Uscirà il 25 maggio 2025 la prima enciclica di Leone XIV dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale» . Il Papa l’ha preparata a Castelgandolfo la scorsa estate.
C’è qualcosa di quasi poetico nel fatto che la prima enciclica di Leone XIV si chiami Magnifica humanitas. Magnifica umanità. Non umanità fragile, non umanità in pericolo, non umanità da difendere — ma magnifica. Un aggettivo che suona quasi come una scommessa, pronunciato proprio adesso, nel momento in cui quella magnificenza è messa alla prova da qualcosa che non ha corpo, non ha storia, non ha paura di morire.
L’intelligenza artificiale è l’interlocutore scomodo di questo pontificato, così come la questione operaia lo era stata per Leone XIII quando, centotrentacinque anni fa, scrisse la Rerum Novarum. Anche allora il mondo era appena cambiato, e cambiato troppo in fretta. Anche allora c’erano chi guadagnava e chi perdeva, chi deteneva il potere della macchina e chi veniva macinato da essa. Anche allora la Chiesa scelse di non distogliere lo sguardo.
Leone XIV sembra voler fare lo stesso. E la scelta simbolica di firmare il documento il 15 maggio, anniversario esatto della Rerum Novarum, non è un vezzo da liturgisti: è una dichiarazione di continuità, un filo teso tra la fabbrica di fine Ottocento e il data center di inizio Duemila, tra l’operaio senza diritti e l’utente senza tutele, tra lo sfruttamento del corpo e quello — più sottile, più difficile da nominare — della mente e dell’attenzione.
Eppure c’è una differenza sostanziale. La rivoluzione industriale aveva un volto. Il padrone aveva un nome, la ciminiera aveva un indirizzo, il contratto collettivo aveva un tavolo intorno a cui sedersi. La rivoluzione digitale è ovunque e da nessuna parte. L’algoritmo non si incontra, non si tratta, non si convoca davanti a una commissione parlamentare — o almeno, quando lo si convoca, risponde in un linguaggio che suona come il nostro ma non lo è del tutto. Le derive del digitale di cui il papa intende mettere in guardia non sono derive di un soggetto malvagio: sono derive di sistema, di incentivi, di velocità. Sono derive che accadono anche quando nessuno le vuole.
È qui che la voce della Chiesa, con tutta la sua lentezza, con tutta la sua insistenza sulla dignità della persona, con tutto il suo rifiuto di ridurre l’essere umano a funzione produttiva o a profilo comportamentale, può dire qualcosa che i parlamenti faticano a dire e che i mercati non hanno interesse a dire. Non perché la Chiesa abbia le risposte tecniche — non le ha, e sarebbe disonesto pretenderlo — ma perché conserva una domanda che il tecnico tende a rimuovere: a cosa serve tutto questo? Per chi? A quale prezzo, e pagato da chi?
Non è un caso che alla presentazione dell’enciclica sia stato invitato Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, l’azienda che ha sviluppato Claude. È un gesto di apertura, o forse di cortesia istituzionale, ma è anche qualcosa di più: il riconoscimento che questo non è un confronto tra fede e scienza, tra tradizione e progresso, ma tra visioni dell’umano. E che anche chi costruisce le macchine ha bisogno, a volte, di sentirsi chiedere dove sta andando.
Leone XIV aveva già parlato di queste cose in Africa, davanti agli studenti dell’università cattolica di Yaoundé, invitandoli a non distogliere lo sguardo dalla rivoluzione digitale, a essere «pionieri di un nuovo umanesimo». È una formula bella, e come tutte le formule belle rischia di restare sospesa nell’aria se non si riempie di contenuto preciso. L’enciclica sarà l’occasione per vedere se dietro le parole c’è una diagnosi, e se dietro la diagnosi c’è qualcosa che assomigli a una cura.
Nel frattempo, resta l’intuizione di fondo: che la magnificenza dell’umanità non è un dato acquisito, una proprietà che si conserva da sola, ma qualcosa che va custodito, rivendicato, scelto ogni volta di fronte a ogni nuova tecnologia che promette di renderci più efficienti e rischia, invece, di renderci più soli.
La macchina non sa cos’è la solitudine. Questo, forse, è il punto di partenza.
