Leone XIV i nuovo in Campania nella Terra dei Fuochi. Acerra lo accoglie a braccia aperte.

Ci sono luoghi che portano il proprio destino nel nome. La Terra dei fuochi non fa eccezione: la chiamarono così per i roghi notturni, quelle fiamme basse e velenose che per decenni hanno squarciato il buio della pianura campana tra Napoli e Caserta, consumando rifiuti tossici come se il fuoco potesse cancellare le colpe di chi li aveva scaricati lì. Non poteva, naturalmente. Il fuoco non purifica i veleni: li disperde nell’aria, li affonda nel suolo, li consegna alle falde acquifere, li semina nei corpi dei bambini. Brucia e avvelena. Come certe menzogne, che bruciano e avvelenano.

Leone XIV giunge ad Acerra il 23 maggio 2026 — vigilia dell’undicesimo anniversario della Laudato si’ — e lo fa per la seconda volta in meno di un mese, dopo la visita a Pompei e Napoli dell’8 maggio. Un ritorno che non è casuale e non è protocollare. È un gesto che ha la densità simbolica di una scelta: si torna dove si è già stati perché il luogo lo richiede, perché le ferite non si visitano una sola volta come si visita un monumento. Le ferite si frequentano, si accompagnano, si ascoltano nel lungo tempo della loro cicatrizzazione.

Bisogna capire cos’è stata la Terra dei fuochi per capire cosa significa che un Papa vi si rechi due volte in quindici giorni.

Per almeno trent’anni — qualcuno dice di più — questa porzione di Campania felix, come la chiamavano i latini per la sua fertilità leggendaria, è diventata la pattumiera d’Italia. Non per negligenza, non per arretratezza culturale, non per quella retorica comoda che scarica tutto sul Sud. Per affari. Per calcolo. Per la fredda aritmetica del profitto che stabilisce: costa meno pagare la camorra per interrare i rifiuti tossici in Campania che smaltirli legalmente al Nord. Le industrie del triangolo industriale — chimiche, conciarie, metalmeccaniche — hanno per decenni prodotto scarti pericolosi che non riuscivano (o non volevano) gestire nei modi e nei costi che la legge prescriveva. La soluzione era semplice e brutale: i camion partivano di notte, scendevano lungo l’autostrada, consegnavano il loro carico alla criminalità organizzata che sapeva dove nasconderlo. La camorra non ha inventato questo traffico: lo ha intercettato, organizzato, monetizzato. Ma i mandanti morali — gli imprenditori che firmavano i contratti, i funzionari che chiudevano gli occhi, i politici che non volevano sapere — stavano altrove, al sicuro dalla diossina che i loro rifiuti sprigionavano.

Il vescovo di Acerra, Antonio Di Donna — che la stampa ha ribattezzato «il vescovo sulle barricate» con quella sprezzatura giornalistica che a volte centra il bersaglio — lo dice con chiarezza disarmante: «I rifiuti pericolosi qui in Campania sono giunti in prima battuta dalle industrie del Nord. Gli alti costi aziendali per lo smaltimento sono stati “abbattuti” con i roghi nelle nostre campagne». Una frase che vale un atto d’accusa. Non contro un territorio, non contro un popolo, non contro un’indole criminale del Sud immaginata da chi ha bisogno di semplificare: contro un sistema economico che ha esternalizzato i propri costi scaricandoli sui più deboli, come sempre accade quando l’avidità incontra l’impunità.

I costi si misurano in tumori. In bambini morti a vent’anni. In madri che portano sotto la giacca, di nascosto, la maglietta con il volto sorridente della figlia che non c’è più.

