Imprenditori avidi, politica assente e produttività ferma


L’Italia resta la seconda manifattura d’Europa, esporta più di prima e conserva un forte avanzo commerciale. Eppure produce un quarto di beni in meno rispetto al 2000, ha perso oltre mezzo milione di occupati industriali e più di centomila imprese manifatturiere. Non è solo colpa della globalizzazione, del caro-energia o della concorrenza asiatica. È anche il risultato di due responsabilità convergenti: da un lato un’imprenditoria che troppo spesso ha preferito comprimere salari, distribuire rendite, restare piccola e non reinvestire abbastanza in innovazione; dall’altro una politica incapace di costruire una vera strategia industriale nazionale.

C’è un rumore che non si sente. Non è quello di una fabbrica che chiude da un giorno all’altro, con i cancelli sbarrati, gli operai davanti ai telegiornali, i sindaci in fascia tricolore e i ministri che promettono tavoli di crisi. È un rumore più basso, più lento, quasi amministrativo. È il rumore di una produzione che arretra un indice alla volta, di una piccola impresa che non riapre, di un capannone che cambia destinazione, di una filiera che perde un anello, di una generazione di operai specializzati che va in pensione senza essere sostituita, di una macchina comprata ma non abbastanza sfruttata, di un salario che resta fermo perché la produttività non cresce.

È il rumore del declino industriale italiano.

I numeri hanno la crudezza delle diagnosi che nessuno ama ascoltare. Se si pone uguale a 100 la produzione industriale italiana del 2000, nel 2025 l’indice è sceso a 77. Significa che le fabbriche italiane producono oggi circa il 23 per cento di beni in meno rispetto all’inizio del secolo. Non è una scivolata improvvisa. È una discesa a gradini: prima la crisi finanziaria del 2008, poi quella dei debiti sovrani tra il 2011 e il 2013, poi il colpo della pandemia, poi il nuovo arretramento del triennio 2023-2025.

Il punto più alto era stato toccato nel 2007. Da allora la produzione non ha più recuperato davvero. E il confronto europeo rende il quadro ancora più severo: nel 2025, con il 2000 posto a 100, l’Italia è a 77, la Francia a 92, la Germania a 108, la media dell’Unione europea a 115. Persino la Francia, spesso raccontata come esempio di deindustrializzazione, ha fatto meglio. La Germania, pur in crisi industriale dal 2018, resta sopra il livello del 2000. L’Italia, invece, è sotto di quasi un quarto.

Eppure raccontare questa storia solo come una morte dell’industria sarebbe sbagliato. L’Italia non è diventata un Paese senza fabbriche. Non è una periferia improduttiva d’Europa. Resta la seconda manifattura dell’Unione europea, dopo la Germania. Conserva una quota manifatturiera importante sul valore aggiunto totale. Esporta molto. Ha un saldo commerciale manifatturiero positivo tra i più alti del continente.

Il paradosso è qui: l’Italia industriale è insieme forte e fragile. Tiene e arretra. Esporta e produce meno. Seleziona le imprese migliori e perde pezzi di sistema. Diventa più ricca per addetto, ma non abbastanza produttiva nel complesso. Non scompare: si restringe.

Ma ogni volta che si parla di industria italiana si compie spesso un’operazione comoda: si cercano colpe fuori. La Cina, la globalizzazione, Bruxelles, i dazi, il gas, la Germania in crisi, la domanda interna debole. Tutto vero, almeno in parte. Ma non basta. Perché il declino italiano non è solo una tempesta arrivata dall’esterno. È anche una responsabilità interna. E questa responsabilità ha due nomi: imprenditori e politica.

Da un lato c’è una parte dell’imprenditoria italiana che, per troppi anni, ha confuso la competitività con il basso costo del lavoro. Ha chiesto flessibilità, sgravi, decontribuzioni, incentivi, cassa integrazione, salvataggi, ma troppo spesso ha restituito poco in cambio: pochi investimenti in ricerca, poca formazione, poca crescita dimensionale, poca partecipazione dei lavoratori, poca innovazione organizzativa. In molti casi ha preferito conservare margini e rendite invece di rischiare sul futuro.

Non tutta l’imprenditoria, naturalmente. L’Italia è piena di aziende serie, coraggiose, internazionali, capaci di innovare e di pagare bene le competenze. Ma il sistema, nel suo insieme, ha tollerato troppo a lungo un capitalismo pigro, familiare, sottocapitalizzato, proprietario più che industriale, abituato a socializzare le perdite e privatizzare i guadagni. Un capitalismo che invoca il mercato quando deve licenziare e invoca lo Stato quando deve essere salvato.

