Il vertice della Nato riunirà nuovamente la presidente del Consiglio e il capo della Casa Bianca dopo lo scontro sulla fotografia del G7. Ma il vero nodo non è la riconciliazione personale: è stabilire se Roma possieda ancora una politica estera autonoma o continui a dipendere dagli umori del presidente americano.
Ad Ankara non sarà importante osservare chi saluterà per primo, quanto durerà una stretta di mano o se Donald Trump concederà a Giorgia Meloni qualche minuto lontano dalle telecamere. Dopo aver raccontato che la premier italiana gli avrebbe implorato una fotografia, il presidente degli Stati Uniti ha dimostrato quanto sia fragile una diplomazia costruita sulla presunta confidenza personale. L’Italia non deve ricucire un’amicizia offesa: deve difendere i propri interessi senza trasformare l’alleanza atlantica in una relazione di sudditanza.
Giorgia Meloni e Donald Trump si ritroveranno nello stesso salone, attorno allo stesso tavolo e, il 7 luglio, alla stessa cena. Il vertice della Nato di Ankara riunirà i capi di Stato e di governo dei trentadue Paesi membri il 7 e l’8 luglio, in un’Alleanza attraversata da tensioni sulla spesa militare, sulla presenza americana in Europa, sulla guerra contro l’Iran e sul sostegno all’Ucraina.
Non sappiamo se tra Trump e Meloni vi sarà un incontro bilaterale formale. Sappiamo però che, nella diplomazia contemporanea, bastano un corridoio, una cena o una fotografia per costruire una narrazione politica. Ed è proprio una fotografia ad aver incrinato la relazione che per mesi era stata presentata come il principale capitale internazionale della presidente del Consiglio.
Trump ha sostenuto che Meloni gli avrebbe chiesto insistentemente uno scatto durante il G7, aggiungendo di averla accontentata perché provava pena per lei. La premier ha reagito accusandolo di avere inventato tutto e ricordando che né lei né l’Italia mendicano considerazione. Lo scontro ha segnato il deterioramento di un rapporto che aveva costituito uno dei pilastri della strategia internazionale del governo italiano.
Ad Ankara, dunque, non si incontreranno semplicemente due alleati. Si confronteranno il presidente che pretende fedeltà personale e la premier che aveva investito politicamente sulla capacità di parlargli.
La trappola dell’amicizia personale
Meloni aveva creduto di poter trasformare la vicinanza ideologica con Trump in un vantaggio nazionale. Mentre molti governi europei lo consideravano imprevedibile, Roma si proponeva come ponte: conservatrice quanto bastava per essere ascoltata dalla Casa Bianca, europea quanto necessario per rassicurare Bruxelles.
La formula sembrava conveniente. La premier veniva descritta come l’interlocutrice europea capace di comprendere Trump, contenerne gli eccessi e tradurne le richieste agli altri governi. Ma un ponte è utile soltanto se le due sponde lo riconoscono. Quando una delle due lo utilizza come passerella personale, il mediatore rischia di diventare una comparsa.
La vicenda della fotografia ha rivelato la natura asimmetrica del rapporto. Trump non considera la vicinanza politica un vincolo di lealtà reciproca. La considera una forma di riconoscimento dovuto alla propria persona. Finché Meloni appariva disponibile a confermarne la centralità, era una “grande leader”. Quando ha preso le distanze dalla guerra contro l’Iran, ha difeso il Papa dagli attacchi presidenziali e ha rivendicato i limiti all’impiego delle basi italiane, è diventata l’alleata da umiliare pubblicamente.
Non è soltanto maleducazione diplomatica. È un metodo politico: premiare la deferenza e punire l’autonomia.
Per questo un nuovo incontro non dovrebbe essere cercato come riparazione sentimentale. Un presidente del Consiglio italiano non deve ottenere il perdono del capo della Casa Bianca. Deve chiarire che l’amicizia tra Stati non dipende dagli elogi, dalle fotografie o dalle suscettibilità di chi temporaneamente li governa.
