La “lista nera” iraniana contro Meloni, Trump e Netanyahu e la minaccia americana di mille missili mostrano che, tra Teheran e Washington, si sta perdendo la lucidità. Quando i governanti parlano come se la guerra fosse una rappresaglia personale, l’escalation può diventare incontrollabile
Le minacce di assassinio provenienti dall’Iran devono essere condannate senza esitazioni. Ma promettere di “decimare e distruggere” un Paese intero non è deterrenza: è il linguaggio di una vendetta sproporzionata che rischia di trascinare il mondo verso una guerra più vasta
C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui le parole smettono di descrivere il pericolo e cominciano a produrlo. Quel momento sembra essere arrivato nei rapporti tra Iran e Stati Uniti.
Il quotidiano iraniano Hamshari, di proprietà del comune di Teheran, ha pubblicato una sorta di “lista nera” dei presunti responsabili della morte dell’ayatollah Ali Khamenei. Giorgia Meloni vi appare con l’uniforme arancione dei detenuti; Donald Trump e Benjamin Netanyahu sono raffigurati con un bersaglio sulla fronte. La pubblicazione è coincisa con la diffusione di un messaggio di Mojtaba Khamenei, figlio della guida suprema uccisa, che promette vendetta contro gli assassini del padre.
Non siamo più soltanto nella propaganda ostile, per quanto violenta. Una galleria di volti trasformati in bersagli, pubblicata da un giornale legato a un’istituzione pubblica iraniana, introduce nel discorso politico la grammatica della caccia all’uomo. Il nemico non è più un governo con il quale si può confliggere, trattare o raggiungere una tregua. Diventa un individuo da punire, imprigionare o eliminare.
È un gesto grave e irresponsabile. L’immagine della presidente del Consiglio italiana in abiti da carcerata non può essere liquidata come una provocazione folkloristica di una stampa lontana. In un contesto segnato da attentati, operazioni clandestine, minacce personali e vendette dichiarate, raffigurare capi di governo come prigionieri o obiettivi significa alimentare un immaginario nel quale la violenza individuale diventa una prosecuzione legittima della politica.
La condanna deve essere netta. Nessuna morte, neppure quella di una guida politica o religiosa, autorizza a compilare liste di proscrizione. Nessun lutto permette di trasformare l’assassinio in una forma di giustizia. Se il nuovo corso iraniano vuole evitare che la morte di Khamenei diventi l’inizio di una catena interminabile, dovrebbe pronunciare la parola più difficile: limite. Non vendetta, ma responsabilità.
Dall’altra parte, tuttavia, non si intravede maggiore lucidità.
Donald Trump ha affermato che mille missili sarebbero già pronti a colpire l’Iran qualora Teheran dovesse ucciderlo o anche soltanto tentare di farlo. Ha aggiunto che gli ordini sono stati impartiti e che le forze armate americane sarebbero pronte a “decimare e distruggere” aree del Paese, con migliaia di altri missili pronti a seguire. Le dichiarazioni sono arrivate dopo che Israele avrebbe comunicato agli Stati Uniti informazioni su un nuovo piano iraniano per assassinare il presidente americano.
Che un presidente minacciato debba essere protetto è ovvio. Che un eventuale complotto debba essere prevenuto e i suoi responsabili perseguiti è doveroso. Ma promettere una distruzione di massa come risposta a un attentato contro una singola persona, persino quando quella persona è il presidente degli Stati Uniti, significa confondere la difesa dello Stato con la vendetta privata del sovrano.
Una democrazia non possiede missili per vendicare il proprio capo. Li possiede, nella misura in cui li possiede legittimamente, per difendere la popolazione e la sicurezza collettiva secondo criteri di necessità, proporzionalità e distinzione tra responsabili e innocenti. Il presidente non è lo Stato. La sua vita è preziosa, ma non può diventare la misura esclusiva sulla quale decidere il destino di milioni di persone.
“Mille missili” non è una formula diplomatica. È un numero destinato a impressionare, umiliare e terrorizzare. Serve a comunicare una disponibilità illimitata alla rappresaglia. Ma proprio questa teatralizzazione della potenza rende la crisi più pericolosa, perché riduce lo spazio nel quale un governo può fermarsi senza apparire debole.
