La guerra con l’Iran, la sfiducia verso Washington e l’imprevedibilità israeliana stanno accelerando un riassetto profondo del Medio Oriente. Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto sperimentano un formato strategico che potrebbe diventare il nucleo di una nuova sicurezza sunnita. Non è ancora una Nato araba, ma ne possiede già alcuni ingredienti: difesa reciproca, deterrenza, controllo delle rotte energetiche, cooperazione militare e infrastrutturale. La domanda decisiva è se questo asse servirà a contenere l’Iran e raffreddare la regione, oppure se aprirà una nuova stagione di blocchi contrapposti, con effetti diretti su Israele, Mediterraneo, Suez e sicurezza europea.
Il Medio Oriente non sta semplicemente cambiando equilibrio: sta cambiando grammatica. Per decenni la sicurezza regionale è stata scritta in tre lingue: l’ombrello americano, la superiorità militare israeliana, la sfida rivoluzionaria iraniana. Oggi quelle tre lingue non bastano più. Gli Stati Uniti appaiono meno disponibili a pagare il prezzo imperiale della protezione del Golfo; Israele agisce sempre più spesso come potenza autonoma, pronta a colpire anche quando gli alleati esitano; l’Iran, indebolito ma non domato, continua a possedere una geografia del ricatto fatta di missili, proxy, stretto di Hormuz e capacità di destabilizzazione.
In questo vuoto si inserisce l’iniziativa saudita. Mohammed bin Salman non vuole più essere soltanto il custode del petrolio e dei luoghi santi. Vuole essere l’architetto di una sicurezza islamica post-americana. Da qui nasce il formato che qualcuno chiama STEP, dalle iniziali di Saudi Arabia, Turkey, Egypt, Pakistan: Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan. Un nome tecnico, quasi burocratico. Ma dietro la sigla c’è un’ambizione enorme: mettere insieme il denaro saudita, la profondità nucleare pakistana, la tecnologia militare turca e il peso convenzionale dell’esercito egiziano.
La formula è seducente. Riad offre capitale, investimenti, infrastrutture e centralità religiosa. Islamabad offre l’unico arsenale nucleare del mondo musulmano e una tradizione militare robusta. Ankara porta droni, industria bellica, intelligence, capacità navale e una visione neo-ottomana ormai trasformata in pragmatismo geopolitico. Il Cairo garantisce massa militare, controllo di Suez e legittimità araba. Se il progetto maturasse, non sarebbe una semplice intesa diplomatica: sarebbe il tentativo di creare una piattaforma autonoma di deterrenza, mediazione e controllo delle rotte vitali tra Golfo, Mar Rosso, Mediterraneo orientale e Asia meridionale.
La prima chiave di lettura è inevitabile: sì, questo asse nasce anche in funzione anti-Iran. Ma sarebbe riduttivo leggerlo solo così. L’Iran è il catalizzatore, non l’unica ragione. Le monarchie del Golfo hanno compreso che Teheran può essere colpita, ma non cancellata; può essere indebolita, ma non rimossa dalla geografia. Perciò cercano una garanzia che non dipenda integralmente dagli Stati Uniti e che non le costringa a seguire ogni scelta israeliana. È una deterrenza doppia: contro l’Iran, ma anche contro l’essere trascinati da altri in una guerra senza controllo.
In questo senso il patto saudita-pachistano è il cuore simbolico della nuova fase. La clausola secondo cui un’aggressione contro uno dei due Paesi sarebbe considerata un’aggressione contro entrambi ricorda, almeno nel linguaggio, l’articolo 5 della Nato. Ma la vera questione è l’ambiguità nucleare. Nessuno può dire apertamente che Islamabad estenda l’ombrello atomico su Riad; e tuttavia nessuno può ignorare che proprio questa possibilità rende il patto politicamente esplosivo. L’Arabia Saudita ottiene una deterrenza senza costruire formalmente la bomba. Il Pakistan ottiene ossigeno economico, prestigio strategico e profondità diplomatica.
La seconda chiave è il rapporto con Israele. Questo asse non nasce necessariamente per fare guerra a Israele, ma nasce anche dalla sfiducia verso l’azione israeliana. L’attacco in Qatar, le operazioni contro l’Iran, la durezza della guerra a Gaza e la crisi degli Accordi di Abramo hanno prodotto nelle capitali arabe una conclusione: normalizzare con Israele senza una cornice palestinese e senza garanzie di sicurezza collettiva significa esporsi politicamente davanti alle proprie opinioni pubbliche e militarmente davanti a una regione incendiata. Per questo la nuova intesa può diventare la pietra tombale della stagione ingenua degli Accordi di Abramo, almeno nella loro versione più economicista: pace, investimenti, tecnologia e silenzio sulla Palestina.
Non è detto, però, che sia una minaccia diretta per Israele. Potrebbe diventarlo se assumesse una forma ideologica, confessionale, revanscista: una Lega sunnita armata, costruita non per stabilizzare ma per pareggiare i conti con Tel Aviv e Teheran. Ma potrebbe anche funzionare come forza di contenimento: un blocco capace di dire all’Iran che Hormuz non è un ostaggio, a Israele che la sicurezza non può coincidere con l’azione unilaterale permanente, agli Stati Uniti che il Medio Oriente non è più una periferia obbediente della Casa Bianca.
