Trisulti, oltre la sentenza: il sogno di una Chiesa parallela

Il TAR respinge la DHI di Bannon e Harnwell. Ma resta la domanda di fondo: cosa accade quando sovranismo, suprematismo e tradizionalismo si saldano e fanno della liturgia una bandiera

Il Tribunale amministrativo del Lazio ha respinto l’ennesimo ricorso della Dignitatis Humanae Institute, l’associazione vicina a Benjamin Harnwell e all’area di Steve Bannon, restituendo definitivamente Trisulti alla collettività. Ma la vicenda della Certosa è solo la punta visibile di un fenomeno più vasto: la tentazione, sempre più organizzata, di fondere fede e ideologia fino a costruire — nella migliore delle ipotesi — una pseudo-chiesa parallela, e nella peggiore una religione altra che del cattolicesimo conserva i paramenti ma ne ha smarrito l’anima.

I certosini avevano scelto Trisulti per il silenzio. Otto secoli dopo, quel silenzio era stato scambiato per un megafono: il progetto di farne l’accademia di formazione della destra sovranista internazionale. La pronuncia del TAR del Lazio, che ha respinto il ricorso della DHI contro il provvedimento del Ministero della Cultura, riporta il monastero alla sua vocazione. Ma chiude un capitolo giudiziario, non culturale: perché ciò che Trisulti ha rivelato — la saldatura tra sovranismo politico, suprematismo identitario e tradizionalismo cattolico — non si dissolve con una sentenza.

C’è un’ironia che nessun giudice amministrativo poteva mettere a verbale. La Certosa di Trisulti nacque come luogo di sottrazione: dal mondo, dal rumore, dal potere. La regola certosina è fatta di celle, di clausura, di una solitudine abitata. Che proprio lì si volesse impiantare il quartier generale di una corrente ideologica planetaria — una «gladiator school» per i futuri quadri del sovranismo, secondo l’ambizione coltivata nell’entourage dell’ex stratega della Casa Bianca — non è un dettaglio cronachistico. È un sintomo. Il sintomo di un’epoca che non sa più stare in silenzio davanti al sacro, e che del sacro vuole fare un’arma.

La rete civica ciociara lo aveva intuito per tempo, e per quasi un decennio ha vigilato con una tenacia che merita di essere chiamata col suo nome: amore per il bene comune. Ma la loro vittoria, sacrosanta, non deve illuderci. Il vero oggetto del contendere non era un immobile. Era un’idea di Chiesa.

Conviene allora nominare con precisione il fenomeno, perché la confusione è interessata. Esiste una differenza abissale, e teologicamente decisiva, tra la Tradizione e il tradizionalismo. La prima è il fiume vivo che porta la fede di generazione in generazione: è memoria che genera futuro. Il secondo è l’acqua stagnante che del fiume conserva la forma ma ne ha perduto il movimento: è nostalgia che si fa fazione. Quando questa nostalgia incontra la rabbia sovranista e il risentimento suprematista, accade una reazione chimica precisa. La liturgia smette di essere culto e diventa stendardo. Il rito non serve più ad adorare Dio, ma a riconoscere i propri. La fede si fa tessera, e la tessera si fa identità etnico-politica.

È qui che si apre il piano inclinato. Nella migliore delle ipotesi, l’esito è una chiesa parallela: una struttura che mima quella cattolica — vescovi propri, seminari propri, una propria gerarchia della purezza — ma che dell’autocefalia ha già la sostanza prima ancora del nome. È la logica della setta, dove il fondatore o il maestro diventa il centro attorno a cui ruota la salvezza, e l’obbedienza alla Chiesa viene sostituita dall’obbedienza al gruppo. Nella peggiore delle ipotesi, l’esito è ancora più radicale: non una variante del cattolicesimo, ma — sit venia verbo — un’altra religione. Una religione civile, identitaria, etnica, che del Vangelo conserva l’estetica e ne abolisce lo scandalo: l’universalità, l’ultimo, lo straniero, il nemico da amare.

Il dramma è che questa deriva ha già i suoi prodromi dentro casa. La parabola di don Stefano Manelli — il fondatore che proprio nel 1990 iniziava l’esperienza dei Francescani dell’Immacolata e che, secolarizzatosi nel 2025 su propria richiesta, ha lasciato l’abito che pretendeva di difendere a oltranza — è la fotografia di questa torsione. Un carisma autenticamente mariano e kolbiano, fecondo di vocazioni, ma a un certo punto, l’iniziatore smette di servire la Chiesa e pretende di processarla. Il commissariamento prima e la sua uscita poi, hanno salvato l’Istituto dalla retromarcia che il Manelli aveva innestato. Quando la liturgia ridotta a bandiera diventa propaganda, e il carisma senza obbedienza diventa ideologia, la china è segnata. Si comincia col fare del Messale del 1962 un vessillo di parte; si arriva, nell’orbita più estrema di quel mondo, a sospettare l’invalidità delle consacrazioni episcopali conferite sotto un Pontefice e a immaginare che la Presenza reale si dia soltanto entro le mura di un rito, come se Cristo si fosse fatto prigioniero di una rubrica e l’Eucaristia dipendesse da un’opzione cerimoniale anziché dalla fede della Chiesa. È la tentazione gnostica eterna: fare della forma il criterio della grazia, e di sé stessi i custodi di un sacro che agli altri si nega.

Ecco perché Trisulti è più di una causa vinta. È un avvertimento. Bannon cercava un monastero non per pregarvi, ma per puntellarvi un’ideologia; e trovava sponde nel tradizionalismo perché entrambi parlano la stessa lingua: quella dell’assedio, del residuo fedele contro il mondo corrotto, della cittadella da difendere. Ma la Chiesa non è una cittadella. È una porta. E ogni volta che qualcuno la trasforma in fortezza, sta già — senza saperlo, o sapendolo benissimo — fondando un’altra cosa.

I certosini lo sapevano. La loro solitudine non era un bunker, ma una finestra aperta sull’Assoluto. La sentenza del TAR, se la sappiamo leggere, ci restituisce proprio questo: non un edificio, ma una distinzione. Tra chi custodisce la fede e chi la sequestra. Tra la Tradizione che fa vivere e il tradizionalismo che imbalsama. Tra la Chiesa e il suo doppio.