La Russia ha colpito Kiev con 68 missili e 351 droni, provocando decine di morti e mostrando ancora una volta la fragilità delle difese ucraine. Eppure, alla vigilia del vertice NATO di Ankara, si insiste sui presunti vantaggi tattici di Kiev, mentre gli alleati preparano altri 70 miliardi di euro di aiuti militari e l’Ucraina trasforma l’esperienza della guerra in un crescente mercato internazionale di droni e sistemi d’arma

La Russia sarebbe disperata. L’Ucraina starebbe ottenendo risultati sempre migliori. Vladimir Putin bombarderebbe Kiev perché incapace di prevalere sul campo. È questa la narrazione che accompagna il vertice NATO di Ankara, mentre sotto le macerie della capitale ucraina si contano i morti e le difese antiaeree ammettono di non avere intercettato nessuno dei missili balistici lanciati durante la notte.

Il bombardamento russo è stato enorme: 68 missili e 351 droni, con la capitale come obiettivo principale. Le autorità ucraine hanno denunciato almeno 22 vittime tra Kiev e la regione circostante. L’attacco ha inoltre messo in luce la grave carenza di intercettori Patriot: secondo l’Aeronautica ucraina, tutti i 29 missili balistici impiegati hanno raggiunto i loro obiettivi.

È difficile conciliare questi dati con l’immagine di una Russia ormai alle corde.

La parola consolatoria: “disperato”

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha definito Putin «sempre più disperato», sostenendo che negli ultimi mesi l’Ucraina avrebbe ottenuto risultati migliori della Russia.

Può darsi che Mosca abbia subito perdite elevate, rallentamenti e difficoltà economiche. La guerra russa è costosa, logorante e molto lontana dalla vittoria rapida immaginata nel febbraio 2022. Ma da questo non deriva automaticamente che la Russia sia prossima alla sconfitta o che l’Ucraina abbia conquistato una reale superiorità strategica.

La parola “disperato” svolge soprattutto una funzione politica. Serve a rassicurare le opinioni pubbliche occidentali: i sacrifici compiuti non sarebbero stati inutili, le armi consegnate avrebbero cambiato l’andamento della guerra e nuovi finanziamenti potrebbero produrre finalmente il risultato atteso.

È una parola necessaria soprattutto alla vigilia di un vertice nel quale gli alleati si preparano a discutere altri imponenti impegni finanziari.

La bozza della dichiarazione del summit di Ankara prevede infatti circa 70 miliardi di euro di sostegno militare all’Ucraina per il 2026, con l’intenzione di mantenere un livello almeno equivalente anche nel 2027. Gli Stati Uniti non dovrebbero partecipare direttamente al raggiungimento di questo obiettivo, lasciandone gran parte del peso agli alleati europei e al Canada.

Dire che Putin è disperato significa dunque affermare implicitamente che quei miliardi stanno funzionando.

La Russia non ha vinto, ma resta più forte

Riconoscere la superiorità materiale russa non significa approvarne l’invasione né prevederne necessariamente la vittoria. Significa partire dai rapporti di forza.

La Russia possiede una popolazione molto più numerosa, una profondità territoriale incomparabile, maggiori risorse energetiche, una produzione militare più ampia e la capacità di sostenere una guerra d’attrito per un periodo più lungo. Kiev dipende invece in misura decisiva dai finanziamenti, dalle munizioni, dall’intelligence e dai sistemi occidentali.

Le analisi militari continuano a segnalare vantaggi russi nella disponibilità di uomini, droni, munizioni e capacità industriale, pur rilevando perdite enormi e guadagni territoriali spesso limitati. Anche nel giugno 2026 le forze russe hanno continuato a registrare piccoli ma costanti avanzamenti territoriali.

Questa non è l’immagine di una potenza trionfante. Ma neppure quella di un esercito in dissoluzione.

La Russia può perdere decine di migliaia di uomini, incontrare difficoltà economiche e avanzare lentamente. Tuttavia continua a produrre missili, a lanciare centinaia di droni, a mantenere l’iniziativa in diversi settori del fronte e a colpire in profondità il territorio ucraino.

