La morte di Abderrahim Fakir non può essere ridotta a uno scontro ideologico tra chi difende sempre la polizia e chi la condanna comunque. È una domanda rivolta allo Stato di diritto: quando un uomo è sotto la custodia delle istituzioni, chi risponde della sua vita?
C’è un momento, nei video che raccontano gli ultimi minuti di Abderrahim Fakir, che dovrebbe inquietare tutti, indipendentemente dalle idee politiche. Non è il momento dell’immobilizzazione. Non è quello dello spray urticante. Non è neppure l’istante in cui il suo corpo smette di reagire. È il momento in cui un uomo continua a ripetere «aiuto», «basta», e nessuno interrompe ciò che sta accadendo.
Le immagini sono ormai patrimonio dell’opinione pubblica. Ma un filmato, da solo, non è una sentenza. Le responsabilità individuali spettano alla magistratura, che dovrà ricostruire con rigore la dinamica, valutare le perizie medico-legali, esaminare le bodycam, ascoltare i testimoni e verificare se le procedure operative siano state rispettate. Sarebbe un errore trasformare un’inchiesta ancora aperta in un processo mediatico.
Allo stesso tempo, però, sarebbe altrettanto grave rifugiarsi dietro il principio della presunzione d’innocenza per evitare ogni interrogativo. Perché esiste una verità che precede quella giudiziaria: Abderrahim Fakir è morto mentre era nelle mani dello Stato.
È questo il nodo della questione.
Lo Stato detiene il monopolio legittimo della forza proprio perché quella forza è sottoposta a limiti rigorosi. Ogni agente di polizia affronta quotidianamente situazioni difficili, spesso imprevedibili e rischiose. Chi indossa una divisa merita rispetto, tutela e gratitudine. Ma proprio per questo ogni intervento deve essere accompagnato da formazione, proporzionalità e controllo. La credibilità delle forze dell’ordine non si difende occultando gli errori, bensì accertandoli.
Le nuove linee guida del Viminale, diffuse pochi mesi fa, sembrano muoversi proprio in questa direzione: limitare il più possibile la posizione prona, evitare la compressione prolungata del torace, ridurre il tempo della contenzione fisica, ricorrere rapidamente all’assistenza sanitaria. Se queste indicazioni siano state rispettate sarà materia dell’indagine. Ma il fatto stesso che quelle prescrizioni esistano dimostra che il rischio era già noto.
Le dichiarazioni di autorevoli esponenti dell’emergenza sanitaria aggiungono ulteriori interrogativi. Secondo alcuni specialisti, una sedazione farmacologica tempestiva e la presenza immediata di un medico avrebbero potuto cambiare l’esito della vicenda. Altri richiamano la necessità di protocolli condivisi tra polizia e sistema sanitario per la gestione delle crisi psicomotorie. Anche su questo serviranno accertamenti, non slogan.
Purtroppo la politica ha imboccato quasi subito la strada opposta.
Da una parte c’è chi ha evocato George Floyd prima ancora che fossero disponibili gli elementi essenziali dell’indagine; dall’altra chi ha concentrato il dibattito esclusivamente sugli scontri di piazza e sulla difesa corporativa delle forze dell’ordine. Due narrazioni speculari che finiscono entrambe per allontanarsi dal punto centrale.
La morte di un uomo non dovrebbe diventare il carburante di una guerra culturale.
Le devastazioni e le aggressioni contro gli agenti durante le manifestazioni di Bologna meritano una condanna senza ambiguità. Attaccare la polizia significa colpire lo Stato democratico. Ma, con la stessa chiarezza, la ricerca della verità sulla morte di Fakir non costituisce un attacco alla polizia. È il contrario: è un atto di fiducia nelle istituzioni, perché solo istituzioni trasparenti possono pretendere autorevolezza.
Anche il dibattito sul cosiddetto “scudo penale” rischia di essere affrontato in modo ideologico. Le modifiche introdotte dal recente decreto sicurezza hanno cambiato le modalità dell’iscrizione procedimentale degli operatori coinvolti, ma non eliminano il controllo giudiziario. Sarà la magistratura a stabilire se esistano responsabilità. È essenziale, tuttavia, che tale controllo sia percepito come indipendente e credibile, perché la fiducia dei cittadini si fonda anche sull’apparenza di imparzialità.
Forse il caso Fakir evidenzia un problema più profondo della sola responsabilità individuale: la preparazione ad affrontare persone in evidente crisi psichiatrica o psicomotoria. Sempre più spesso gli agenti si trovano a gestire situazioni che richiederebbero competenze sanitarie, psicologiche e operative integrate. Pretendere che il solo strumento della coercizione risolva emergenze di questo tipo significa caricare la polizia di un compito che appartiene anche al sistema sanitario.
Ogni morte in custodia dello Stato lascia una ferita nella coscienza democratica. Non perché ogni agente sia colpevole. Ma perché ogni istituzione è chiamata a dimostrare che la forza pubblica resta sempre subordinata al diritto.
Abderrahim Fakir aveva certamente una storia personale, con fragilità. Ma nessuna biografia può trasformarsi in una giustificazione preventiva della morte. In uno Stato di diritto la pena non coincide mai con la perdita della vita durante un fermo.
Alla fine resta quella parola, pronunciata più volte e rimasta senza risposta: «Aiuto».
È il grido di un uomo. Ma è anche la domanda che oggi interpella l’intera Repubblica. Perché la forza dello Stato non si misura dalla capacità di immobilizzare un cittadino, bensì da quella di custodirne la vita, anche quando è difficile farlo.
