Al Focolare Point, una serata interculturale per dire no alla guerra attraverso la bellezza

Roma, 17 maggio 2026. Quando le armi non tacciono, può farlo la parola — per fare spazio alla musica e alla poesia. È con questo spirito che questa sera, alle ore 20:00, al Focolare Point di Via del Carmine 3, si è tenuto l’evento «Musica e Poesia — Armonia per la Pace», una serata interculturale e interreligiosa che ha messo al centro il dialogo tra la civiltà italiana e quella persiana, in un momento in cui l’Iran è al centro di uno dei conflitti più drammatici dello scenario internazionale.

L’iniziativa, raccolta sotto il motto «La musica unisce, la poesia ispira, l’armonia costruisce la pace», ha riunito sul palco voci, strumenti e tradizioni di mondi diversi — ma animati da un’unica convinzione: che la bellezza sia un linguaggio universale, l’unico capace di attraversare i confini che la politica erige e che la guerra consolida.

La parola di un francescano

Ha aperto la serata Padre Alfonso M. Bruno, sacerdote francescano, missionario e giornalista, con una comunicazione che ha attraversato storia, teologia, geopolitica e testimonianza personale con rara densità intellettuale. «Sono qui non come analista geopolitico», ha esordito, «ma come un povero artigiano della parola, convinto che il dialogo tra i popoli sia l’unico strumento realmente efficace di pace.»

La sua riflessione ha preso le mosse dal Medioevo della convivencia — Toledo, Palermo, Cordova, Baghdad — quando ebrei, cristiani e musulmani costruivano insieme osservatori astronomici, traducevano Aristotele, scrivevano poesia in corti condivise. «Poi vennero i calcoli del potere», ha ricordato con amarezza, «e quello che era norma divenne eccezione.» Ma ha anche richiamato con forza l’identità abramitica comune delle tre grandi fedi monoteiste: «Quando ci si uccide in nome di quel Dio, si commette una doppia bestemmia: si nega Lui e si nega il fratello.»

Padre Bruno ha poi portato all’attenzione del pubblico un fatto di stringente attualità: la lettera inviata pochi giorni fa dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian a Papa Leone XIV, aperta con una citazione coranica e una biblica insieme — un gesto diplomatico e spirituale al tempo stesso. «Un presidente di una Repubblica islamica che scrive al Papa usando insieme il Corano e la Bibbia: in questo gesto c’è già una teologia della pace», ha commentato il francescano.

Ha quindi citato le parole di Leone XIV agli operatori della comunicazione del 12 maggio scorso — «Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio» — e la visione di Igino Giordani, secondo cui il papato è «la più grande centrale della pace che l’umanità abbia mai prodotto», non perché abbia eserciti, ma perché ne è privo.

Non è mancata la testimonianza personale: gli amici che hanno lavorato alla Nunziatura Apostolica di Teheran, gli iraniani incontrati a Roma — intellettuali, artisti, famiglie — la cui umanità ha «da sola cancellato decenni di narrazione demonizzante». Un invito esplicito a distinguere tra le scelte politiche di un governo e l’indole di un popolo: «Confondere l’uno con l’altro non è realismo: è propaganda.»

Ha suscitato particolare emozione il riferimento alla stazione della metropolitana di Teheran inaugurata l’anno scorso e dedicata alla Vergine Maria — Maryam-e Moghaddas — con bassorilievi di Gesù e Maria e una statua della Madonna alta oltre due metri, definita dal sindaco di Teheran «un tributo alla coesistenza delle religioni divine». Il commento del cardinale Dominique Mathieu, arcivescovo di Teheran e confratello francescano di Padre Bruno, ha chiuso il cerchio: «Un simbolo di dialogo che desta interesse.»

Il discorso si è concluso con Francesco d’Assisi e il Cantico delle Creature — composto ottocento anni fa e utilizzato dal Poverello in persona per riconciliare il vescovo e il podestà di Assisi — come paradigma eterno della pace costruita attraverso la poesia: «La musica e la poesia non sono ornamento della pace, ma suo strumento.»

Gli artisti

Accanto alla parola, la serata ha dato voce alla musica in tutta la sua potenza interculturale. Il Sig. Hossein Sojoudi, musicista iraniano e compositore, ha incantato il pubblico con il tar — l’antico liuto persiano la cui storia risale a millenni —, portando nel cuore di Roma i suoni di una civiltà che Rumi e Hafez avevano già reso immortale nella poesia.

Il Dr. Masoud Hatami, scrittore e traduttore, ha offerto la sua voce alla poesia persiana in italiano, costruendo quel ponte linguistico e culturale che è la premessa di ogni vero incontro tra popoli.

Il Coro degli studenti dei Frati Francescani dell’Immacolata ha proposto canti mariani — omaggio alla figura di Maria, venerata tanto nel Vangelo quanto nel Corano, trait d’union spirituale tra le due tradizioni presenti in sala.

I musicisti Michael Nakhla (percussioni) e Samah Boulmona (fisarmonica) hanno completato un ensemble capace di tenere insieme ritmi del Medio Oriente e melodie mediterranee in un dialogo sonoro che non necessitava di traduzione.

A condurre con eleganza l’intera serata, la presentatrice Silva Sulebi.

Un’iniziativa nel segno di «Pace — Un ponte tra culture, un cuore solo»

L’evento è stato organizzato nell’ambito del progetto «Pace — Un ponte tra culture, un cuore solo», che fa del dialogo interculturale e interreligioso la propria missione fondante. In un momento in cui il conflitto in Iran ha già causato migliaia di vittime civili e un numero incalcolabile di sofferenze, la scelta di rispondere con la bellezza non è ingenuità: è, come ha ricordato Padre Bruno citando Papa Francesco al Colosseo nel 2022, la convinzione che «i conflitti si disinnescano con l’arma del dialogo».

«La musica unisce», recita il motto della serata. «La poesia ispira. L’armonia costruisce la pace.» Stasera, in una piccola chiesa di Roma, qualcuno ci ha creduto davvero.


Focolare Meeting Point, Via del Carmine 3 — Roma, 17 maggio 2026