Le parole di Gänswein, il fantasma di Summorum Pontificume l’equivoco ecclesiologico di una liturgia trasformata in diritto identitario

La pazienza della Chiesa verso quanti non sono riusciti ad accogliere pienamente la riforma liturgica è stata materna e doverosa. Ma un’eccezione pastorale non può essere elevata a principio ecclesiologico, né una concessione destinata a guarire una ferita può trasformarsi nel diritto permanente di abitare una Chiesa parallela. Due Messali concorrenti, due calendari, due lezionari e due universi celebrativi dentro l’unico rito romano non producono pace: istituzionalizzano la divisione.

Le dichiarazioni dell’arcivescovo Georg Gänswein sulla necessità di revocare le restrizioni alla liturgia anteriore alla riforma del Vaticano II contengono un’affermazione che dovrebbe far sobbalzare non soltanto i liturgisti, ma ogni ecclesiologo: il Messale precedente avrebbe dovuto ricevere «pieni diritti», essere «rivitalizzato» e ritrovare stabilmente il proprio posto nella vita ordinaria della Chiesa.

Pieni diritti?

È precisamente questo il problema. Un conto è riconoscere con carità pastorale la difficoltà di sacerdoti e fedeli formatisi per decenni con i libri liturgici precedenti. Un conto è accompagnare chi non è riuscito, per età, sensibilità o storia personale, ad adattarsi alla riforma. Un conto è tollerare temporaneamente una forma precedente per evitare traumi, abbandoni e lacerazioni. Altro è attribuire a quella concessione il carattere di un diritto liturgico permanente. Altro è pretendere che nella medesima Chiesa, nello stesso rito romano, convivano indefinitamente due Messali, due ordinamenti delle letture, due calendari, due concezioni della partecipazione, due discipline rituali e, inevitabilmente, due differenti immaginari ecclesiologici. No. Non va bene.

Non perché il Messale precedente sia privo di santità, bellezza o venerabilità. Non perché ciò che la Chiesa ha celebrato per secoli debba essere disprezzato. Ma perché la liturgia non è una collezione di oggetti sacri dalla quale ogni gruppo possa scegliere il proprio ambiente simbolico. È l’atto pubblico della Chiesa, la sua fede celebrata, la manifestazione sacramentale della sua unità.

La lex orandi non può diventare una lex optandi: una legge delle preferenze.

La Chiesa non è un condominio rituale

Il punto non è il latino.

La liturgia riformata può e deve essere celebrata in latino. Il canto gregoriano non è stato abolito. L’orientamento verso Dio, il silenzio, l’adorazione, la dignità rituale e il senso del sacro non appartengono in esclusiva al Messale del 1962. Presentare la controversia come uno scontro tra chi ama la bellezza e chi vuole banalizzare il culto è una caricatura propagandistica.

La questione è ecclesiologica.

Può la Chiesa latina avere ordinariamente due forme concorrenti dello stesso rito, non come residuo storico circoscritto, ma come opzioni equivalenti e stabilmente disponibili?

La risposta non può essere affidata al gusto.

Due forme rituali così profondamente differenti non rimangono a lungo due semplici modalità espressive. Producono comunità separate, seminari informali, associazioni parallele, sistemi di autorità simbolica, linguaggi teologici distinti. Producono fedeli che non si riconoscono nella celebrazione ordinaria della propria diocesi e sacerdoti che considerano il Messale promulgato dopo il Concilio una soluzione inferiore, impoverita o provvisoria.

Il risultato non è la riconciliazione. È una Chiesa dentro la Chiesa.

Si potrà continuare a ripetere che si tratta dello stesso rito. Ma quando cambiano stabilmente il calendario, il lezionario, l’ordinamento rituale, le orazioni, la concezione della partecipazione e il rapporto tra presbiterio e assemblea, l’affermazione rischia di diventare una finzione giuridica imposta alla realtà.

Benedetto XVI, con Summorum Pontificum, definì il Messale di Paolo VI forma ordinaria e quello precedente forma straordinaria dell’unico rito romano. Fu un tentativo generoso di pacificazione, nato anche dalla ferita lefebvriana e dal desiderio di impedire che l’antica liturgia diventasse il vessillo di una separazione.

