Mentre la Procura di Roma indaga, Itamar Ben-Gvir ha trasformato il porto di Ashdod in un comizio.

C’è una legge politica non scritta che governa certe democrazie malate: il grado di condanna internazionale è direttamente proporzionale al consenso interno. Più il mondo insorge, più l’elettorato si compatta. Itamar Ben-Gvir conosce questa legge a memoria, e da essa trae il suo metodo.

Il video che ha diffuso sui propri canali social — attivisti della Flotilla inginocchiati nel porto di Ashdod, mani legate dietro la schiena, agenti che li deridono — non è stato un errore di comunicazione. Non è nemmeno la scoria di un eccesso d’orgoglio nazionalista. È un atto deliberato, studiato, redditizio. Una campagna elettorale travestita da brutalità di Stato.

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano sa esattamente cosa fa quando pubblica quelle immagini. Sa che Mike Huckabee le definirà “spregevoli”. Sa che le cancellerie europee convocheranno ambasciatori. Sa che la procura di Roma aprirà un fascicolo e iscriverà il suo nome nel registro degli indagati per sequestro di persona e torture. Sa tutto questo, e lo fa ugualmente — anzi, proprio per questo. Perché ogni condanna che arriva da fuori si traduce, dentro, in punti percentuali. Il giornale Maariv pubblica i sondaggi: Otzma Yehudit, il partito nazionalista e messianico di cui Ben-Gvir è leader, sale da sei a otto seggi. Il porto di Ashdod ha reso.

Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome: questo è il populismo della crudeltà. Non si tratta di ideologia in senso proprio, né di coerenza programmatica. Si tratta di un calcolo. Gli attivisti umanitari inginocchiati non sono, agli occhi di Ben-Gvir, esseri umani da tutelare nel quadro del diritto internazionale. Sono un’occasione. Oggetti di scena in un teatro politico dove il pubblico da conquistare non è il mondo, ma quella fetta di elettorato israeliano che vuole vedere il nemico umiliato, ridotto a numero — il 147, il 164 — prima di essere deportato su voli charter verso Istanbul.

Eppure sarebbe sbagliato isolare Ben-Gvir come un’anomalia del sistema. Egli è, piuttosto, la sua espressione più coerente. Benjamin Netanyahu lo sa: senza i suoi voti la coalizione non regge, senza la sua copertura a destra il governo cade. E così il premier che ha dovuto censurare il ministro — “i veri valori di Israele”, ha detto, senza spendere una sola parola sulle ossa rotte degli attivisti — è lo stesso che ha bisogno di lui per la prossima legislatura, la stessa che gli consentirà di disertare ancora le udienze dei tre processi per corruzione in cui è imputato. La dipendenza è reciproca e simbiotica: Netanyahu garantisce l’impunità, Ben-Gvir garantisce i numeri. Il porto di Ashdod è il prezzo.

La storia europea conosce questo schema. Lo conosce bene. Sa come certe retoriche, alimentate dall’umiliazione pubblica del nemico designato, costruiscano un consenso che si nutre di sé stesso, che ha bisogno, per sopravvivere, di nuove umiliazioni. Il problema non è Ben-Gvir: il problema è il sistema che lo tiene in vita e che lui, a sua volta, tiene in vita. Netanyahu non può liberarsi di lui; Ben-Gvir non può esistere senza Netanyahu. È una trappola che ha le sembianze di un governo.

La procura di Roma ha aperto un fascicolo. L’Europa valuta sanzioni. Il diritto internazionale esiste, faticosamente, e a volte si applica. Ma la giustizia formale non risolve la domanda politica più urgente: come si smonta un consenso che prospera sul disprezzo? Come si risponde a un comizio che si fa con i corpi degli altri?

San Francesco, che ben sapeva cosa fosse il nemico da abbracciare invece di umiliare, avrebbe detto che ogni gesto di violenza degrada prima chi lo compie che chi lo subisce. C’è una fotografia, nel porto di Ashdod, che ritrae uomini in ginocchio. Ma la schiavitù morale, in quella fotografia, appartiene a chi li ha messi lì.