Dall’altro lato c’è una politica che ha smesso da tempo di pensare l’industria come questione nazionale. Ha sostituito la politica industriale con il bonus, la visione con il tavolo di crisi, la programmazione con l’annuncio, la strategia con la deroga. Ha lasciato che l’energia restasse strutturalmente cara, che la formazione tecnica fosse considerata di serie B, che il Mezzogiorno perdesse basi produttive, che le imprese restassero piccole, che la ricerca pubblica e privata non diventasse un ecosistema. Ha governato l’industria come emergenza, non come progetto.

La prima chiave è distinguere tra quantità e valore. La produzione fisica è crollata di quasi un quarto, ma il valore aggiunto reale della manifattura è sceso molto meno. In altri termini: l’industria italiana fabbrica molti meno pezzi, ma quelli che continua a fabbricare valgono mediamente di più. È uscita, almeno in parte, dai segmenti più poveri e più esposti alla concorrenza dei Paesi a basso costo del lavoro. Ma non ha compensato abbastanza questa ritirata con nuova crescita nei comparti più avanzati.

La caduta è stata durissima nel Made in Italy tradizionale. La produzione della stampa, dell’abbigliamento, del tessile e dell’auto ha perso quote enormi. Sono settori simbolici, identitari, spesso raccontati con parole sentimentali: distretti, mani, tradizione, eleganza, creatività. Ma la competizione globale non vive di aggettivi. Vive di costi, dimensione, tecnologia, accesso ai mercati, capitale umano, logistica, energia.

In compenso sono cresciuti comparti più ricchi: farmaceutica, alimentare, cantieristica navale e aerospaziale. È la fotografia di un passaggio selettivo: arretrano i settori meno produttivi, resistono o crescono quelli a più alto valore. Ma il passaggio è insufficiente, perché il sistema non cresce nel suo insieme. Si salva nella parte alta, si assottiglia nella base.

La seconda chiave è l’export. Mentre la produzione in volume calava, le esportazioni manifatturiere italiane crescevano in termini reali. Questo dato impedisce ogni lettura catastrofista. Se l’Italia vende di più all’estero, significa che una parte della sua industria è viva, competitiva, riconosciuta, capace di stare sui mercati internazionali. Il problema è che questa capacità non è diffusa in modo omogeneo. L’export è cresciuto soprattutto in pochi settori, mentre altri hanno perso terreno.

L’esportazione è il lato luminoso del declino, ma anche la sua accusa. Perché mostra che quando le imprese innovano, crescono, investono, cercano mercati e competenze, l’Italia sa ancora competere. Dunque non è vero che il destino industriale italiano fosse scritto. È vero piuttosto che troppi hanno scelto di non scriverlo. Una parte dell’imprenditoria si è accontentata di sopravvivere comprimendo i costi; una parte della politica si è accontentata di accompagnare il declino con qualche incentivo.

La terza chiave è la dimensione delle imprese. Qui si tocca una delle grandi malattie storiche dell’economia italiana: il nanismo dimensionale. Dal 2008 la manifattura ha perso oltre centomila imprese, quasi un quarto del totale. La perdita è concentrata soprattutto nelle microimprese e nelle piccole imprese. Le grandi, invece, sono aumentate. Oggi le grandi imprese, pur essendo una quota minima del totale, generano una quota enorme del valore aggiunto manifatturiero.

Questo significa che la selezione ha funzionato, ma ha anche allargato il divario interno. Le imprese grandi sono più produttive, investono meglio, esportano di più, attraggono competenze, possono permettersi ricerca, digitalizzazione, manager, reti commerciali internazionali. Le microimprese restano numericamente dominanti, ma producono una quota piccola del valore aggiunto. L’Italia continua ad avere un sistema fatto di aziende minuscole, mentre la ricchezza industriale si concentra sempre più in alto.

Per anni il “piccolo è bello” è stato il mito consolatorio del capitalismo italiano. In parte era vero: flessibilità, territorio, distretti, specializzazione. Ma trasformato in ideologia è diventato un freno. Piccolo può essere bello quando è efficiente, connesso, innovativo. Piccolo diventa brutto quando serve a non aprire il capitale, a non assumere manager, a non fare ricerca, a non pagare competenze, a non internazionalizzarsi davvero. In molti casi il nanismo non è stato un destino: è stato una scelta di potere proprietario.

Molte imprese italiane non sono rimaste piccole perché impossibilitate a crescere, ma perché crescere avrebbe significato cambiare governance, aprirsi a competenze esterne, condividere decisioni, ridurre il controllo familiare, accettare trasparenza, investire in lungo periodo. Troppo spesso l’imprenditore italiano ha preferito l’azienda piccola ma totalmente sua all’azienda grande ma più complessa, più manageriale, più esposta al giudizio dei mercati e dei lavoratori qualificati.