La guerra d’attrito non si misura soltanto nella brillantezza delle singole operazioni. Si misura nella capacità di sostituire gli uomini, ricostituire le scorte e sopportare il costo nel tempo. Su questo terreno Mosca conserva vantaggi strutturali.

Il bombardamento che contraddice la propaganda

La notte di Kiev è un fatto difficilmente conciliabile con la rappresentazione di una Russia militarmente esausta.

Mosca ha coordinato missili balistici, vettori da crociera, armi ipersoniche e centinaia di droni. Ha saturato le difese ucraine e ha sfruttato la carenza di intercettori occidentali. Gli stessi responsabili militari di Kiev hanno riconosciuto che nessuno dei 29 missili su traiettoria balistica è stato abbattuto.

Questo non dimostra che ogni obiettivo russo sia stato raggiunto né che la difesa ucraina sia inutile. Molti droni e missili da crociera sono stati neutralizzati. Dimostra però che la Russia conserva la capacità di organizzare attacchi complessi e costosi e che l’Ucraina non può difendersi senza un rifornimento continuo di munizioni occidentali.

Il messaggio lanciato da Mosca alla vigilia del vertice NATO non sembra allora quello di una potenza terrorizzata. È piuttosto una dimostrazione di forza e di resistenza: potete finanziare Kiev, ma noi possiamo continuare a colpirla; potete consegnare sistemi antimissile, ma noi possiamo saturarli; potete promettere sostegno per anni, ma dovrete continuare a pagarlo.

Il vantaggio tattico trasformato in vantaggio strategico

L’Ucraina ha certamente ottenuto successi tattici. Ha sviluppato droni efficienti, ha colpito raffinerie e infrastrutture russe, ha costretto Mosca a proteggere territori molto lontani dal fronte e ha introdotto innovazioni che gli eserciti occidentali stanno studiando con attenzione.

Ma un successo tattico non equivale a una superiorità strategica.

Colpire una raffineria a migliaia di chilometri dal confine può produrre danni economici e simbolici. Non significa però avere la capacità di riconquistare stabilmente i territori occupati o di spezzare l’apparato militare russo.

Il rischio è che si confondano due piani. Da un lato vi è la notevole capacità ucraina di innovare e di infliggere costi alla Russia. Dall’altro vi è il rapporto complessivo delle forze, che continua a essere favorevole a Mosca per dimensioni, produzione, uomini e profondità strategica.

Alla vigilia di Ankara, tuttavia, i successi tattici vengono presentati come prova di una svolta generale. La ragione è comprensibile: nessun governo vorrebbe chiedere nuovi miliardi ai propri contribuenti ammettendo che l’Ucraina resta in una posizione strutturalmente debole.

Il racconto necessario per ottenere altri aiuti

Le democrazie devono giustificare pubblicamente le proprie spese. Quando si chiedono decine di miliardi per una guerra che dura da oltre quattro anni, non basta richiamare l’aggressione russa. Occorre anche dimostrare che il denaro può produrre risultati.

Da qui nasce il racconto dell’Ucraina che avrebbe ritrovato l’iniziativa, della Russia sempre più affaticata e di Putin costretto a bombardare le città perché incapace di vincere sul campo.

Non è necessariamente una falsificazione completa. È una selezione dei fatti.

Si sottolineano le perdite russe, ma meno la crisi demografica e militare ucraina. Si celebrano gli attacchi in profondità di Kiev, ma si parla meno della dipendenza dagli intercettori occidentali. Si ricordano i progressi tecnologici ucraini, ma non sempre si spiega che la Russia ha imparato a sua volta, aumentando la produzione di droni e migliorando le tecniche di saturazione.

La propaganda più efficace non inventa tutto. Sceglie ciò che conviene mostrare.

La guerra come investimento industriale

Nel frattempo l’Ucraina non si presenta più soltanto come Paese beneficiario di armi e finanziamenti. Cerca di trasformarsi in fornitore di tecnologia militare.

Kiev punta a sottoscrivere entro la fine del 2026 accordi sui droni con almeno sette Paesi della NATO. Ha già concluso intese con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Azerbaigian, Lettonia e Lituania e sta discutendo collaborazioni con altri governi. L’obiettivo non è soltanto vendere velivoli, ma esportare un intero sistema: sensori, radar, stazioni terrestri, software e conoscenze operative maturate sul campo.

