La morte di Rajwinder Sidhu Singh ha aperto una finestra su un sistema nel quale il lavoratore, la legge e perfino la terra sembrano avere valore soltanto finché producono profitto. A Laterza l’inchiesta ipotizza caporalato, violazioni della sicurezza e disastro ambientale: tre volti della medesima economia dello scarto.
Rajwinder Sidhu Singh morì il 26 maggio 2024, a trentotto anni, nelle campagne di Laterza. All’ospedale di Castellaneta il suo datore di lavoro avrebbe inizialmente parlato di un malore, ma gli accertamenti avrebbero raccontato un’altra storia: un gravissimo trauma toraco-addominale, una caduta da una pala caricatrice dopo l’urto contro una barriera di cemento, un mezzo vecchio e privo di adeguati sistemi di ritenuta, un uomo senza abilitazione alla guida e, secondo l’accusa, impiegato in nero in condizioni di pesante sfruttamento. Già nel luglio 2024 la Procura di Taranto indagava l’imprenditore Giovanni Giannico per omicidio colposo e caporalato; oggi l’inchiesta si è allargata e ha condotto all’arresto cautelare dello stesso imprenditore e del figlio Carlo, fermo restando che responsabilità e contestazioni dovranno essere provate nel processo.
La morte di Singh non appare più, nella prospettiva degli investigatori, come un incidente isolato. È diventata la crepa attraverso la quale si intravede un’intera organizzazione del lavoro. I carabinieri parlano di un modello elevato a sistema, orientato alla massimizzazione del profitto attraverso salari inferiori ai tre euro l’ora, giornate di dieci o dodici ore, lavoro nero, assenza di formazione, sorveglianza sanitaria insufficiente e violazioni ripetute delle norme sulla sicurezza. Non un’eccezione marginale, dunque, ma una forma d’impresa fondata sull’idea che il costo umano possa essere abbassato fino quasi a scomparire.
È questa la parola decisiva: scomparire. Il bracciante irregolare scompare dalle buste paga, dai registri, dalla previdenza, dalle statistiche degli infortuni e spesso perfino dalla geografia morale del territorio. Esiste quando raccoglie, trasporta, pulisce o guida un mezzo; torna invisibile quando reclama un diritto o quando si fa male. La clandestinità, in questo meccanismo, non è soltanto una condizione amministrativa: diventa una risorsa economica. Chi teme un controllo, un’espulsione o la perdita dell’alloggio accetta più facilmente un salario indegno, un turno interminabile, una macchina non sicura. L’irregolarità che la politica proclama di voler combattere viene così utilizzata da una parte dell’economia come strumento di disciplina.
Singh, secondo la ricostruzione accusatoria, aveva assunto molto alcol prima dell’incidente. Anche questo elemento dovrà essere valutato con rigore, ma non può diventare una scorciatoia morale. L’alcol non rende conforme un mezzo privo di cinture, non sostituisce l’abilitazione professionale, non cancella il dovere di vigilanza e non trasforma un lavoratore irregolare in un corpo disponibile. Anzi, se una persona in condizioni alterate viene lasciata salire su una pala meccanica obsoleta e pericolosa, la vulnerabilità individuale si somma a quella prodotta dall’organizzazione del lavoro. La sicurezza non serve a proteggere soltanto l’operaio perfetto, sobrio, formato e impeccabile; serve precisamente a impedire che una fragilità prevedibile diventi una morte.
La vicenda di Laterza arriva appena due mesi dopo l’uccisione di Bakari Sako, il bracciante maliano assassinato nel Tarantino nel maggio 2026 da un gruppo di giovani, alcuni dei quali minorenni. Sono storie diverse: nel caso di Sako l’accusa riguarda un’aggressione brutale; in quello di Singh un incidente sul lavoro inserito, secondo gli inquirenti, in un sistema di sfruttamento. Ma entrambe rivelano la stessa svalutazione della vita migrante. Sako venne accerchiato e ucciso mentre si recava al lavoro; Singh sarebbe stato impiegato senza tutele e poi presentato inizialmente come vittima di un semplice malore. In entrambi i casi il bracciante entra nella cronaca soltanto quando muore.
Il caporalato non è infatti un residuo arcaico sopravvissuto nelle campagne più arretrate. È una componente moderna di filiere che chiedono tempi rapidi, prezzi bassi e disponibilità continua della manodopera. Il caporale può essere l’intermediario violento che recluta all’alba, ma il sistema vive anche di aziende, trasporti, alloggi, documenti, silenzi e domanda commerciale. Il pomodoro, l’uva o il latte acquistati a prezzi impossibili incorporano spesso costi che non sono scomparsi: sono stati trasferiti sul corpo di qualcuno.
Per questa ragione arrestare il singolo imprenditore, quando le accuse vengono provate, è necessario ma non sufficiente. Occorre risalire la filiera, verificare chi compra, a quali prezzi, con quali tempi di consegna e con quali controlli. Ogni volta che la grande distribuzione o l’industria alimentare impongono prezzi incompatibili con salari e sicurezza dignitosi, si crea uno spazio nel quale l’illegalità può presentarsi come l’unico modo di rimanere sul mercato. Ciò non attenua la responsabilità di chi sfrutta; impedisce però di raccontare il caporalato come una devianza individuale, separata dall’economia rispettabile.