Qui entra l’avidità. Non l’avidità caricaturale del padrone con il sigaro, ma quella più sottile e contemporanea: la volontà di estrarre valore senza redistribuirlo abbastanza in salari, formazione, ricerca, sicurezza, crescita dimensionale. La tentazione di considerare il lavoratore un costo e non una risorsa, lo Stato un bancomat e non un patto, l’impresa un patrimonio familiare e non una responsabilità sociale. È una forma di capitalismo senza visione, dove il profitto di breve periodo divora la capacità produttiva di lungo periodo.

La quarta chiave è territoriale. Il declino industriale non ha riequilibrato il Paese. Lo ha concentrato ancora di più. Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte producono la gran parte del valore aggiunto manifatturiero nazionale. Il Nord ha aumentato la sua quota, il Mezzogiorno l’ha ridotta. L’industria si è ristretta e si è spostata verso le aree dove era già più forte.

È un dato politicamente pesante. Perché mostra che le crisi non colpiscono tutti allo stesso modo. Le regioni robuste assorbono meglio gli shock, trattengono competenze, conservano filiere, attirano investimenti. Quelle più deboli perdono più facilmente impianti, occupazione, giovani tecnici, capacità imprenditoriale. Così il declino industriale diventa anche una questione nazionale: non solo quanto produciamo, ma dove produciamo; non solo quante fabbriche restano, ma in quali territori resta una cultura industriale.

Qui la responsabilità della politica è enorme. Il Mezzogiorno è stato trattato troppo spesso come territorio da assistere, non come piattaforma produttiva da costruire. Si sono distribuite risorse senza creare catene del valore, incentivi senza infrastrutture, zone speciali senza abbastanza continuità amministrativa, promesse senza logistica, senza energia competitiva, senza formazione tecnica. Una politica industriale vera avrebbe dovuto chiedersi come portare filiere, ricerca, porti, ferrovie, università e imprese nello stesso disegno. Invece ha spesso amministrato la distanza.

Poi c’è la parola decisiva, quella che la politica pronuncia poco perché non produce slogan immediati: produttività.

Dal 2000 la produttività del lavoro nella manifattura italiana è cresciuta molto meno che in Germania, Francia e nella media europea. Qui sta il cuore del problema. Non nei salari troppo alti, perché gli stipendi italiani sono bassi e quasi fermi. Non soltanto nella mancanza di investimenti, perché gli investimenti reali della manifattura sono cresciuti. Il nodo è che quegli investimenti non si sono tradotti in sufficiente aumento di valore prodotto per occupato.

È il rompicapo italiano: si investe, ma si produce poca efficienza nuova. Si compra capitale, ma non si ottiene abbastanza produttività. Perché? Perché una macchina nuova, da sola, non fa un’impresa moderna. Servono organizzazione, competenze, processi, manager, ricerca, digitalizzazione, formazione continua, capacità di coordinare lavoro e capitale.

E qui tornano insieme le due colpe. L’imprenditore che compra il macchinario grazie all’incentivo pubblico ma non investe nelle competenze dei lavoratori usa male anche il capitale che riceve. Lo Stato che incentiva l’acquisto di tecnologia senza pretendere formazione, crescita, risultati misurabili e aumento della produttività, spreca risorse e crea dipendenza. L’uno chiede soldi senza trasformarsi. L’altro li concede senza dirigere.

La produttività non nasce per miracolo. Nasce da un patto serio tra capitale, lavoro e Stato. Il capitale deve rischiare e reinvestire. Il lavoro deve essere formato, pagato, coinvolto. Lo Stato deve creare condizioni, infrastrutture, energia, scuola tecnica, ricerca, stabilità normativa, ma anche pretendere risultati. In Italia questo patto si è spezzato. Gli imprenditori hanno chiesto flessibilità più che innovazione. La politica ha offerto bonus più che strategia. I lavoratori hanno pagato il conto con salari fermi.

Il risultato è che il costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto molto più che nei Paesi concorrenti. Non perché gli operai italiani siano pagati troppo, ma perché la produttività è cresciuta troppo poco. Questa distinzione è essenziale. Tagliare i salari non risolve il problema: lo peggiora, perché impoverisce la domanda interna, riduce gli incentivi alla formazione, spinge i giovani migliori altrove. La via d’uscita non è pagare meno chi lavora, ma far produrre più valore a ogni ora lavorata.

