Diecimila sortite, oltre l’85 per cento degli impianti missilistici iraniani distrutti: sul piano tattico Washington ha schiacciato Teheran. Ma il regime è sopravvissuto, l’arsenale americano si è svuotato e gli alleati del Golfo cercano altri protettori. Riflessione su un’analisi che annuncia un Medio Oriente post-americano.

Sul campo, la guerra di quest’anno contro l’Iran è stata una dimostrazione di forza senza pari: gli Stati Uniti hanno fatto volare oltre diecimila sortite, colpito centotrentamila obiettivi, demolito la maggior parte degli impianti con cui Teheran fabbrica missili e droni. Eppure, tre mesi dopo, nessuno degli scopi grandi — la resa del regime, un Medio Oriente liberato dall’influenza iraniana, un accordo nucleare migliore di quello del 2015 — è stato raggiunto. Secondo una recente analisi di Foreign Affairs, la guerra ha rivelato non la potenza, ma i limiti dell’America: un arsenale che si esaurisce, alleati che diffidano, un primato che vacilla. È la storia, antica, di una vittoria che logora il vincitore.

Quando Pirro, re dell’Epiro, sbaragliò i romani ad Ascoli al prezzo di metà del suo esercito, gli attribuirono una frase destinata a sopravvivergli per ventitré secoli: un’altra vittoria come questa, e sarò perduto. È la più nobile delle definizioni di sconfitta — quella che porta la maschera del trionfo. E pare attagliarsi, a leggere gli analisti, a ciò che l’America ha appena ottenuto in Iran: una prova di forza schiacciante sul campo, e un disastro sul piano della strategia.

I numeri, da soli, sembrano scolpire una supremazia indiscutibile. Decine di migliaia di sortite, centinaia di migliaia di obiettivi, la quasi totalità della flotta iraniana colata a picco, gli impianti missilistici ridotti a macerie, migliaia di razzi e droni intercettati. Mai, dalla Seconda guerra mondiale, Washington aveva combattuto una campagna così pienamente congiunta con un alleato — Israele — diventato ormai un pari militare. Sul piano operativo, insomma, la macchina ha funzionato. Ma la guerra non si misura con la contabilità delle macerie. Si misura con gli scopi. E gli scopi, quelli che il presidente aveva proclamato nei primi giorni — la capitolazione del regime, la fine dell’influenza iraniana nella regione, un patto nucleare più severo di quello firmato da Obama —, sono rimasti tutti lettera morta. Si può demolire un arsenale e non piegare una volontà. Si possono colpire i tre pilastri della potenza di Teheran — il nucleare, i missili, le milizie — e scoprire che la natura stessa della minaccia, nel frattempo, è cambiata sotto le mani di chi credeva di averla disinnescata.

C’è poi la rivelazione più cruda, quella che inquieta i pianificatori del Pentagono più di ogni mappa: il colosso ha toccato il fondo del proprio fodero. In poche settimane l’America ha lanciato più di mille missili da crociera che le sue fabbriche producono al ritmo di un centinaio l’anno; ha bruciato circa metà delle sue scorte di intercettori più sofisticati. Tradotto: gli Stati Uniti non potrebbero permettersi un’altra guerra come questa, né reggere su due fronti contemporaneamente. È la lezione, già intravista in Ucraina, di un’economia bellica capovolta, in cui sciami di droni da poche migliaia di dollari costringono a spendere intercettori da milioni, e la quantità torna a divorare la qualità. La potenza più ricca della storia ha scoperto di essere, anch’essa, una risorsa finita.

Ma la ferita più profonda non è negli arsenali: è nella fiducia. Quando l’Iran ha colpito un terminal petrolifero nel Golfo e Washington ha scelto di non rispondere, due monarchie alleate hanno chiuso, sia pure per poche ore, il proprio spazio aereo agli aerei americani — un gesto piccolo e clamoroso insieme. Lo sforzo per riaprire lo Stretto di Hormuz si è arenato. E un Golfo che non è più certo del proprio protettore ha cominciato, per la prima volta, a guardarsi attorno: squadre ucraine esperte di contro-droni, caccia francesi e britannici a difesa dei cieli, un vertice marittimo con più di trenta Paesi, le armi sudcoreane, perfino l’idea — ricorrente e finora velleitaria — di una «NATO islamica». Il garante unico scopre di essere, nella migliore delle ipotesi, un fornitore fra i tanti.

Sarebbe ingeneroso, e falso, parlare di pura disfatta: la guerra ha anche cementato cooperazioni reali, ha mostrato che una difesa aerea multinazionale può funzionare, ha confermato capacità che nessun altro possiede. Il quadro è doppio, come sempre. E però la diagnosi degli analisti resta severa: l’incapacità di tradurre i successi militari in vittoria politica rischia di consegnare alla storia Epic Fury — così era stata battezzata l’operazione — come la contraddizione che definisce questa fase della potenza americana. Un’esibizione di forza ineguagliabile che, invece di prolungare il primato, ne ha inaugurato il crepuscolo regionale: un Medio Oriente, per la prima volta da generazioni, post-americano. La ricetta che si propone a Washington — smettere di essere il garante unico per diventare l’«integratore» della sicurezza altrui — è ragionevole; ma somiglia, nel tono, al consiglio che si dà a una potenza in ritirata.

Resta, a chiudere il cerchio con ciò che la stessa guerra ha forgiato dall’altra parte, una simmetria che ha del vertiginoso: lo stesso fuoco che ha temprato un Iran più sicuro di sé ha rivelato un’America più stanca, più sola, più consapevole dei propri limiti. Due specchi della medesima fiamma. E mentre si firmano i trattati che chiudono le ostilità, l’eco resta quella di Ascoli: l’esercito più forte del mondo ha vinto ogni battaglia, ha sparato mille missili che non sa rifare, e ha visto i suoi alleati, per la prima volta, voltarsi a cercare altrove. Un’altra vittoria come questa.

Diecimila sortite per non cambiare nulla: l’America ha vinto ogni battaglia e perso il ruolo. «Un’altra vittoria come questa — diceva Pirro — e sarò perduto».