L’Iran promette vendetta. Trump promette devastazione. A ogni minaccia si risponde con una minaccia più grande. A ogni bersaglio disegnato su una fronte si contrappongono mille missili puntati su un Paese. Questa non è deterrenza stabile. È un’asta della ferocia.
La deterrenza funziona quando comunica con chiarezza quali conseguenze limitate e credibili seguiranno a una determinata aggressione. Perde efficacia quando diventa iperbole. Se ogni gesto ostile deve provocare la distruzione totale dell’avversario, allora non esiste più una scala delle risposte. Rimangono soltanto la resa o la catastrofe.
È così che le guerre sfuggono di mano. Non necessariamente perché qualcuno abbia programmato fin dall’inizio il conflitto generale, ma perché ciascun attore compie un passo che considera obbligato dalla mossa precedente. Una minaccia di assassinio produce un ultimatum. L’ultimatum rende politicamente necessario dimostrare di non essere intimiditi. Una provocazione genera una risposta militare. La risposta esige una rappresaglia. La rappresaglia invoca un contrattacco.
A un certo punto nessuno ricorda più quale fosse l’obiettivo politico originario. Rimane soltanto l’obbligo di non essere l’ultimo ad arretrare.
La situazione è resa ancora più delicata dal fatto che le informazioni sul presunto complotto iraniano sarebbero state fornite da Israele. Secondo quanto riportato, l’intelligence israeliana avrebbe indicato l’esistenza di un nuovo piano contro Trump, mentre non tutte le valutazioni sulla concretezza e sull’imminenza della minaccia apparirebbero definitive.
Questo non significa che le informazioni siano false. Significa che, in una crisi tanto infiammabile, ogni dossier deve essere verificato con il massimo rigore e valutato anche alla luce degli interessi di chi lo trasmette. Israele ha un interesse evidente a mantenere gli Stati Uniti pienamente coinvolti nel confronto con l’Iran. L’intelligence alleata è preziosa, ma non può sostituire il giudizio autonomo di Washington.
Le guerre recenti dovrebbero avere insegnato qualcosa. Le informazioni riservate non sono oracoli. Possono essere incomplete, interpretate in modo eccessivo o inserite in strategie politiche più ampie. Quando esse vengono utilizzate per giustificare minacce di distruzione nazionale, il margine di errore diventa insopportabile.
La lucidità richiederebbe un linguaggio completamente diverso. Gli Stati Uniti dovrebbero dichiarare che ogni tentativo di assassinare il loro presidente riceverà una risposta certa contro i responsabili, ma conforme al diritto internazionale e proporzionata alla minaccia. L’Iran dovrebbe smentire formalmente ogni progetto di omicidio politico, interrompere la retorica della vendetta e perseguire chiunque prepari attentati all’estero.
Invece assistiamo alla personalizzazione assoluta del conflitto. Da una parte la morte del padre deve essere vendicata dal figlio; dall’altra l’eventuale morte del presidente dovrebbe essere vendicata con la devastazione di un’intera nazione. La politica internazionale assume così la forma arcaica della faida familiare, soltanto dotata di droni, missili balistici e arsenali capaci di colpire città.
È precisamente questo il segno della perdita di lucidità: quando la potenza tecnologica cresce e il pensiero politico regredisce.
Non basta dire che Trump adopera un linguaggio estremo per intimorire l’avversario e che probabilmente non intende realizzare alla lettera ciò che annuncia. Le parole di un presidente americano non sono sfoghi privati. Muovono apparati militari, influenzano mercati, irrigidiscono alleati e avversari, modificano le aspettative dei comandanti e possono generare decisioni preventive.
Se Teheran ritiene che Washington sia davvero pronta a distruggere il Paese, potrebbe accelerare le proprie preparazioni militari, disperdere gli arsenali, delegare maggiore autonomia ai gruppi alleati o colpire per prima. Se Washington interpreta ogni movimento iraniano come la preparazione di un attentato o di un attacco, potrebbe decidere un’azione preventiva. Il linguaggio apocalittico non paralizza sempre l’avversario; talvolta lo convince che non abbia più nulla da perdere.
Anche l’immagine di Meloni sulla “lista nera” richiede una risposta italiana seria, ma non isterica. Roma deve esigere chiarimenti attraverso i canali diplomatici, rafforzare la sicurezza e coordinarsi con gli alleati. Non dovrebbe però farsi trascinare in una gara di minacce o trasformare una provocazione giornalistica in una dichiarazione di guerra.
