La Giunta per le autorizzazioni della Camera nega alla Procura di Roma l’acquisizione delle conversazioni tra il deputato di Fratelli d’Italia e Mauro Caroccia. Delmastro non è indagato, ma resta una questione politica: la tutela della funzione parlamentare può trasformarsi nella protezione di materiale utile a un’inchiesta sulla criminalità organizzata?

Le chat restano chiuse. La maggioranza di centrodestra nella Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio ha respinto la richiesta della Procura di Roma di acquisire le conversazioni tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, ristoratore condannato definitivamente per intestazione fittizia di beni aggravata dall’agevolazione mafiosa. La decisione non conclude la vicenda, perché dovrà pronunciarsi l’Aula della Camera, ma ha già provocato la protesta del Movimento 5 Stelle e una nuova domanda sulla qualità delle istituzioni: l’immunità tutela il Parlamento oppure protegge il parlamentare dalla trasparenza?

Le chat non parlano. O, più precisamente, non possono ancora essere fatte parlare dai magistrati.

La Giunta per le autorizzazioni della Camera ha negato alla Procura di Roma il permesso di acquisire le conversazioni tra Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Mauro Caroccia, il ristoratore coinvolto nella vicenda di Bisteccherie d’Italia.

La maggioranza ha votato a favore della proposta del relatore Pietro Pittalis, esponente di Forza Italia. Le opposizioni hanno votato contro. La decisione definitiva spetterà ora all’Aula di Montecitorio. La discussione è stata annunciata per il 30 luglio.

Il caso ha immediatamente prodotto una protesta al Senato, dove i parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno occupato i banchi del governo mostrando cartelli con la scritta «Fuori le chat». La seduta è stata sospesa. È un gesto parlamentare fortemente simbolico, forse persino teatrale, ma pone una questione che non può essere liquidata come semplice propaganda di opposizione.

Occorre innanzitutto evitare un equivoco. Delmastro, secondo quanto precisato dalla stessa Procura, non è indagato nel procedimento nell’ambito del quale sono state richieste le conversazioni. L’inchiesta riguarda Mauro Caroccia e la figlia Miriam, già socia di Delmastro nella società che gestiva il ristorante.

Non siamo dunque davanti a un’autorizzazione a procedere contro un parlamentare. Quella forma generale di immunità è stata eliminata dalla riforma costituzionale del 1993. Siamo davanti a una richiesta più circoscritta: l’autorizzazione ad acquisire la corrispondenza di un deputato.

L’articolo 68 della Costituzione stabilisce infatti che, senza il consenso della Camera di appartenenza, un parlamentare non possa essere sottoposto a intercettazioni né al sequestro della corrispondenza. È una prerogativa pensata per difendere la libertà della funzione parlamentare dalle indebite interferenze degli altri poteri dello Stato.

Il principio è serio e non può essere deriso. Un Parlamento privo di garanzie sarebbe esposto al rischio di indagini intimidatorie, controlli politici mascherati da iniziative giudiziarie e acquisizioni indiscriminate di relazioni riservate. La libertà del mandato parlamentare non appartiene al singolo deputato come privilegio personale: appartiene all’istituzione e, attraverso di essa, agli elettori.

Proprio per questo, però, quella garanzia deve essere utilizzata con rigore. Quando diventa automatica, corporativa o subordinata agli interessi della maggioranza, smette di apparire come una tutela costituzionale e comincia ad assumere il volto dello scudo politico.

Il relatore Pittalis ha motivato il diniego contestando la genericità della richiesta della Procura, la mancanza di una delimitazione temporale e l’insufficiente dimostrazione dell’impossibilità di ricorrere a strumenti investigativi meno invasivi. Secondo questa lettura, l’acquisizione richiesta dai magistrati avrebbe una portata eccessivamente esplorativa, simile a una ricerca documentale “a strascico”.

Sono obiezioni che meritano di essere esaminate. Nessuna Procura dovrebbe poter entrare indiscriminatamente nell’intera vita digitale di un cittadino, tanto meno di un parlamentare, sulla base di una richiesta vaga o sproporzionata.

Ma proprio qui comincia il problema politico.

La Procura sostiene che quelle conversazioni siano essenziali per comprendere alcuni passaggi dell’inchiesta sugli interessi economici gravitanti intorno alla società. Il telefono sul quale sarebbero presenti i messaggi è già stato sequestrato a Caroccia. Ciò che manca è il permesso di utilizzare la parte della corrispondenza riguardante il parlamentare.

Il paradosso è evidente: il deputato non è indagato, ma proprio la sua qualità di parlamentare rende inaccessibili conversazioni che potrebbero essere rilevanti per accertare le eventuali responsabilità di altri.

