Tra retorica istituzionale e degrado quotidiano, il fossato tra il Paese che si celebra e quello che si vive

“Consolidare l’architettura della fiducia tra istituzioni e cittadini,
ravvivando in ciascuno il senso più autentico della partecipazione democratica,
è compito persistente nella vita della Repubblica”

— Sergio Mattarella, messaggio ai Prefetti, 1 giugno 2026

Ottant’anni. Una bella età, per un uomo come per uno Stato. L’età in cui si tirano le somme, si guarda indietro con quella malinconia orgogliosa di chi ha davvero attraversato la storia, e si cerca — con la dignitosa ostinazione dei vecchi saggi — di convincere anche chi non stava ad ascoltare che quell’avventura è valsa la pena.

Sergio Mattarella lo fa come sa, con la misura sobria che gli appartiene. Scrive ai Prefetti — gli eredi laici di un’antica tradizione di servizio — e affida loro un messaggio che è insieme celebrazione e monito: i valori della Costituzione, dice, vivono nell’azione di chi si pone al servizio della collettività. Il 2 giugno 1946 fu “un corale e sincero esercizio di democrazia”. Le donne votarono per la prima volta. Il popolo fu protagonista. Un patto civile nacque dalle macerie.

Belle parole. Giuste parole. Parole che, tuttavia, rischiano di aleggiare come incenso in una navata vuota, se non si misurano con la temperatura del Paese reale — quel Paese che nel frattempo ha smesso di andare a votare, che guarda alla politica con la stessa fiducia con cui si guarda a un venditore di orologi in un vicolo buio, e che tra centrodestra e centrosinistra non riesce più a distinguere differenze di sostanza, bensì solo di casacca.

La Repubblica festeggia ottant’anni con una classe dirigente che soffre di amnesia selettiva: si ricorda dei padri costituenti quando serve citarli, e li dimentica quando bisogna agire. La “casta” — parola ormai tanto consumata da essere quasi innocua — prospera nell’indifferenza di un’opinione pubblica che non ha più voglia di indignarsi, non perché sia soddisfatta, ma perché è esausta. Le polarizzazioni si moltiplicano come specchi contrapposti: ciascuno riflette solo sé stesso, e nessuno vede il Paese.

Si dice che bisogna chiudere la stalla prima che i buoi scappino. Bene. Il problema è che in Italia la stalla è aperta da decenni, i buoi sono fuggiti da tempo — e intanto, la notte tra il 29 e il 30 maggio, sono scappati pure i cavalli.

Non è una metafora. È cronaca. Trenta cavalli scelti per la parata del 2 giugno — i destrieri dei Lancieri di Montebello, animali addestrati, selezionati, l’immagine stessa del rigore militare — sono finiti al galoppo su via Cristoforo Colombo nella notte, tra auto in transito e passanti atterriti. Uno è morto. Una quindicina ha riportato ferite. Quattro persone — tre militari e una poliziotta — sono rimaste ferite, una con costole fratturate e la perforazione di un polmone.

Il responsabile? Un vigile urbano — o più d’uno, le ricostruzioni variano tra tre e quattro agenti coinvolti — che ha acceso una batteria di fuochi d’artificio a duecento metri dai recinti degli animali. Per “motivi goliardici”, si legge negli atti. Goliardici. Mentre Roma dormiva, mentre i cavalli della festa della Repubblica erano in posizione di attesa alle Terme di Caracalla, qualcuno in divisa ha pensato bene di accendere i botti.

Qualcuno, sui social, ha commentato con l’ironia cinica di chi conosce bene certi quartieri romani: “È arrivata la droga”. Non è una battuta campata per aria. A Tor Bella Monaca e in altri quartieri della Capitale, i fuochi d’artificio notturni sono da anni il segnale dei pusher per annunciare un nuovo carico. Il cielo che si illumina: la roba è arrivata. Una comunicazione elementare, primitiva, efficace. Segnali di fumo digitali.

Che sia stata quella l’intenzione dei vigili, nessuno lo sostiene. Ma che un agente della Polizia Locale di Roma Capitale non sapesse — o non si preoccupasse — dell’effetto che quei botti avrebbero avuto su trenta cavalli schierati a duecento metri, questo è il punto. È un’immagine che brucia più di qualsiasi polemica politica: la forza dell’ordine che produce disordine, l’istituzione che ferisce i propri militari, la celebrazione nazionale che si trasforma in fuggi fuggi su una delle arterie principali della Capitale.

Mattarella parla di “architettura della fiducia” tra istituzioni e cittadini. È una bella immagine architettonica. Ma le architetture si costruiscono con i materiali che si hanno. E quando i materiali sono vigili che accendono petardi per scherzo durante le prove della parata nazionale, quando sono partiti che esistono solo per contrapporsi gli uni agli altri, quando sono urne sempre più vuote e un’astensione che cresce come l’unica forma di partecipazione rimasta — allora l’architettura rischia di assomigliare più a un rudere che a un edificio in costruzione.

Ottant’anni di Repubblica. Una data che merita di essere celebrata, davvero, perché quella Repubblica nacque dal sangue e dalla speranza, da donne che votavano per la prima volta e da uomini che uscivano dal fascismo con la voglia ostinata di costruire qualcosa di nuovo. Merita rispetto, quella storia.

Ma il rispetto più autentico non è la retorica delle cerimonie. È chiudere la stalla. Anche quando i buoi sono già scappati. Anche quando i cavalli galoppano sulla Colombo. Anche quando sembra troppo tardi.

Perché di solito, in Italia, non è mai troppo tardi. È solo tardissimo.

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