Il conto della Nato
Il vertice di Ankara sarà dominato dalla questione della spesa militare. Gli alleati europei hanno assunto l’obiettivo di destinare entro il 2035 il 5 per cento del prodotto interno lordo alla difesa e alla sicurezza: il 3,5 per cento alle capacità militari vere e proprie e un ulteriore 1,5 per cento a infrastrutture e sicurezza più ampiamente intese. È un traguardo che incontra ostacoli politici e finanziari in numerosi Paesi europei.
Meloni porterà ad Ankara la cifra del 2,8 per cento per il 2026. L’aumento non deriva però soltanto da nuovi sistemi d’arma: Roma intende includere nel conteggio attività legate alla sicurezza interna e altre voci ammesse dai criteri dell’Alleanza. La contabilità può migliorare rapidamente; le capacità operative richiedono invece programmazione industriale, personale, munizioni e investimenti di lungo periodo.
Trump leggerà probabilmente quel 2,8 per cento come insufficiente. Il governo italiano dovrà invece spiegarlo a un Paese nel quale sanità, istruzione, salari e infrastrutture civili sono già sottoposti a forti pressioni.
È qui che termina la diplomazia dei sorrisi e comincia la responsabilità politica. La sicurezza costa, soprattutto in un continente minacciato dalla Russia e dipendente per decenni dalla protezione americana. Ma una percentuale imposta come simbolo di obbedienza non costituisce automaticamente una strategia.
Spendere di più può essere necessario. Spendere bene è indispensabile. Comprare in fretta materiale americano per soddisfare Trump non equivale a rafforzare l’autonomia europea. Potrebbe, al contrario, consolidare la dipendenza industriale che l’Europa sostiene di voler superare.
Il rischio del ricatto americano
Sul vertice pesa anche l’incertezza riguardo alla futura presenza militare degli Stati Uniti in Europa. Washington ha già avviato riduzioni e trasferimenti di capacità, chiedendo agli alleati europei di assumere una quota maggiore della propria difesa. I vertici della Nato sostengono che gli europei abbiano colmato quasi tutte le lacune aperte dalle riduzioni americane, ma alcune capacità strategiche restano difficilmente sostituibili.
L’Italia ospita basi, comandi e infrastrutture americane essenziali per il Mediterraneo, il Medio Oriente e il fianco meridionale dell’Alleanza. Un ridimensionamento non avrebbe soltanto conseguenze militari, ma investirebbe territori, economie locali e relazioni internazionali.
Trump utilizza questa dipendenza come leva. Il messaggio è semplice: chi non spende quanto Washington pretende non può considerare garantita la protezione statunitense.
L’Europa ha commesso l’errore di considerare eterna la tutela americana; Trump commette quello opposto, trattando l’Alleanza come un contratto assicurativo nel quale il servizio è proporzionato al premio versato. La Nato, invece, nasce da un interesse strategico comune. Gli Stati Uniti non hanno difeso l’Europa per beneficenza: hanno costruito attraverso l’Alleanza la propria profondità geopolitica, mantenuto basi avanzate e consolidato la leadership occidentale.
Roma dovrebbe ricordarlo senza antiamericanismo, ma anche senza complessi d’inferiorità.
L’Ucraina e la prudenza italiana
Il secondo grande banco di prova sarà l’Ucraina. La dichiarazione preparata per Ankara prevede circa 70 miliardi di euro di sostegno militare nel 2026 e almeno un livello equivalente nel 2027. Si tratta di un impegno politicamente rilevante, concepito per garantire prevedibilità a Kiev mentre il contributo americano diventa meno sicuro.
Il governo italiano non intende bloccare l’accordo, ma insiste sul carattere volontario dei contributi e appare orientato a privilegiare il sostegno energetico e civile. Roma ha inoltre escluso di partecipare al programma PURL, attraverso il quale gli alleati finanziano l’acquisto di armamenti statunitensi destinati all’Ucraina.