Ma un provvedimento pontificio può essere pastoralmente generoso e, nello stesso tempo, produrre conseguenze diverse da quelle sperate.

La storia successiva ha mostrato che la cosiddetta forma straordinaria non è sempre rimasta straordinaria. In alcuni ambienti è diventata il centro di una contro-identità ecclesiale: non una concessione ricevuta con gratitudine, ma il segno visibile di una resistenza; non un ponte verso la comunione, ma una frontiera dietro la quale organizzare il dissenso.

Non tutti coloro che frequentano la liturgia antica sono anticonciliari. È un’affermazione ovvia. Ma è altrettanto ideologico sostenere che il problema sia stato inventato da nemici della tradizione.

Non occorre che ogni fedele tradizionalista neghi formalmente il Vaticano II. È sufficiente che intorno al vecchio Messale si costruisca un ambiente nel quale la riforma liturgica sia sistematicamente descritta come decadenza, rottura, impoverimento o cedimento al protestantesimo.

La divisione ecclesiale non nasce soltanto dalle dichiarazioni dottrinali. Nasce anche dagli ecosistemi.

La misericordia non crea ordinamenti paralleli

La Chiesa è stata paziente. Ha concesso indulti, facoltà, istituti personali, commissioni, accompagnamenti e discipline particolari. Lo ha fatto da madre, non da notaio incaricato di registrare diritti concorrenti.

La maternità ecclesiale sa tollerare una situazione imperfetta per non spezzare la canna incrinata. Ma la tolleranza non trasforma automaticamente l’imperfezione in modello.

Un ospedale da campo non diventa una città permanente. Una stampella non viene dichiarata una seconda forma ordinaria del camminare. Un’eccezione concessa per guarire una frattura non può diventare il fondamento giuridico di un pluralismo rituale illimitato.

È qui che le affermazioni di Gänswein risultano ecclesiologicamente deboli. L’arcivescovo sembra leggere la questione quasi esclusivamente attraverso il dolore personale di Benedetto XVI e attraverso i risultati pastorali attribuiti a Summorum Pontificum. Ma la memoria privata di un Papa, riferita dal suo segretario, non costituisce una categoria teologica, né può diventare uno strumento per giudicare il governo del suo successore.

Il «dolore nel cuore» di Benedetto merita rispetto. Non è però una fonte del diritto liturgico.

E soprattutto non può essere utilizzato come un argomento postumo contro un atto pontificio successivo. Benedetto XVI non è un antipapa emerito da convocare ogni volta che si vuole mettere sotto accusa Francesco. Il suo pensiero non può essere sequestrato e trasformato in tribunale permanente del pontificato seguente.

Mons. Gänswein afferma che Francesco avrebbe commesso un errore «senza rendersene conto». È una formula sorprendentemente paternalistica. Un nunzio apostolico non si limita a criticare prudentemente gli effetti di una norma: attribuisce a un Pontefice una sorta di inconsapevolezza nell’esercizio del proprio governo.

Ma chi stabilisce che Francesco non si rendesse conto? L’ex segretario del predecessore? Un circuito giornalistico nostalgico? I gruppi che desiderano il ritorno a Summorum Pontificum?

La critica teologica alle decisioni disciplinari è possibile. La loro mitizzazione o demonizzazione, no. Presentare Benedetto come il Papa della pace liturgica e Francesco come colui che l’avrebbe distrutta significa ridurre una questione ecclesiale complessa a un racconto di innocenti e colpevoli.

È agiografia politica, non ecclesiologia.

L’unità della lex orandi

Traditionis custodes ha stabilito che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Vaticano II, costituiscono «l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano». Non ha dichiarato eretica la liturgia precedente, né ha cancellato la storia della Chiesa. Ha riaffermato che una riforma promulgata dall’autorità suprema deve diventare realmente la forma comune della celebrazione ecclesiale.

Questa affermazione viene spesso descritta come brutale. È invece ecclesiologicamente lineare.

La riforma liturgica non è il prodotto privato di Paolo VI. Scaturisce dal Concilio, dall’esercizio del Magistero e dall’autorità del Pontefice sulla disciplina sacramentale della Chiesa latina. La sua legittimità non può essere sospesa indefinitamente dal dissenso estetico o dalla preferenza personale.