La terza chiave riguarda il Mediterraneo. Qui l’Europa dovrebbe svegliarsi. Se Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Pakistan coordinassero davvero le loro strategie, il Mediterraneo non sarebbe più soltanto il confine meridionale dell’Europa, ma il terminale occidentale di una cintura islamica di sicurezza e commercio. Suez, Bosforo, Bab el-Mandeb e Hormuz non sono nomi da atlante: sono le valvole del capitalismo globale. Chi può condizionarle, anche senza chiuderle, può influire su energia, grano, logistica, prezzi, migrazioni e catene di approvvigionamento. Per l’Italia, per la Grecia, per la Francia e per tutto il fianco sud europeo, questa alleanza non è un fatto lontano: è un dossier mediterraneo.
Gli scenari futuri sono tre.
Il primo è lo scenario della stabilizzazione. Lo Step resta un formato flessibile, non una Nato confessionale. I quattro Paesi coordinano diplomazia, sicurezza marittima, difesa aerea, infrastrutture, energia e intelligence. L’Iran viene contenuto ma non umiliato; Israele viene dissuaso dall’unilateralismo; gli Stati Uniti restano presenti ma non più monopolisti; l’Europa trova un interlocutore regionale capace di proteggere rotte e mercati. Sarebbe il migliore degli scenari: una nuova architettura di equilibrio, non di guerra.
Il secondo è lo scenario della militarizzazione. Il patto saudita-pachistano diventa davvero un ombrello nucleare implicito; Turchia ed Egitto intensificano l’integrazione aeronavale; Qatar e altri Paesi del Golfo si avvicinano; l’Iran risponde rafforzando missili e milizie; Israele interpreta il blocco come minaccia strategica. A quel punto la regione entrerebbe in una logica da guerra fredda mediorientale: non più solo Israele contro Iran, ma blocchi interconnessi, deterrenze ambigue, incidenti possibili sugli stretti e rischio permanente di escalation.
Il terzo è lo scenario del fallimento. Le rivalità interne riemergono. Ankara e Il Cairo tornano a competere in Libia, nel Mediterraneo orientale e nel dossier dei Fratelli Musulmani; il Pakistan teme di compromettere i rapporti con l’India; Riad non vuole cedere leadership; il Qatar entra ma con agenda propria; l’Egitto chiede risorse che i sauditi non vogliono più distribuire senza ritorno politico. Il risultato sarebbe l’ennesima alleanza araba o islamica più evocata che realizzata, buona per i comunicati finali ma fragile davanti alla prima crisi.
La vera funzionalità della nuova alleanza dipenderà dunque dalla sua natura. Se sarà un patto sunnita identitario, sarà pericolosa. Se sarà una piattaforma di sicurezza regionale, potrà essere utile. Se servirà a sostituire l’egemonia americana con un equilibrio multipolare, potrà stabilizzare. Se invece servirà a introdurre l’ambiguità nucleare nel cuore del Golfo, aumenterà il rischio sistemico. La linea di confine è sottile.
Per Israele, il messaggio è chiaro: la regione non accetterà all’infinito un ordine fondato sulla superiorità militare israeliana e sulla marginalizzazione della questione palestinese. Per l’Iran, il segnale è altrettanto netto: il tempo in cui Teheran poteva usare gli stretti, le milizie e la minaccia missilistica come strumenti di pressione senza generare una contro-architettura regionale sta finendo. Per gli Stati Uniti, è la conferma di un declino relativo: gli alleati non rompono con Washington, ma cercano assicurazioni altrove. Per l’Europa mediterranea, è un avvertimento: chi non partecipa alla costruzione del nuovo ordine finirà per subirne le conseguenze.
Non siamo ancora davanti a una Nato araba. Siamo davanti a qualcosa forse più interessante e più ambiguo: il tentativo saudita di trasformare la paura in architettura, la vulnerabilità in deterrenza, la frammentazione sunnita in piattaforma geopolitica. Il Medio Oriente ha conosciuto molte alleanze solenni e molti fallimenti rapidi. Questa volta, però, il contesto è diverso: la guerra ha consumato le vecchie garanzie, il petrolio non basta più, l’America non rassicura come prima, Israele spaventa anche i suoi partner potenziali, l’Iran resta una minaccia ma anche un interlocutore inevitabile.
La domanda non è se lo Step sarà anti-Iran. In parte lo è già. La domanda vera è se sarà solo anti-Iran. Perché una coalizione costruita soltanto contro un nemico finisce spesso per diventare prigioniera del nemico che vuole contenere. Una coalizione costruita invece per proteggere rotte, mercati, popolazioni, energia e sovranità può diventare un elemento di ordine. Il futuro del Medio Oriente passa da questa alternativa: una cintura sunnita della paura o una piattaforma regionale della responsabilità.
Riad prova a colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti: soldi sauditi, deterrenza pakistana, tecnologia turca e massa militare egiziana. Ma la nuova architettura può stabilizzare il Medio Oriente solo se resterà una piattaforma diplomatica, non un blocco confessionale armato.