Il governo ucraino ha dichiarato che le esportazioni della propria industria militare potrebbero raggiungere nel 2026 diversi miliardi di dollari. Paesi europei, Stati Uniti e governi mediorientali sono interessati alla tecnologia sviluppata durante il conflitto.

La guerra diventa così anche una vetrina commerciale.

Ogni drone testato contro le difese russe, ogni sistema di disturbo elettronico, ogni intercettore economico e ogni piattaforma di comando acquistano un valore di mercato proprio perché sono stati sperimentati in una guerra reale.

L’Ucraina da assistita a venditrice

Non vi è nulla di scandaloso nel fatto che un Paese aggredito cerchi di sviluppare la propria industria bellica. L’Ucraina ha bisogno di produrre armi, ridurre la dipendenza dalle importazioni e finanziare la propria difesa.

Ma bisogna vedere anche il cambiamento politico ed economico che si sta producendo.

Kiev chiede all’Occidente denaro, sistemi antiaerei e munizioni, mentre contemporaneamente propone ai medesimi alleati joint venture, licenze, impianti produttivi e accordi tecnologici.

Il Paese passa così dalla posizione di beneficiario a quella di socio industriale. Non vende soltanto droni: vende l’esperienza accumulata nel più grande laboratorio bellico europeo dalla Seconda guerra mondiale.

La distinzione tra aiuto militare e investimento industriale diventa sempre più sottile.

Gli Stati occidentali finanziano l’Ucraina; le imprese ucraine sviluppano tecnologie grazie a quella guerra; gli stessi Stati acquistano poi sistemi e competenze ucraine. Si crea un circuito nel quale la solidarietà geopolitica, la necessità militare e il profitto industriale finiscono per alimentarsi reciprocamente.

La NATO come alleanza e come mercato

Il vertice di Ankara non sarà soltanto una riunione politica. Sarà accompagnato da un forum dell’industria della difesa e dall’annuncio di nuovi accordi nel settore militare. L’aumento della produzione bellica è uno dei temi centrali del summit.

La NATO nasce come alleanza difensiva, ma è anche uno spazio economico gigantesco. Ogni nuova soglia di spesa militare genera commesse, consorzi, investimenti, licenze e competizione tra industrie nazionali.

La guerra in Ucraina ha mostrato l’insufficienza delle scorte europee e ha offerto ai governi un argomento per aumentare stabilmente i bilanci della difesa. Il nuovo obiettivo del 5 per cento del prodotto interno lordo entro il 2035 comporterebbe un trasferimento enorme di risorse pubbliche verso il settore militare.

In questo sistema l’Ucraina non è più soltanto la vittima da proteggere. Diventa un attore economico capace di offrire ciò che molti eserciti europei non possiedono: tecnologie sperimentate quotidianamente contro un avversario avanzato.

La tragedia ucraina diventa competenza. La competenza diventa prodotto. Il prodotto diventa mercato.

Il business non cancella l’aggressione

Parlare del crescente mercato militare ucraino non significa attribuire a Kiev la responsabilità originaria della guerra. La Russia ha invaso l’Ucraina e continua a bombardarne le città. Questa responsabilità storica e giuridica resta incontestabile.

Ma riconoscere chi ha iniziato la guerra non obbliga a ignorare tutto ciò che la guerra ha successivamente prodotto: apparati industriali, interessi economici, nuove élite, società militari, reti di approvvigionamento e gruppi che hanno interesse alla prosecuzione delle commesse.

Le guerre possono essere insieme ingiuste e redditizie. Possono devastare una popolazione e creare opportunità per industrie, intermediari e governi.

L’Ucraina difende la propria sopravvivenza, ma nel farlo costruisce anche un settore industriale destinato a sopravvivere alla guerra. L’Occidente sostiene Kiev, ma attraverso quel sostegno rinnova i propri arsenali e apre nuovi mercati.

La morale pubblica parla di solidarietà. I contratti parlano di fatturato.

La pace difficile per chi ha costruito un’economia di guerra

Più il conflitto dura, più diventa difficile separare la necessità della difesa dagli interessi sorti intorno a essa.

