C’è qualcosa di antico e quasi commovente in una lettera aperta indirizzata al nemico. I diplomatici del Medioevo la chiamavano littera monitoria: missiva solenne, destinata meno al destinatario che al mondo che avrebbe guardato. Zelensky lo sa. E sa anche che Putin, mentre i suoi droni colpivano nella notte un deposito di combustibile nucleare esausto a Chernobyl — vuoto, per fortuna, ma non per virtù russa — non aveva nessuna intenzione di rispondere «sì».
La lettera è dunque un gesto politico nel senso più nobile del termine: non inganno, ma simbolo. Un uomo che governa un Paese sotto 88 missili, 3.250 droni e 1.800 bombe guidate nell’arco di una sola settimana scrive al proprio aggressore propongo un faccia a faccia, fissiamo una data. La sproporzione tra la proposta e il contesto bellico è talmente stridente da diventare eloquenza pura. Non è ingenuità: è retorica della testimonianza. Zelensky non si rivolge a Putin. Si rivolge alla storia.
Il problema è che la storia, in questo momento, è seduta a Downing Street.
Stasera Starmer, Macron e Merz incontrano il presidente ucraino a Londra, nel formato E3 che l’Europa si è cucita addosso quasi per compensare l’assenza americana dalla scena diplomatica. Ma su una cosa, stranamente, russi ed europei concordano: questa Europa non può fare da mediatrice, perché non è neutrale. «Siamo a fianco di Kiev e lo saremo sempre», ripetono le fonti dell’Eliseo. Ed è precisamente questa lealtà dichiarata che le impedisce di sedersi tra i due contendenti. Si può essere testimoni o arbitri; difficilmente entrambe le cose.
Eppure Macron, con quella sua ostinata vocazione alla grandeur che resiste anche alle sconfitte, avanza un’altra pretesa: «Siamo i maggiori contributori allo sforzo di guerra ucraino; toccherà a noi sederci al tavolo della pace». L’argomento è economicamente solido e politicamente fragile. Chi paga la guerra non ha necessariamente il diritto di dettare la pace — la storia del Novecento è disseminata di controesempi dolorosi. Ma in assenza di altri candidati credibili, l’Europa si candida per sottrazione.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, ricompaiono in scena con 8 miliardi stanziati dal Congresso e un Rubio che parla di aiuti «in fase di approvazione». Ma il vero segnale americano lo manda Hegseth dalla Normandia — luogo scelto non a caso — quando dice che la pace si garantisce con la forza, non con «summit fastosi». È un messaggio a doppio destinatario: a Putin, che deve credere alla deterrenza, e agli europei, che devono smettere di aspettare Washington per difendersi.
E così la lettera di Zelensky galleggia su questo mare di posizioni inconciliabili come una bottiglia lanciata non nell’oceano, ma nel mezzo di una tempesta. Putin ha già risposto indirettamente, rilasciando Schroeder come nome di mediatore preferito — un vecchio cancelliere amico del gas russo, non esattamente una garanzia di equidistanza. Zelensky, nella stessa lettera, ha avuto cura di precisare che «le questioni ucraine ed europee non vengono decise ad Anchorage». Anche questo è un messaggio preciso: la pace non si costruisce in un accordo bilaterale tra grandi potenze sopra le teste di chi muore.
Cinquecento droni abbattuti in ventiquattr’ore, dice Mosca. Ventisei obiettivi colpiti nelle aree occupate, dice Kiev. Il deposito di Chernobyl brucia e poi si spegne, e i livelli di radioattività restano nella norma — ma il gesto resta, nella sua viltà calcolata, come una firma in calce a ogni discorso di pace.
Una lettera aperta, dunque. Aperta perché nessuno la chiude. Aperta come una ferita, come una finestra su un futuro che tarda. Aperta come la domanda che nessuno dei potenti riuniti stasera a Londra sa ancora rispondere: chi siederà davvero al tavolo, e su quale terra non ancora bruciata lo si potrà apparecchiare.