Poi c’è l’energia. I settori energivori — chimica, metallurgia, raffinazione, carta, vetro, cemento — consumano gran parte dell’energia manifatturiera ma generano una quota limitata del valore aggiunto. Sono però indispensabili alla filiera, perché forniscono materiali di base a molti altri comparti. Dopo lo shock energetico del 2022 questi settori hanno sofferto più degli altri. E l’Italia ha uno svantaggio strutturale: paga l’elettricità industriale più dei concorrenti già da prima della crisi, a causa della forte dipendenza dal gas nella produzione elettrica.

Su questo la responsabilità imprenditoriale pesa meno di quella politica. Un singolo imprenditore può efficientare, autoprodurre, investire in rinnovabili, migliorare i consumi. Ma non può da solo cambiare il mix energetico nazionale, le reti, i tempi autorizzativi, il prezzo strutturale dell’elettricità, la dipendenza dal gas. Qui serve Stato. Serve programmazione. Serve una politica energetica che sia anche politica industriale. Senza energia competitiva, la manifattura italiana parte sempre un metro dietro la linea di partenza.

A questo punto arriva la domanda inevitabile: serve una politica industriale?

La risposta è sì. Ma non una qualunque. Non quella dei sussidi senza obiettivi. Non quella dei salvataggi eterni. Non quella dei tavoli di crisi che comprano tempo pubblico per imprese private senza futuro. Non quella dei dazi messi per proteggere chi non innova. Non quella delle agevolazioni distribuite a pioggia per consenso elettorale.

Serve una politica industriale severa. Una politica industriale che dica: ti aiuto se investi, se cresci, se innovi, se formi, se paghi meglio, se esporti, se riduci la precarietà, se aumenti produttività. Ti tolgo il sostegno se non raggiungi gli obiettivi. Non finanzio la rendita. Non proteggo l’inefficienza. Non trasformo il contribuente nel socio occulto di imprenditori incapaci.

Questo è il punto che spesso manca nel dibattito italiano. La politica industriale non deve essere un bancomat per Confindustria né una nostalgia dell’IRI. Deve essere una disciplina pubblica dello sviluppo. Deve correggere i fallimenti del mercato, ma anche impedire che il mercato catturato dagli interessi privati diventi un sistema di rendite. Deve aiutare i nuovi settori, non imbalsamare quelli decotti. Deve sostenere le imprese capaci di crescere, non quelle capaci solo di fare pressione politica.

La nostra tradizione, purtroppo, è stata spesso l’opposto: proteggere i grandi nomi quando erano già in crisi, distribuire incentivi senza abbastanza valutazione, salvare posti nel breve periodo senza creare produttività nel lungo, trattare gli imprenditori come vittime naturali del mondo anziché come soggetti responsabili delle proprie scelte.

Ma l’impresa non è solo proprietà privata. È anche istituzione sociale. Usa infrastrutture pubbliche, lavoratori formati dal sistema pubblico, energia regolata da decisioni pubbliche, incentivi pagati dai cittadini, territori che sostengono costi ambientali e sociali. Per questo l’imprenditore non può chiedere aiuto pubblico e poi rivendicare irresponsabilità privata. Se lo Stato entra, anche indirettamente, con sussidi, sgravi e garanzie, ha il diritto e il dovere di chiedere contropartite.

Una politica industriale cristianamente e socialmente ordinata dovrebbe partire da qui: l’impresa non è un idolo, il profitto non è un assoluto, il lavoro non è una variabile sacrificabile, lo Stato non è una mucca da mungere. La Dottrina sociale della Chiesa lo direbbe con parole più alte: la proprietà ha una funzione sociale, il lavoro viene prima del capitale, l’economia deve servire l’uomo e non dominarlo. Tradotto in linguaggio industriale: non si può costruire competitività permanente sulla compressione dei salari, sulla precarietà, sulla rendita e sull’assenza di visione.

L’Italia non ha bisogno di demonizzare gli imprenditori. Ha bisogno di pretendere da loro di più. Più coraggio, più investimenti veri, più salari legati alla produttività, più partecipazione, più formazione, più apertura del capitale, più managerialità, più responsabilità territoriale. Allo stesso modo non ha bisogno di uno Stato onnipotente. Ha bisogno di uno Stato competente. Uno Stato che scelga priorità, misuri risultati, coordini energia, scuola, ricerca, infrastrutture e credito. Uno Stato che sappia dire sì, ma anche no.