La fermezza non coincide con il volume della voce. Un Paese è autorevole quando dimostra di saper proteggere i propri rappresentanti senza abbandonare la razionalità che pretende dagli altri. La risposta più efficace alla propaganda di Teheran non sarebbe una contro-propaganda altrettanto brutale, ma la riaffermazione che l’Italia non accetta intimidazioni e, nello stesso tempo, lavora per impedire una nuova guerra regionale.
Il punto non è distribuire equidistanze morali. Un piano iraniano per assassinare Trump, qualora fosse confermato, sarebbe un atto criminale e potenzialmente bellico. Le immagini di Hamshari sono ignobili. Ma riconoscere la gravità della minaccia iraniana non obbliga ad approvare qualunque risposta americana.
La proporzionalità non è debolezza. È ciò che distingue la giustizia dalla vendetta, lo Stato dalla banda armata e la difesa dalla punizione collettiva.
Dietro l’espressione “mille missili” scompaiono gli iraniani comuni: famiglie, bambini, oppositori del regime, donne perseguitate, lavoratori, credenti di differenti confessioni e giovani che non hanno partecipato ad alcun complotto. Parlare di distruggere “ogni area” di un Paese significa cancellare la distinzione essenziale tra un apparato responsabile e una popolazione che troppo spesso ne subisce già le decisioni.
È il medesimo errore che la propaganda iraniana compie quando trasforma intere nazioni nei volti di alcuni leader e attribuisce loro una colpa collettiva. La disumanizzazione funziona sempre per semplificazione: dall’altra parte non vi sono più persone, ma bersagli; non cittadini, ma complici; non società complesse, ma territori da colpire.
La politica dovrebbe spezzare questa simmetria, non imitarla.
Occorrerebbe riaprire immediatamente canali riservati tra Washington e Teheran, coinvolgendo interlocutori capaci di comunicare con entrambe le parti. Servirebbero garanzie reciproche contro gli assassinii politici, meccanismi per verificare le informazioni di intelligence e una chiara delimitazione delle conseguenze di eventuali aggressioni.
Soprattutto, occorrerebbe restituire spazio al silenzio. In una crisi così grave non ogni informazione deve diventare un post, non ogni minaccia deve ricevere in poche ore una risposta pubblica e non ogni risposta deve essere più spettacolare della precedente. La diplomazia esiste anche per impedire ai governanti di diventare prigionieri delle parole pronunciate davanti alle proprie opinioni pubbliche.
La vicenda di queste ore mostra invece dirigenti che sembrano parlare soprattutto alle rispettive platee interne. Mojtaba Khamenei deve apparire custode dell’onore paterno e della continuità del regime. Trump deve mostrarsi invulnerabile, assoluto e capace di annientare chi lo minaccia. Ma la politica estera non può essere governata come una rappresentazione della virilità ferita.
Quando in gioco vi sono missili, basi militari, rotte energetiche e milioni di vite, la prima virtù di un leader non è sembrare terribile. È conservare la testa fredda.
Né Teheran né Washington, in queste ore, sembrano riuscirci. La lista nera iraniana e i mille missili americani appartengono allo stesso paesaggio mentale: quello nel quale l’avversario deve essere umiliato, la rappresaglia deve essere esemplare e ogni moderazione viene scambiata per resa.
È il paesaggio nel quale cominciano le escalation.
Occorre fermarsi prima che la vendetta annunciata da una parte e la devastazione promessa dall’altra diventino ordini operativi. Non per assolvere i responsabili, ma per impedire che la punizione di un crimine ne prepari uno infinitamente più grande.
La pace non consiste nel fingere che le minacce non esistano. Consiste nel neutralizzarle senza diventare simili a chi le pronuncia.
La “lista nera” pubblicata dal quotidiano iraniano Hamshari, con Giorgia Meloni in abiti da detenuta e Trump e Netanyahu raffigurati come bersagli, è una provocazione gravissima, aggravata dalle promesse di vendetta di Mojtaba Khamenei. Ma la minaccia di Trump di scatenare mille missili e “distruggere” l’Iran in caso di attentato contro di lui non restituisce sicurezza: alimenta la stessa logica della faida. La risposta a un complotto deve colpire i responsabili, non trasformare un intero popolo in ostaggio. Quando la politica smarrisce proporzione e lucidità, l’escalation non viene più decisa: accade.
