrolio che ha tutto l’interesse a vedere Hormuz tornare a funzionare normalmente. Xi Jinping sa che questa crisi gli offre una leva: il prezzo della sua collaborazione diplomatica non sarà basso.

Quello che manca, in questo momento di stallo rumoroso, è qualcuno disposto a dire la verità scomoda: che una pace duratura nel Golfo non può nascere dalla umiliazione di una delle parti, né dall’illusione che un accordo di carta possa fermare dinamiche che vengono da lontano. L’Iran che esce da questa guerra è più militarista, più diffidente, più convinto di aver bisogno di una deterrenza assoluta. L’America che l’ha combattuta è più indebitata politicamente con i suoi alleati regionali, più lontana dall’obiettivo dichiarato di un Medio Oriente denuclearizzato.

«Totalmente inaccettabile», dunque. Ma inaccettabile per chi, e verso quale alternativa? Questa è la domanda che nessun post sui social è in grado di rispondere.