Questa posizione non deve essere confusa con un abbandono di Kiev. L’Italia ha prorogato per il 2026 il quadro giuridico degli aiuti militari e ha già consegnato dodici pacchetti, comprendenti sistemi di difesa antiaerea. Tuttavia, le divisioni nella maggioranza e la crescente fatica dell’opinione pubblica rendono politicamente difficile annunciare nuovi invii.
La prudenza è legittima, purché non diventi ambiguità. Non si può proclamare il sostegno all’Ucraina nelle dichiarazioni internazionali e poi lasciare agli altri alleati l’intero onere materiale. Ma non è neppure ragionevole misurare la solidarietà soltanto attraverso il numero delle armi acquistate negli Stati Uniti.
Il governo dovrebbe dire con chiarezza quale sostegno è disposto a garantire, per quanto tempo e con quali finalità politiche. La pace non si prepara ripetendo indefinitamente la parola “negoziato”, ma neppure accumulando armamenti senza definire una prospettiva diplomatica.
La Turchia e il fianco meridionale
Prima del vertice, Meloni ha parlato con Recep Tayyip Erdoğan. Ankara e Roma intendono rafforzare la cooperazione industriale nella difesa, mentre il governo italiano insiste sull’importanza del fianco meridionale della Nato: Mediterraneo, Libia, migrazioni, energia, Sahel e instabilità mediorientale.
L’accordo tra Leonardo e la turca Baykar nel settore dei droni mostra che esiste uno spazio di cooperazione industriale capace di sottrarsi alla rigida alternativa tra dipendenza americana e autosufficienza irrealistica. La collaborazione con Ankara presenta problemi politici evidenti, ma testimonia che la sicurezza europea può essere costruita anche attraverso alleanze industriali diversificate.
È questo il dossier che l’Italia dovrebbe portare con maggiore decisione al summit. Per Roma, la sicurezza non comincia soltanto al confine orientale della Polonia. Comincia anche nel Mediterraneo, nelle rotte energetiche, nel collasso degli Stati africani, nella stabilità della Libia e nella libertà di navigazione.
L’Italia non può accettare una Nato che consideri strategica ogni minaccia proveniente da est e marginale ogni crisi che raggiunge l’Europa da sud.
La dignità non è una fotografia
Lo scontro con Trump può rappresentare per Meloni una sconfitta oppure un’occasione.
È una sconfitta se la premier cercherà di recuperare la benevolenza del presidente americano attraverso nuove concessioni, una fotografia riconciliatrice o un linguaggio più indulgente. Confermerebbe così che l’Italia aveva investito non nel rapporto con gli Stati Uniti, ma nel rapporto personale con Trump.
Può diventare un’occasione se segnerà l’inizio di una politica più adulta: fermamente atlantica, ma non servile; impegnata nella difesa europea, ma non subordinata agli interessi dell’industria americana; solidale con l’Ucraina, ma capace di chiedere una strategia politica; attenta al fianco orientale, ma determinata a non lasciare il Mediterraneo ai margini.
L’Italia non deve scegliere tra l’obbedienza a Trump e l’ostilità agli Stati Uniti. Deve distinguere l’alleanza con l’America dalla dipendenza dal presidente americano.
Ad Ankara, Meloni avrà davanti un uomo che misura spesso le relazioni internazionali attraverso l’adulazione ricevuta. La risposta migliore non sarà restituirgli l’insulto, né cercare di compiacerlo. Sarà presentarsi con una linea nazionale comprensibile, sostenibile e non negoziabile in cambio di una foto.
Giorgia Meloni aveva promesso di essere il ponte tra Trump e l’Europa. Dopo Evian, ha scoperto che il presidente americano considera i ponti utili soprattutto quando conducono verso di lui. Ad Ankara non dovrà dimostrare di essere ancora sua amica, ma di essere presidente del Consiglio di un Paese sovrano. Perché gli insulti personali passano; le percentuali di spesa, le basi militari, le armi e le guerre restano. E la dignità di una nazione non può dipendere dall’umore dell’uomo che decide se concederle una fotografia.
