L’America di Trump ha istituito un nuovo White House Faith Office affidato a Paula White. Non è la prima volta che la Casa Bianca crea organismi per dialogare con le comunità religiose. Ma la scelta della telepredicatrice della prosperità rivela una trasformazione più profonda: la religione rischia di diventare un marchio identitario, una piattaforma di consenso e persino un mercato.
La notizia merita di essere osservata senza sarcasmo e senza ingenuità. Donald Trump non ha inventato il rapporto tra Casa Bianca e religione. Gli Stati Uniti conoscono da decenni uffici, commissioni e organismi destinati a mantenere un dialogo con le comunità religiose e le organizzazioni caritative fondate sulla fede. Già George W. Bush aveva creato l’Office of Faith-Based and Community Initiatives, poi riformulato da Barack Obama e successivamente modificato dalle amministrazioni successive. La collaborazione tra istituzioni pubbliche e realtà religiose è dunque una tradizione consolidata della vita americana.
Tuttavia il nuovo White House Faith Office, istituito da Trump nel febbraio 2025 e affidato alla sua storica consigliera spirituale Paula White-Cain, possiede caratteristiche che vanno oltre la semplice continuità amministrativa. L’ordine esecutivo attribuisce all’ufficio il compito di favorire i rapporti con organizzazioni religiose, difendere la libertà religiosa e promuovere iniziative sociali svolte da chiese e comunità di fede.
Fin qui nulla di straordinario.
La vera domanda riguarda la figura scelta per incarnare questa missione.
Paula White non è una teologa nel senso classico del termine. Non appartiene alla tradizione accademica cattolica, ortodossa o protestante storica. È una delle personalità più note del vasto universo delle megachiese evangeliche americane, protagonista di trasmissioni televisive, raccolte fondi, eventi motivazionali e predicazioni legate a quella corrente generalmente definita “teologia della prosperità”. Una visione secondo cui la benedizione divina si manifesta spesso nel successo economico, nella salute e nella realizzazione personale.
Si tratta di una dottrina che suscita forti riserve non soltanto nel cattolicesimo, ma anche in ampi settori del protestantesimo evangelico tradizionale. Molti pastori conservatori la considerano una deformazione del cristianesimo, perché rischia di sostituire la croce con il successo e il sacrificio con la performance. Non a caso anche diversi ambienti evangelici americani hanno guardato con diffidenza alla nomina di White.
Eppure sarebbe un errore liquidare il fenomeno come una semplice eccentricità americana.
Per comprendere Paula White occorre comprendere l’evoluzione del cristianesimo statunitense negli ultimi quarant’anni. La televisione prima, internet poi, hanno trasformato molti predicatori in figure mediatiche globali. Il pulpito è diventato studio televisivo. La comunità locale si è trasformata in audience. Il fedele in spettatore. La donazione in modello di business. Non sempre, naturalmente. Esistono migliaia di chiese evangeliche che svolgono un’opera autentica di assistenza, formazione e solidarietà. Ma accanto a questa realtà si è sviluppata una vera e propria industria religiosa.
L’America è il Paese che ha inventato il marketing politico moderno, ma anche il marketing religioso moderno.
La fede, in alcuni casi, viene presentata con gli strumenti del coaching motivazionale, della crescita personale e della cultura imprenditoriale. Dio non è più soltanto il Signore della storia; diventa il garante del successo individuale. La conversione assomiglia a un investimento. La testimonianza a una strategia di comunicazione. La benedizione a un indicatore di performance.
È qui che la fotografia dello Studio Ovale assume un significato simbolico.
Trump appare seduto al centro, circondato da predicatori, cantanti, consulenti spirituali, personalità televisive e influencer religiosi. La scena richiama volutamente un’immagine sacra. Ma la sua forza non deriva dalla profondità teologica. Deriva dalla potenza comunicativa.
È la religione trasformata in immagine.
Non è un caso che molti dei protagonisti di quella fotografia appartengano al mondo della comunicazione religiosa più che a quello della riflessione teologica. Podcast, canali televisivi, eventi di massa, conferenze motivazionali, tour internazionali, raccolte fondi e programmi digitali costituiscono il loro habitat naturale.
La questione allora non è se siano sinceramente credenti. Sarebbe impossibile e ingiusto giudicarlo.
La questione è un’altra: quale idea di fede viene proposta quando la religione entra nella Casa Bianca attraverso figure che devono gran parte della loro notorietà ai meccanismi della comunicazione di massa?
Alexis de Tocqueville, osservando l’America dell’Ottocento, aveva intuito che la religione era una delle grandi forze morali della democrazia americana. Ma la sua ammirazione nasceva da una caratteristica precisa: le Chiese influenzavano la società senza confondersi con il potere politico. Formavano le coscienze senza diventare strumenti elettorali. La loro forza derivava dalla libertà e non dalla vicinanza al presidente.
L’America di Trump sembra muoversi in una direzione diversa. La religione non viene più presentata soltanto come sorgente di valori morali. Diventa un elemento identitario, un segnale di appartenenza culturale e politica. Lo dimostrano non soltanto il Faith Office, ma anche la task force contro il presunto pregiudizio anticristiano e le iniziative che insistono sulle radici cristiane della nazione americana.
Naturalmente il cristianesimo fa parte della storia degli Stati Uniti. Negarlo sarebbe assurdo. Ma un conto è riconoscere una tradizione religiosa, altro è trasformarla in una piattaforma politica permanente.
Il rischio non è la presenza della fede nello spazio pubblico. Quella esiste da sempre. Il rischio è la sua spettacolarizzazione.
Quando la religione viene misurata in termini di visibilità, audience, raccolta fondi, influenza politica e accesso al potere, diventa difficile distinguere il profeta dall’imprenditore, il pastore dal consulente, il ministero dalla strategia di comunicazione.
Paula White non è il problema. È il sintomo.
Il sintomo di una trasformazione che attraversa una parte significativa del cristianesimo contemporaneo, soprattutto nel mondo occidentale: la tendenza a sostituire la profondità con la notorietà, la santità con il successo, la testimonianza con il branding.
Per questo la domanda più interessante non riguarda i compiti del nuovo ufficio. Riguarda la natura stessa della fede che esso intende rappresentare.
La religione è una via verso il trascendente o una risorsa politica? È una comunità di credenti o una rete di influenza? È una ricerca della verità o un segmento del mercato culturale?
Sono interrogativi che non riguardano soltanto l’America.
Perché la tentazione di trasformare il sacro in business, il pulpito in palcoscenico e la fede in marchio commerciale non conosce confini confessionali né geografici.
L’Ufficio della Fede esiste davvero e continuerà probabilmente a operare come punto di contatto tra la Casa Bianca e le comunità religiose. Ma il nodo non è amministrativo. È culturale. Una fede autentica può certamente influenzare la politica; il problema nasce quando la politica, la comunicazione e il mercato imparano a usare la fede come uno dei loro prodotti più redditizi. In quel momento il rischio non è la secolarizzazione. È qualcosa di più sottile: la commercializzazione del sacro.