La Russia ha trasformato vaste parti della propria economia in una macchina militare. L’Ucraina ha fatto della produzione di droni e dell’innovazione bellica una componente essenziale della propria sopravvivenza. L’Europa aumenta le spese e ricostruisce industrie che per decenni erano state ridimensionate.

Nessuno di questi elementi dimostra che i governi desiderino necessariamente una guerra eterna. Ma ogni economia di guerra genera inerzie. Impianti, posti di lavoro, investimenti e aspettative finanziarie non scompaiono quando comincia un negoziato.

La pace dovrà quindi affrontare non soltanto il problema dei territori e delle garanzie di sicurezza. Dovrà confrontarsi con sistemi economici che hanno imparato a vivere del conflitto.

Putin vuole davvero trattare?

Donald Trump sostiene che Putin voglia terminare la guerra. È possibile. Anche Mosca paga costi umani ed economici enormi.

Ma Putin probabilmente non vuole una fine qualsiasi. Vuole una conclusione che riconosca alla Russia un vantaggio territoriale, politico e strategico. I bombardamenti su Kiev servono anche a rafforzare quella posizione negoziale.

Chi arriva al tavolo dimostrando di poter ancora colpire cerca di trasformare la propria forza militare in concessioni diplomatiche.

La Russia non appare quindi terrorizzata dal summit NATO. Sembra piuttosto intenzionata a ricordare ai partecipanti che ogni promessa fatta a Kiev avrà un costo e che Mosca possiede ancora strumenti per aumentarlo.

La domanda che Ankara dovrebbe porsi

Il vertice NATO discuterà certamente di quanti missili, quanti droni e quanti miliardi consegnare all’Ucraina. Sarebbe però necessario porre anche un’altra domanda: qual è l’obiettivo politico finale?

Indebolire la Russia? Difendere il territorio ancora controllato da Kiev? Riconquistare tutte le regioni occupate? Preparare un negoziato? Integrare l’Ucraina nell’industria militare occidentale?

Senza una risposta, il sostegno rischia di trasformarsi in un meccanismo automatico: altri fondi perché quelli precedenti non sono bastati; altre armi perché la Russia continua ad attaccare; altre promesse perché ammettere un limite significherebbe riconoscere il fallimento della strategia.

Dire che l’Ucraina è in vantaggio può servire a giustificare nuovi aiuti. Ma una strategia non può fondarsi eternamente sulla necessità di dimostrare che il denaro già speso non sia stato sprecato.

Tra solidarietà e realismo

Aiutare un Paese aggredito è una scelta politicamente e moralmente comprensibile. Ma la solidarietà non deve impedire il realismo.

La Russia è ancora più forte dell’Ucraina sul piano strutturale. Kiev può ottenere successi importanti, ma dipende dall’Occidente. La guerra sta producendo un grande mercato militare nel quale l’Ucraina è ormai anche fornitrice. E il vertice di Ankara dovrà chiedere altri enormi sacrifici finanziari agli europei.

Questi fatti possono essere riconosciuti insieme.

Non è necessario scegliere tra la propaganda russa e quella occidentale. Si può condannare l’invasione senza descrivere Putin come un uomo ormai sconfitto. Si può sostenere l’Ucraina senza trasformare ogni suo successo tattico nell’annuncio di una vittoria strategica. Si può finanziare la difesa senza fingere che non esistano interessi industriali.

La verità non indebolisce una causa giusta. La propaganda, prima o poi, sì.

Le macerie di Kiev non raccontano una Russia disperata. Raccontano una Russia ancora capace di produrre, coordinare e lanciare centinaia di armi contro una capitale europea. Alla vigilia del vertice NATO di Ankara, la rappresentazione di un’Ucraina in vantaggio serve a convincere gli alleati che altri 70 miliardi non saranno denaro perduto. Intanto Kiev trasforma la propria esperienza bellica in contratti, impianti e “drone deals”, entrando da protagonista nel mercato mondiale degli armamenti. L’Ucraina resta il Paese aggredito e la Russia l’aggressore. Ma questa verità non obbliga a credere che Mosca sia sul punto di crollare, né che la guerra sia soltanto sacrificio e solidarietà. Intorno a essa cresce ormai un’economia potente, nella quale le bombe distruggono le città e, nello stesso momento, aprono mercati.