Una riforma può essere migliorata. Gli abusi devono essere corretti. Le traduzioni possono essere riviste. La formazione liturgica deve essere approfondita. La banalità, l’improvvisazione e il protagonismo clericale vanno combattuti senza esitazioni… Ma tutto questo deve avvenire all’interno della liturgia riformata, non accanto a essa, costruendo una riserva rituale nella quale rifugiarsi.

La vera battaglia liturgica non consiste nel tornare al 1962. Consiste nel celebrare il Messale vigente in modo cattolico: con dignità, silenzio, canto, fedeltà alle rubriche, orientamento teocentrico, autentica partecipazione e coscienza del sacrificio eucaristico.

Il fatto che in molte parrocchie questo non avvenga non rende necessaria una seconda liturgia. Rende urgente una seria riforma della prassi celebrativa.

Non si risponde a una liturgia riformata male ripristinando un ordinamento precedente. Si risponde celebrando bene la liturgia della Chiesa.

Il pellegrinaggio non è un Concilio

Gänswein cita i giovani e il pellegrinaggio Parigi-Chartres come prova del successo della liturgia antica. Ma i numeri di un pellegrinaggio, per quanto significativi, non costituiscono un criterio ecclesiologico.

Anche i movimenti settari possono mobilitare giovani. Anche le identità oppositive possono produrre entusiasmo, disciplina e appartenenza. Anche la nostalgia può presentarsi con un volto giovane. La giovinezza anagrafica non garantisce la maturità ecclesiale. Non basta che migliaia di giovani camminino, cantino in latino e partecipino con devozione per concludere che un determinato regime liturgico debba ricevere piena cittadinanza normativa. Occorre chiedere quale rapporto essi abbiano con la Chiesa locale, con il vescovo, con il Concilio, con la liturgia riformata e con il resto del popolo di Dio. Il cattolicesimo non si misura dall’intensità identitaria di un gruppo. La Chiesa non è la somma delle tribù più motivate. La liturgia non è il premio assegnato alla minoranza meglio organizzata.

Una fonte militante travestita da cronaca

Anche la fonte dell’articolo merita una parola chiara.

Il testo diffuso dal National Catholic Register non è un documento della Santa Sede, né una nota ufficiale, né un’analisi teologica sottoposta a verifica accademica. È un articolo di Edward Pentin che rilancia un’intervista concessa a un quotidiano italiano, selezionando e organizzando le dichiarazioni di Gänswein entro una cornice favorevole alla revoca di Traditionis custodes.

Il National Catholic Register non è un osservatore neutrale del conflitto liturgico, ma parte di un grande sistema mediatico confessionale statunitense con una riconoscibile linea conservatrice. Ciò non rende automaticamente false le notizie pubblicate. Rende però indispensabile leggerle per ciò che sono: prodotti editoriali orientati, non bollettini imparziali.

Nell’articolo, l’impostazione appare evidente già dal lessico: Traditionis custodes è presentato come una «battuta d’arresto»; Summorum Pontificum come una pace da restaurare; le restrizioni come il problema; la liberalizzazione come la soluzione. L’ipotesi che la convivenza dei due Messali abbia prodotto divisioni non viene seriamente esaminata. È presupposto soltanto ciò che si vuole dimostrare: liberalizzare pacifica, limitare divide.

Ma potrebbe essere vero il contrario.

La liberalizzazione può aver dato una forma stabile alla divisione, mentre la limitazione può mirare, pur con inevitabili sofferenze, a ricondurre la celebrazione eucaristica all’unità rituale della Chiesa.

Il pezzo inoltre attribuisce grande rilievo a un presunto sondaggio episcopale che avrebbe smentito le motivazioni di Francesco, ma la ricostruzione deriva da documenti diffusi giornalisticamente e non da una pubblicazione ufficiale integrale del Dicastero competente. Lo stesso articolo non può trasformare una divulgazione parziale in verdetto definitivo sul discernimento del Papa.

