L’emendamento che consentirebbe la reiscrizione dei sanitari radiati durante la pandemia apre una frattura nel centrodestra e riaccende un conflitto mai sopito. Il nodo non riguarda solo il Covid, ma il rapporto tra autonomia della scienza e decisione politica.
Ci sono leggi che disciplinano una professione e leggi che raccontano un’epoca. L’emendamento che consentirebbe il reintegro dei sanitari radiati per aver sostenuto posizioni antiscientifiche durante la pandemia appartiene alla seconda categoria. Perché non riguarda soltanto una decina di persone. Riguarda il modo in cui uno Stato decide di fare i conti con la propria memoria.
La politica non può riscrivere la scienza
A distanza di anni dalla pandemia, l’Italia continua a fare i conti con le sue ferite. Non soltanto quelle lasciate dal virus, ma anche quelle provocate dalla polarizzazione politica, dalla sfiducia nelle istituzioni e dalla trasformazione della medicina in terreno di scontro ideologico. È in questo clima che nasce l’emendamento inserito nella legge sulle professioni sanitarie che consentirebbe ai sanitari radiati durante l’emergenza Covid di chiedere la reiscrizione all’albo.
Formalmente la questione riguarda poche persone. Nella sostanza riguarda molto di più.
Il primo elemento che colpisce è l’imbarazzo della stessa maggioranza. L’iniziativa, sostenuta da Fratelli d’Italia, ha provocato reazioni critiche non solo dalle opposizioni e dagli Ordini professionali, ma anche all’interno della coalizione di governo. Forza Italia, tradizionalmente favorevole alla campagna vaccinale, si trova stretta tra la disciplina di maggioranza e una cultura politica diversa da quella di chi, negli ultimi anni, ha cercato consenso anche nell’elettorato più diffidente verso i vaccini.
Sul tavolo pesa soprattutto il Quirinale.
Secondo numerose ricostruzioni, dal Colle sarebbero già stati chiesti chiarimenti al Ministero della Salute, segnale di una particolare attenzione verso una norma destinata a incidere sull’autonomia degli Ordini professionali e sul delicato equilibrio tra potere legislativo e responsabilità disciplinare. Non si tratta di un conflitto politico, ma istituzionale. Il Presidente della Repubblica non entra nel merito delle scelte parlamentari; vigila però sulla loro coerenza costituzionale e ordinamentale.
Ed è proprio qui che nasce il vero interrogativo.
Può la politica modificare ex post decisioni disciplinari adottate dagli Ordini professionali sulla base delle regole vigenti al momento dei fatti?
La risposta non può essere affidata alla convenienza del momento.
Gli Ordini professionali non sono organismi politici. Esistono per garantire la qualità dell’esercizio delle professioni e la tutela dei cittadini. Se ogni cambio di maggioranza parlamentare potesse riabilitare categorie sanzionate secondo criteri deontologici, verrebbe meno il principio stesso dell’autonomia ordinistica.
Il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, ha posto inoltre una questione pratica spesso trascurata. La legge sulle professioni sanitarie contiene disposizioni di grande rilievo, come la stabilizzazione dello scudo penale limitato alla colpa grave e nuovi criteri di valutazione della responsabilità professionale. Bloccare o rallentare una riforma strutturale per una norma destinata a pochissimi casi rischia di sacrificare l’interesse generale a favore di una battaglia simbolica.
È difficile non vedere, infatti, il carattere eminentemente politico dell’emendamento.
Non nasce da una necessità organizzativa del Servizio sanitario nazionale, né da una carenza di personale che non potrebbe essere affrontata con gli strumenti già previsti dalla legislazione vigente, la quale consente già, decorso un determinato periodo, di chiedere una nuova valutazione per l’eventuale reiscrizione.
Durante la pandemia, infatti, il rifiuto dell’obbligo vaccinale non comportava la radiazione dall’albo, bensì la sospensione temporanea dall’esercizio della professione, misura destinata a cessare con il venir meno dell’obbligo. La radiazione è un provvedimento disciplinare molto più severo e definitivo, adottato dagli Ordini professionali per violazioni ritenute incompatibili con l’esercizio della professione.
Per questo motivo i casi di sanitari contrari ai vaccini arrivati alla radiazione sono stati estremamente limitati e, secondo quanto emerso in questi anni, sono generalmente collegati non al semplice rifiuto della vaccinazione, ma a comportamenti successivi: persistente insubordinazione verso gli Ordini professionali, violazioni deontologiche, campagne pubbliche di disinformazione sanitaria, attivismo mediatico contro le disposizioni sanitarie o reiterata diffusione di tesi ritenute incompatibili con le evidenze scientifiche.
Oggi chi viene radiato può chiedere la reiscrizione soltanto dopo cinque anni, dimostrando una condotta irreprensibile e rivolgendosi al proprio Ordine professionale. L’emendamento elimina alcuni di questi passaggi: non richiama il termine quinquennale, non menziona il requisito della condotta irreprensibile e attribuisce la valutazione direttamente alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie (CCEPS), anziché al Consiglio dell’Ordine competente.
Non si tratta, dunque, di una riabilitazione automatica, come è stato spesso detto. La domanda dovrebbe comunque essere valutata e accolta. Tuttavia la procedura diventerebbe significativamente più favorevole rispetto a quella oggi prevista dall’ordinamento.
Resta però aperta la questione di principio.
Per questo il provvedimento assume inevitabilmente il significato di una riabilitazione politica.
Da qui anche le durissime parole dell’infettivologo Matteo Bassetti, che ha definito l’iniziativa «uno sputo in faccia ai morti di Covid», chiedendo a Fratelli d’Italia una posizione chiara sul valore delle vaccinazioni. Toni aspri, certamente, ma che fotografano il livello dello scontro.
Il rischio, però, è un altro.
Continuare a leggere ogni scelta sanitaria con le categorie dell’appartenenza politica impedisce al Paese di elaborare davvero ciò che è accaduto durante la pandemia. Gli errori commessi nella gestione dell’emergenza sono stati molti e riguardano governi, istituzioni, comunità scientifica e sistema sanitario. Ma una cosa è discutere criticamente decisioni politiche adottate in una situazione eccezionale; altra cosa è mettere in discussione il principio secondo cui le professioni sanitarie devono fondarsi sulle migliori evidenze scientifiche disponibili.
La scienza non è infallibile.
Corregge continuamente se stessa. Cambia protocolli, aggiorna conoscenze, modifica raccomandazioni. Ma proprio perché è fallibile ha bisogno di metodo, verifica e responsabilità. La politica, invece, vive di consenso. Quando pretende di sostituirsi ai criteri scientifici o deontologici, rischia di trasformare la salute pubblica in materia elettorale.
È questa la vera lezione che il Covid dovrebbe averci lasciato.
Una democrazia matura non chiede alla scienza di essere perfetta, ma pretende che le decisioni siano prese secondo regole trasparenti, controllabili e fondate sulle conoscenze disponibili in quel momento storico.
Le pandemie finiscono. Le polemiche politiche anche. Le istituzioni, invece, restano. E con esse deve restare un principio semplice ma decisivo: la medicina può dialogare con la politica, ma non può diventarne una dipendenza. Quando il Parlamento interviene sulle regole della deontologia professionale per ragioni prevalentemente simboliche o identitarie, il rischio non è soltanto quello di riaprire le ferite del Covid. È quello di indebolire il confine che separa il consenso dalla competenza, l’opinione dalla responsabilità, la politica dalla scienza.
