Il caso dei Marian Franciscans, nati dalla separazione di alcuni religiosi dai Frati Francescani dell’Immacolata per seguire la visione ideologica di P. Stefano M. Manelli, impone oggi una ricostruzione seria, documentata ed ecclesiale. L’effervescenza del tema nei blog tradizionalisti, spesso inclini a presentare la vicenda come una persecuzione contro la “Tradizione”, rischia infatti di consegnare il racconto a una narrazione parziale e apologetica. In realtà, questa frammentazione rivela qualcosa di più profondo: il tentativo di trasformare un carisma ecclesiale in appartenenza privata, una famiglia religiosa in circuito parallelo, l’obbedienza alla Chiesa in sospetto. È la storia di un virus ideologico addomesticato dentro la Chiesa, non perché innocuo, ma perché l’organismo ecclesiale possiede ancora anticorpi: il discernimento, il diritto, la comunione e la pazienza della verità.

La frammentazione della famiglia religiosa iniziata da P. Stefano M. Manelli: una ricostruzione ecclesiale e critica

Ci sono fatti che difficilmente entrerebbero nel dovere di cronaca se non fosse per il clamore autoprodotto. Un gruppo di scissionisti dei Francescani dell’Immacolata ha infatti recentemente terminato la sua corsa in Inghilterra. Non sappiamo se la storia lo assolverà, ma le premesse fondative erano fallaci e prevedibili negli esiti.
Dal mondo tradizionalista si sono levate più voci che non fanno bene all’unità della Chiesa che intravede un orizzonte sempre più fosco nei lefebvriani.
La passata crisi della famiglia religiosa iniziata da P. Stefano M. Manelli non può essere tuttavia ridotta, come spesso è avvenuto in certa pubblicistica militante, alla sola questione della liturgia preconciliare. La Messa antica fu certamente un elemento visibile, simbolico, capace di mobilitare ambienti tradizionalisti e di trasformare una vicenda interna di governo religioso in una bandiera ideologica. Ma essa fu, più propriamente, la goccia che fece traboccare il vaso. Il nodo reale era molto più profondo: riguardava il modo di concepire l’autorità, la vita religiosa, il rapporto con la Chiesa, la gestione dei beni, la formazione delle coscienze e la dipendenza personale dal fondatore.A un certo punto della storia dell’Istituto, infatti, non si trattò più soltanto di custodire un carisma, ma di difendere una determinata visione proprietaria e autoreferenziale della vita religiosa. L’esperienza nata a Frigento nel 1970, quando P. Manelli era ancora frate minore conventuale e quindi inserito nel quadro disciplinare del suo Ordine, aveva potuto svilupparsi dentro una cornice ecclesiale più ampia. Con l’erezione del nuovo Istituto nel 1990 e poi con il riconoscimento pontificio del 1998, la nuova realtà religiosa acquistò maggiore autonomia. Proprio questa autonomia, che avrebbe dovuto essere vissuta come responsabilità ecclesiale, finì invece per diventare lo spazio di un governo sempre più accentrato, personale e impermeabile a controlli effettivi.

La permanenza al vertice per circa venticinque anni fu già di per sé un segnale anomalo. Non si trattava soltanto della durata materiale di un incarico, ma della trasformazione progressiva del governo in identificazione tra fondatore, carisma, istituto e volontà personale. In una sana ecclesiologia della vita consacrata, il fondatore non è il proprietario del carisma: ne è, al massimo, il primo servitore storico. Il carisma, una volta riconosciuto dalla Chiesa, appartiene alla Chiesa e deve essere purificato, verificato, custodito e, se necessario, corretto dalla Chiesa. Quando invece il fondatore continua a percepirsi come misura ultima dell’Istituto, ogni atto di governo ecclesiale viene interpretato come persecuzione, usurpazione o tradimento.

È dentro questa distorsione che va compresa la frammentazione successiva.

Secondo questa ricostruzione fatta di autorevoli testimonianze, P. Manelli avrebbe incoraggiato frati e suore a sottrarsi dall’autorità dei superiori legittimi dell’Istituto, anche attraverso l’espediente della richiesta di dispense dai voti con l’uscita dalle strutture canoniche ordinarie, così da non dover più obbedire al governo riconosciuto dalla Chiesa. In tal modo, la promessa di una presunta fedeltà al carisma originario diventava, di fatto, un invito a svincolarsi dalla mediazione ecclesiale. Non più la vita religiosa come obbedienza, comunione e appartenenza a un istituto approvato; ma una sorta di arcipelago di gruppi, case, iniziative, aggregazioni e appartenenze sentimentali riconducibili alla visione manelliana della Chiesa e della vita consacrata: un’isola che non c’è, idealizzata, parallela, sentimentalmente potente ma ecclesialmente fragile.