L’inchiesta di Laterza aggiunge poi un elemento che rende il quadro ancora più eloquente. Secondo la Procura, le stesse strutture aziendali avrebbero realizzato un sistema abusivo di canali, vasche e tubazioni per scaricare i reflui zootecnici fuori dalle aree autorizzate, all’interno del Parco regionale Terra delle Gravine. I droni avrebbero individuato un lago artificiale lungo circa centoventi metri, alimentato da liquami non trattati e chiuso da una diga abusiva; le analisi avrebbero rilevato fosforo, metalli e altri contaminanti oltre i limiti, mentre a valle sarebbe stata allestita una discarica di circa ventunmila metri quadrati. La bonifica è stata stimata in circa 1,6 milioni di euro. Anche queste sono, allo stato, contestazioni accusatorie da verificare, ma la loro struttura simbolica è già impressionante.
L’uomo e l’ambiente vengono trattati nello stesso modo. Il bracciante assorbe il rischio sociale; la gravina assorbe il rifiuto industriale. Al primo si scaricano bassi salari, precarietà e pericolo; nella seconda si scaricano liquami, fosforo e metalli. È la medesima logica: ciò che non serve più alla produzione viene spinto fuori dal campo visibile. Il lavoratore senza contratto e il canale abusivo appartengono alla stessa contabilità occulta.
Non è casuale che tutto questo avvenga in un’area protetta. Il Parco Terra delle Gravine, istituito nel 2005 e considerato il più esteso parco regionale della Puglia, tutela un sistema di gole carsiche, habitat e specie di grande valore naturalistico. La presenza di vincoli, tuttavia, non garantisce da sola la protezione. Come nel lavoro, anche nell’ambiente la norma vale soltanto quando qualcuno controlla, dispone di mezzi, incrocia i dati e interviene prima che il danno assuma dimensioni enormi.
La domanda allora non riguarda soltanto ciò che sarebbe accaduto nell’azienda dei Giannico. Riguarda ciò che non è stato visto per anni. Com’è possibile che lavoratori in nero, mezzi obsoleti, reflui eccedenti la capacità delle strutture autorizzate, tubazioni clandestine e un bacino artificiale di quelle dimensioni possano svilupparsi senza una reazione tempestiva? Gli imprenditori eventualmente responsabili non operano nel vuoto. Attorno a loro esistono Comuni, Asl, ispettorati, enti parco, servizi veterinari, forze di polizia, organizzazioni agricole e committenti. Quando un sistema illegale dura, il problema non è sempre la mancanza di norme; spesso è la frammentazione dei controlli e l’abitudine a non unire indizi che, osservati separatamente, sembrano minori.
L’Italia dispone dal 2016 di una legge contro il caporalato che ha rafforzato l’articolo 603-bis del Codice penale e ampliato la responsabilità anche al datore di lavoro che sfrutta direttamente. Gli indici sono noti: retribuzioni palesemente difformi, orari e riposi violati, inosservanza delle norme di sicurezza, condizioni degradanti. Nel caso descritto dagli investigatori di Taranto, quegli indicatori sarebbero stati presenti quasi tutti. Il punto, dunque, non è invocare ogni volta una nuova legge dopo il funerale. È rendere effettiva quella esistente attraverso ispettori sufficienti, banche dati comunicanti, protezione dei denuncianti, trasporti regolari e alloggi dignitosi.
Per un bracciante straniero denunciare significa spesso perdere simultaneamente lavoro, salario, casa e possibilità di rimanere nel Paese. Chiedergli eroismo individuale, senza offrirgli una via sicura di emersione, equivale a proteggere il sistema che si dichiara di voler combattere. Servono permessi di soggiorno realmente accessibili per chi collabora con la giustizia, sportelli mobili nelle campagne, assistenza linguistica e controlli che non si limitino a punire l’irregolare insieme allo sfruttatore.
Rajwinder Sidhu Singh non deve diventare soltanto il nome posto all’inizio di un fascicolo giudiziario. La sua morte costringe a guardare ciò che normalmente resta nascosto sotto il paesaggio ordinato dell’agricoltura italiana: uomini pagati meno di un caffè all’ora, mezzi che non dovrebbero circolare, rifiuti bruciati o interrati, liquami scaricati oltre una diga improvvisata. Il “made in Italy” alimentare può essere davvero un’eccellenza soltanto quando la qualità del prodotto comprende anche la dignità di chi lo realizza e la salute della terra da cui proviene.
A Laterza, secondo l’accusa, lo stesso modello avrebbe consumato un uomo e avvelenato un territorio: il bracciante trattato come manodopera usa e getta, la gravina come recipiente del rifiuto. Il caporalato non è una macchia ai margini dell’agricoltura italiana; è il prezzo nascosto di un profitto che diventa massimo soltanto quando qualcuno, o qualcosa, viene reso invisibile.