Il caso dell’auto europea è un monito. L’Europa si trova davanti alla concorrenza cinese, a costi più bassi, a una transizione elettrica gestita male, a produttori storici difficili da ristrutturare e a nuovi entranti quasi assenti. I dazi possono rallentare l’urto, ma non creano da soli un’industria competitiva. Proteggere un mercato non equivale a generare innovazione. Anzi, può diventare un modo elegante per rinviare la resa dei conti.

Per l’Italia il punto è ancora più radicale. Non basta chiedere “quali settori vogliamo salvare?”. Bisogna chiedere: quali imprese possono crescere? Quali competenze mancano? Quali filiere hanno futuro? Quali costi strutturali dobbiamo abbassare? Quali tecnologie dobbiamo padroneggiare? Quali territori possono tornare a essere industriali e non solo aree da compensare con trasferimenti pubblici?

L’industria italiana non ha bisogno di una nostalgia manifatturiera, ma di una nuova disciplina dello sviluppo. Non serve piangere il Novecento. Serve capire che la manifattura del XXI secolo non è la replica di quella di ieri. È meno occupazionale, più tecnologica, più esposta al mondo, più dipendente da competenze, energia, dati, logistica, capitale, ricerca. Può creare meno posti di lavoro diretti ma più valore. Può tenere insieme produzione e servizi avanzati. Può trasformare il Made in Italy da etichetta estetica a piattaforma tecnologica e culturale. Ma solo se smette di vivere di rendite narrative.

La domanda, dunque, non è se l’Italia abbia ancora un’industria. Ce l’ha. E in molti settori è ancora eccellente. La domanda è se questa industria possa tornare a crescere oppure sia destinata a diventare una cittadella sempre più selezionata, sempre più esportatrice, sempre più concentrata al Nord, sempre più ricca per chi resta dentro e sempre più incapace di allargare la propria base produttiva.

Il rischio è una manifattura a clessidra: poche imprese grandi e forti in alto, una massa di microimprese fragili in basso, poca crescita dimensionale nel mezzo, territori divisi, salari fermi, giovani tecnici insufficienti, produttività lenta. Un sistema che non crolla, ma si assottiglia. Che non muore, ma perde voce. Che continua a esportare, ma non riesce a generare abbastanza futuro.

L’Italia ama raccontarsi come Paese del fare. Ma il fare, senza produttività, diventa fatica. Senza scala, diventa resistenza. Senza competenze, diventa mestiere che non si rinnova. Senza energia competitiva, diventa costo. Senza politica industriale seria, diventa sopravvivenza. E senza imprenditori disposti a reinvestire davvero, diventa rendita travestita da impresa.

Il declino industriale italiano non è un destino scritto. Ma nemmeno un incidente passeggero. È il risultato di vent’anni di produttività mancata, imprese troppo piccole, energia cara, territori divergenti, competenze insufficienti, politiche discontinue e profitti spesso non trasformati in futuro. La parte migliore della manifattura ha dimostrato di saper competere nel mondo. Il problema è che questa parte non basta più a trascinare tutto il sistema.

Per questo i numeri non raccontano solo una crisi economica. Raccontano una questione morale e nazionale. Morale, perché un Paese non può chiedere ai lavoratori di portare da soli il peso della competitività con salari bassi e vite precarie. Nazionale, perché un Paese che produce meno beni non perde soltanto quote di mercato: perde saperi, officine, scuole tecniche, comunità operaie, catene di fornitura, capacità di innovare, autonomia strategica.

E allora la politica dovrebbe smettere di trattare l’industria come un’emergenza episodica o come un capitolo minore delle leggi di bilancio. E gli imprenditori dovrebbero smettere di presentarsi sempre come eroi solitari, quando spesso hanno beneficiato di infrastrutture pubbliche, incentivi pubblici, lavoratori formati dal pubblico e salvataggi pubblici. L’industria è una grammatica del Paese. Dice come lavoriamo, cosa sappiamo fare, quali territori vivono, quali giovani restano, quale posto occupiamo nel mondo.

Finché questa grammatica resterà impoverita, l’Italia potrà anche esportare eccellenze, ma farà sempre più fatica a chiamarsi potenza industriale.


L’Italia resta la seconda manifattura d’Europa, ma produce il 23 per cento di beni in meno rispetto al 2000. Il vero nodo non sono i salari, già bassi, ma la produttività ferma. Su questo pesano due colpe convergenti: l’avidità di una parte dell’imprenditoria, che ha preferito comprimere il lavoro e difendere rendite invece di reinvestire in innovazione, e l’assenza di una politica industriale capace di orientare energia, formazione, ricerca e crescita dimensionale. Senza uno Stato competente e imprenditori più responsabili, l’industria italiana continuerà a reggere in alto e a restringersi alla base.