Questa non è informazione disinteressata. È attivismo liturgico confezionato come cronaca. È una campagna che utilizza l’autorevolezza affettiva di Benedetto XVI, la voce del suo ex segretario, il fascino dei giovani pellegrini e il trauma delle decisioni lefebvriane per spingere Leone XIV verso una precisa scelta di governo.

Legittimo avere una linea editoriale. Meno legittimo presentarla come se fosse la voce naturale della Tradizione cattolica.

Il paradosso di Gänswein

L’arcivescovo definisce giustamente «orribile» la decisione lefebvriana di procedere a consacrazioni episcopali senza mandato pontificio e afferma che quella concezione della tradizione non è autentica Tradizione. Ma subito dopo propone di ampliare nuovamente lo spazio simbolico attorno al quale il mondo tradizionalista ha costruito la propria identità separata.

Qui emerge il paradosso.

Si condanna lo scisma canonico, ma si sottovaluta il separatismo liturgico che può precederlo e alimentarlo. Si difende l’autorità del Papa sulle consacrazioni episcopali, ma si contesta duramente la sua autorità nel disciplinare i libri liturgici. Si afferma che la liturgia non è il vero problema della Fraternità San Pio X, dimenticando che la liturgia è diventata da decenni il principale dispositivo simbolico attraverso il quale quella Fraternità rappresenta se stessa come custode della vera Chiesa.

La questione lefebvriana non si riduce al Messale. Certamente. Ma senza il Messale usato come bandiera, come frontiera e come criterio di ortodossia, il fenomeno non avrebbe avuto la medesima capacità di attrazione.

Una Chiesa, un altare, una norma comune

La Chiesa cattolica può comprendere le fragilità. Può accompagnare le resistenze. Può concedere eccezioni limitate. Può tollerare, per il bene delle anime, ciò che non può proporre come modello.

Ma non deve istituzionalizzare la nostalgia.

Non può riconoscere come diritto permanente la scelta di sottrarsi alla forma liturgica promulgata dalla propria autorità. Non può avere due Messali concorrenti dello stesso rito come se fossero due preferenze equivalenti. Perché dietro i due Messali emergono presto due ecclesiologie: una Chiesa che riceve il Concilio e la riforma; un’altra che li tollera con riserva, aspettando forse che passino.

Una Chiesa che celebra il proprio presente nella continuità della Tradizione; un’altra che identifica la Tradizione con la forma rituale fissata al 1962. Una Chiesa reale e una Chiesa immaginata.

La liturgia non appartiene al Papa come proprietà privata, ma al Papa compete disciplinarla come custode dell’unità. Non appartiene neppure ai gruppi, ai sacerdoti o alle generazioni che vi hanno legato la propria biografia spirituale.

Appartiene alla Chiesa.

E proprio perché appartiene alla Chiesa, non può diventare il territorio sul quale ognuno pianta la bandiera della propria idea di cattolicesimo.

La pazienza pastorale è cristiana. La duplicazione ecclesiologica non lo è. La madre accoglie il figlio che fatica a camminare con il resto della famiglia. Non costruisce per lui una seconda casa e non chiama unità la distanza tra i due edifici.

Perciò no: non è «giunto il momento» di restituire pieni diritti a un ordinamento liturgico parallelo. È giunto il momento di celebrare finalmente con fedeltà, sacralità e bellezza il Messale della Chiesa. È giunto il momento di correggere gli abusi senza mitizzare il passato. È giunto il momento di smettere di usare Benedetto contro Francesco e la liturgia contro il Concilio. È giunto il momento di comprendere che la pace liturgica non consiste nel lasciare due eserciti sulle rispettive posizioni. Consiste nel tornare a celebrare come un solo popolo, attorno a un solo altare, sotto la guida di un solo episcopato, nella comunione con un solo Pietro.

La Chiesa è stata madre paziente con quanti hanno faticato ad accogliere la riforma liturgica. Ma una concessione pastorale non può diventare il diritto permanente di edificare una comunità parallela. L’appello di Gänswein, amplificato da una fonte militante come il National Catholic Register, confonde la pace con la duplicazione e la Tradizione con la permanenza indefinita di un ordinamento superato. Due Messali concorrenti non rafforzano l’unità del rito romano: ne rendono visibile la frattura.