A questo punto la domanda non può essere soltanto formale. Bisogna domandarsi se la richiesta dei magistrati fosse davvero irrimediabilmente generica oppure se la Giunta avrebbe potuto circoscriverla, indicando un periodo determinato, specifici interlocutori o precisi argomenti di ricerca.

Tra l’apertura indiscriminata di un telefono e il rifiuto totale esistono infatti soluzioni intermedie. Si può autorizzare un’acquisizione selettiva. Si possono delimitare le date. Si possono escludere le comunicazioni manifestamente estranee. Si può garantire che un giudice controlli la selezione del materiale.

Il Parlamento non era necessariamente obbligato a scegliere tra la consegna di tutto e la consegna di nulla.

È questa rigidità a rendere politicamente sospetto il voto della maggioranza. Il centrodestra afferma di avere difeso la Costituzione; le opposizioni denunciano invece la costruzione di uno “scudificio” destinato a proteggere gli esponenti governativi ogni volta che un’indagine si avvicina al loro ambiente politico.

Non è possibile stabilire la fondatezza di un’accusa penale sulla base di un sospetto politico. Sarebbe altrettanto scorretto sostenere che la mancata autorizzazione dimostri automaticamente l’esistenza di qualcosa da nascondere. Le chat potrebbero contenere elementi rilevanti, fatti insignificanti, conversazioni perfettamente lecite o informazioni del tutto estranee all’inchiesta.

Ma è proprio questo il punto: senza poterle esaminare secondo regole rigorose, nessuno può saperlo.

La tutela costituzionale della corrispondenza non dovrebbe diventare una presunzione di irrilevanza del suo contenuto. Spetta ai magistrati cercare le prove; spetta al Parlamento impedire gli abusi, non sostituirsi agli investigatori nella valutazione preventiva di ciò che potrebbe emergere.

La vicenda assume poi un peso simbolico particolare perché si colloca pochi giorni dopo le commemorazioni di Paolo Borsellino. Giorgia Meloni e la sua maggioranza rivendicano frequentemente una cultura della legalità e una netta opposizione alle organizzazioni mafiose. È dunque inevitabile che ogni ostacolo posto a un’inchiesta collegata agli interessi di un clan venga misurato con maggiore severità.

Citare Borsellino obbliga. Non può essere soltanto un esercizio commemorativo, una fotografia davanti a una corona di fiori o una formula pronunciata nell’anniversario di via D’Amelio. Significa accettare che le istituzioni siano trasparenti soprattutto quando la trasparenza è politicamente scomoda.

Anche l’opposizione, tuttavia, dovrebbe evitare scorciatoie retoriche. Dire che il governo “aiuta la mafia” è un’accusa enorme, che non può essere ricavata automaticamente da una controversa decisione parlamentare. Contestare uno scudo politico è legittimo; trasformare il dissenso procedurale in una sentenza morale definitiva rischia di indebolire la stessa denuncia.

La questione più profonda riguarda il rapporto tra rappresentanza politica e giurisdizione.

Le immunità democratiche non furono pensate per costruire una casta di intoccabili. Furono create per impedire che un potere potesse neutralizzarne un altro. Servono a proteggere il parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni, non a garantire l’inviolabilità di ogni suo rapporto privato, economico o societario.

Quando la prerogativa costituzionale viene applicata a conversazioni estranee all’attività parlamentare, il confine diventa sottile. Da una parte vi è la necessità di difendere la riservatezza e l’autonomia politica del deputato. Dall’altra vi è il principio di uguaglianza davanti alla legge e il diritto della collettività a conoscere la verità su vicende che lambiscono la criminalità organizzata.

È in quel confine che si misura la maturità di una democrazia.

Il centrodestra aveva la possibilità di mostrare che garantismo e trasparenza possono convivere: non autorizzando una pesca indiscriminata, ma permettendo un’acquisizione delimitata, controllata e proporzionata. Ha scelto invece il diniego.

Ora la decisione passa all’Aula. E sarà difficile convincere l’opinione pubblica che la protezione integrale delle chat fosse l’unico modo possibile per proteggere il Parlamento.

L’immunità parlamentare è una garanzia della democrazia finché difende la libertà della funzione politica. Quando impedisce persino l’acquisizione selettiva di conversazioni ritenute utili a un’indagine sulla criminalità organizzata, rischia di trasformarsi in qualcos’altro: non più uno scudo per l’istituzione, ma una porta chiusa davanti alla ricerca della verità. Delmastro non è indagato e questo va detto con chiarezza. Ma proprio per tale ragione la trasparenza avrebbe potuto proteggerlo più efficacemente di qualsiasi immunità.