Filomena Carolla ha perso Tina dodici anni fa. Un linfoma, a ventiquattro anni. «Le parole non riescono a uscire», dice, e non è reticenza: è quella forma di dolore che ha consumato già tutto il linguaggio disponibile e non trova più parole abbastanza grandi per contenersi. Porta al Papa un libro di racconti e dediche degli amici di Tina, perché vuole che Leone XIV sappia «che ragazza piena di vita era». Questa è la misura umana del disastro: non le statistiche — pure necessarie, pure agghiaccianti, centocinquanta tra morti e malati nel solo comune di Acerra negli ultimi trent’anni — ma i nomi propri. Tina. Ventiquattro anni. Un marito che sapeva della malattia e ha voluto sposarla lo stesso. Un matrimonio nel 2013. Una morte che ha preceduto troppi anniversari.

«È il veleno ad uccidere i nostri figli», dice Filomena alzando per la prima volta la voce nel racconto. «E i politici ci hanno venduti». La correlazione tra l’inquinamento e l’insorgere delle patologie tumorali — a lungo negata, minimizzata, coperta dal fango del negazionismo interessato — è stata dimostrata scientificamente tre anni fa in un report dell’Istituto Superiore di Sanità. Ci sono voluti decenni di dolore, di lotta, di madri che urlavano davanti alle istituzioni sordi, per arrivare a quella certificazione. La scienza ha confermato quello che le madri sapevano già.

C’è una tentazione, davanti a storie così, di cedere alla retorica del Sud martire e del Nord carnefice, alla semplificazione che divide il mondo in vittime innocenti e colpevoli assoluti. Bisogna resistere a quella tentazione, non perché le responsabilità siano sfumate — non lo sono — ma perché la complessità è l’unica cartina topografica che può aiutarci a trovare una via d’uscita.

Il vescovo Di Donna lo sa bene quando dice che «quanto accaduto è la sommatoria di più fattori». La camorra ha gestito il sistema, ma non lo ha creato da sola. Le istituzioni — nazionali, regionali, locali — hanno risposto con debolezza quando non con connivenza. Il negazionismo ha ritardato la bonifica di anni. E poi c’è Acerra, che ospita l’unico inceneritore della Campania, monitorato ma non pienamente controllato, e porta da sola un peso che andrebbe redistribuito. L’ecologia, insegna la Laudato si’, è anche questione di giustizia distributiva: i costi ambientali non possono gravare sempre sugli stessi.

Ma — ed è questo che rende il viaggio di Leone XIV più di un gesto di solidarietà — da questa complessità si stanno già faticosamente emergendo storie di riscatto. Il fiume Sarno, un tempo emblema di degrado idrico, è al termine di un lungo percorso di bonifica. Esistono cooperative sociali che raccolgono abiti usati impiegando persone uscite dalla marginalità. Esistono comunità terapeutiche dove la guarigione dai disturbi da dipendenza passa attraverso il lavoro nei campi, le mani nella terra, il ritmo delle stagioni. Esistono giovani generazioni che guardano un docufilm su quel fiume e imparano che il territorio si può amare, non solo subire.

Un Papa che torna è un Papa che non dimentica. In un mondo in cui la distrazione è la forma ordinaria dell’indifferenza, il ritorno ha il valore di un’ostinazione. Leone XIV porta con sé, in questo viaggio lampo di tre ore, il peso di una prima enciclica sociale — la Magnifica humanitas — che verrà pubblicata lunedì: come se avesse voluto che le prime parole scritte trovassero risonanza in questo luogo, in questa carne, in questo dolore che attende ancora giustizia piena.

La Terra dei fuochi non è, come dice Di Donna, un luogo geografico. È un fenomeno che si ripete, con altri nomi e altri veleni, in cinquanta siti altamente inquinati sparsi per tutta Italia, dal Nord al Sud. È lo specchio di una civiltà che produce rifiuti più velocemente di quanto riesca a darsi una coscienza su come gestirli. È la domanda che nessun fuoco può bruciare: cosa siamo disposti a sacrificare, e chi, sull’altare della crescita economica?

Filomena Carolla spera che «i responsabili di tanto dolore ascoltino le parole del Papa e aprano i loro cuori». È una speranza enorme, quasi ingenua nella sua grandezza. Ma è anche l’unica che vale la pena di portare in piazza Calipari, quel 23 maggio, sotto il sole di una Campania che vuole tornare felix.