Il primo grande espediente di questa strategia fu la questione delle temporalità, cioè dei beni. La repentina sottrazione o intestazione dei beni a soggetti esterni all’Istituto ha trascinato la famiglia religiosa in un lungo contenzioso civile ed ecclesiale. Questo contenzioso, giunto ormai a esiti pesantemente sfavorevoli per la parte riconducibile al don Manelli, anche nei gradi più alti della giustizia civile, ha avuto un effetto inaspettato. I Frati Francescani dell’Immacolata, benché privati di spazi e di sicurezza economica, si sono concentrati nella stabilità formativa e nella continuità apostolica. Gravi responsabilità per P. Manelli se il patrimonio accumulato grazie alla vita, al lavoro, alla povertà e alle offerte raccolte nel nome dell’Istituto non è rimasto pacificamente nella disponibilità dell’Istituto stesso, ma è diventato oggetto di una disputa logorante.

Qui emerge una contraddizione radicale. Da un lato P. Stefano Manelli parlava di povertà francescana, di devozione mariana, di fedeltà alla Tradizione; dall’altro, si costruiva un sistema di controllo sulle risorse materiali tale da rendere l’Istituto vulnerabile, dipendente e ricattabile. La povertà, invece di essere libertà evangelica, diventava spoliazione dei religiosi. I beni, invece di servire la missione, diventavano strumento di potere e di resistenza.

Il secondo espediente fu l’infangamento mediatico e morale degli oppositori. Ma chi erano, in realtà, questi “oppositori”? Erano, in larga parte, i religiosi e le religiose che avevano scelto di obbedire alla Chiesa, di rimanere nell’Istituto, di accettare il commissariamento pur con tutte le sue difficoltà, e di non seguire la deriva parallela. Furono spesso presentati come traditori del carisma, ingrati, modernisti, nemici della Tradizione, strumenti di una presunta persecuzione romana. Si costruì così una narrazione vittimistica molto efficace: da un lato il fondatore anziano e perseguitato, dall’altro i figli spirituali infedeli, “colpevoli” di aver seguito l’autorità ecclesiastica.

Questo infangamento ebbe due direzioni.

La prima fu ad intra, cioè dentro la famiglia religiosa. Lo scopo era isolare i religiosi obbedienti dagli altri confratelli e dalle consorelle, farli apparire come sospetti, indegni, corrotti, responsabili della crisi. Si trattava di una forma di delegittimazione spirituale: non bastava dissentire da loro, bisognava far credere che la loro obbedienza fosse in realtà tradimento. In questo modo, la comunione interna veniva corrosa alla radice.

La seconda fu ad extra, cioè verso i laici, i benefattori, gli amici dell’Istituto, alcuni ambienti ecclesiali e mediatici. Lo scopo era isolare l’Istituto rimasto fedele alla Chiesa, privarlo di sostegno, farlo apparire come decaduto, commissariato, infedele alla propria origine. Si creò, in sostanza, una sorta di bloqueo morale ed economico: scoraggiare i benefattori, raffreddare le amicizie, convincere i laici che aiutare l’Istituto significasse sostenere i “nemici” del fondatore. Molti, sedotti da una narrazione unilaterale e devozionale, aderirono acriticamente a questa visione.

Il punto più delicato è proprio questo: la costruzione della presunta santità del fondatore come scudo contro ogni verifica. Una santità non sottoposta al vaglio della Chiesa, ma alimentata attraverso memorie, racconti edificanti, presunte predilezioni spirituali, richiami a Padre Pio, testimonianze prive di reale contraddittorio e spesso riproposte in forma apologetica. Anche in età avanzatissima, P. Manelli ha continuato a scrivere — o a far scrivere — ricordi legati a Padre Pio, insistendo su una presunta predilezione del santo cappuccino nei suoi confronti o della sua famiglia. Ma questa narrazione, proprio perché così insistita, avrebbe bisogno di essere sottoposta a confronto critico, documentario, storico e testimoniale. Non basta ripetere episodi edificanti per costruire un’aura carismatica. La santità nella Chiesa non è autoproduzione narrativa: è discernimento ecclesiale.

La frammentazione del ramo maschile ne è una conseguenza evidente. Accanto all’Istituto riconosciuto dalla Chiesa sono sorte o si sono rafforzate esperienze parallele, più o meno direttamente riconducibili alla visione del fondatore: i cosiddetti frati “albionici” o Marian Franciscans, alcune presenze in diocesi particolarmente disponibili ad accogliere religiosi usciti dall’Istituto, il caso di Lipa al tempo di mons. Ramón Argüelles, poi rimosso, l’esperienza di Sanremo – dove è incardinato (solo nominalmente) proprio P. Manelli – giustificata “per motivi umanitari”, fino a nuclei di italiani in diocesi ungaro-slovacche e ad altre forme di aggregazione sparse. Il risultato non è stato il rifiorire di un carisma, ma la sua dispersione in frammenti, spesso incapaci di una piena stabilità canonica e di una vera comunione ecclesiale.

Ma la frattura ha colpito anche il ramo femminile. Le Suore Francescane dell’Immacolata si sono trovate in una condizione ancora più dolorosa: spogliate di beni, sicurezza e riconoscimento pieno della propria dignità istituzionale, ma ancora in parte condizionate dalla dipendenza spirituale e psicologica dal fondatore. Il caso femminile mostra forse con maggiore drammaticità il volto concreto della crisi: donne consacrate, formate per anni in una logica di obbedienza assoluta al fondatore, si sono ritrovate prive di protezioni reali, spesso esposte a ricatti affettivi, spirituali e materiali.

Accanto a esse sono nate ulteriori realtà non riconosciute o problematiche, come la cosiddetta Famiglia del Cuore Immacolato e di San Francesco, e altre gemmazioni, tra cui quella – meno problematica – sviluppatasi nella diocesi di Brescia e ben seguita dall’Ordinario del luogo. Quest’ultima appare particolarmente significativa perché nata da ulteriori dissidi interni: una divisione della divisione. È il segno che, quando un carisma non è più custodito dentro la comunione ecclesiale, ma viene consegnato alla fedeltà personale a un fondatore e alle sue interpretazioni, esso tende inevitabilmente a moltiplicare scissioni, sospetti, micro-appartenenze e rivendicazioni concorrenti.

Il paradosso è evidente. In nome dell’unità con il fondatore, si è prodotta frammentazione. In nome della fedeltà al carisma, si è indebolito l’Istituto che quel carisma custodiva canonicamente. In nome della povertà, si sono combattute battaglie patrimoniali. In nome dell’obbedienza, si è incoraggiata la sottrazione all’autorità legittima. In nome della Tradizione, si è alimentata una resistenza pratica alla Chiesa reale.

Per questo la vicenda non può essere letta solo come scontro liturgico. La liturgia preconciliare fu un simbolo, non la radice. La radice fu una ecclesiologia deformata: l’idea che il carisma potesse sopravvivere meglio fuori o accanto alla Chiesa istituzionale che dentro l’obbedienza ecclesiale; l’idea che la fedeltà al fondatore potesse prevalere sulla fedeltà ai superiori legittimi; l’idea che la Chiesa fosse affidabile solo quando confermava la volontà del fondatore, e persecutoria quando la correggeva.

La ricostruzione della frammentazione mostra dunque il fallimento di una visione: quella di una vita religiosa intesa come cittadella separata, governata da una memoria fondativa intoccabile, sostenuta da benefattori fidelizzati, protetta da narrazioni agiografiche e impermeabile alla verifica ecclesiale. Ma la vita consacrata cattolica non è un’isola autosufficiente. È parte viva della Chiesa. Nasce dalla Chiesa, vive nella Chiesa, obbedisce alla Chiesa e solo nella Chiesa può essere purificata e resa feconda.

La vera fedeltà al carisma non consiste nel difendere indefinitamente il fondatore, soprattutto quando la sua opera storica mostra limiti, abusi di governo o derive proprietarie. La vera fedeltà consiste nel salvare ciò che era buono, correggere ciò che era malato, restituire libertà ai religiosi e alle religiose, ricondurre i beni alla missione, sciogliere le dipendenze personali e ricostruire una forma di vita più evangelica, più francescana, più mariana e più ecclesiale.

In questo senso, la frammentazione prodotta dopo il commissariamento non è un incidente marginale. È la prova retrospettiva della patologia originaria. Quando l’autorità ecclesiale ha chiesto verifica, invece di nascere un cammino penitenziale e comunitario, sono nate fughe, gruppi paralleli, delegittimazioni, contenziosi e narrazioni vittimistiche. È qui che si vede la differenza tra un carisma autenticamente ecclesiale e un sistema personalistico: il primo si lascia purificare; il secondo si difende producendo scismi interiori, anche quando non formalmente dichiarati.

La famiglia religiosa iniziata da P. Manelli ora può ritrovare la pace dopo aver rinunciato definitivamente all’idolatria del fondatore e alla mitologia dell’età dell’oro. Occorre riconoscere che l’obbedienza alla Chiesa non è stata il tradimento del carisma, ma la sua unica possibilità di salvezza. Chi è rimasto, chi ha sofferto, chi ha portato il peso dell’umiliazione, chi ha accettato di ricostruire senza beni, senza appoggi, senza narrazioni trionfalistiche, ha forse custodito il nucleo più evangelico di quella storia.

La santità non si misura dal numero dei racconti edificanti, né dalla fedeltà affettiva a un fondatore, né dalla capacità di mobilitare nostalgie tradizionaliste. Si misura dalla comunione con la Chiesa, dalla verità, dalla giustizia, dalla povertà reale, dalla libertà interiore e dalla carità verso i fratelli. Dove invece restano controllo, possesso, sospetto, delegittimazione e frammentazione, non siamo davanti alla fecondità di un carisma, ma alle sue ferite non ancora guarite.