C’è un’immagine nel ragionamento di Hadi Hosni che vale più di molti rapporti geopolitici. Il Libano, dice questo giovane dirigente di un piccolo partito che prova a pensare lo Stato in un paese dove lo Stato non esiste, assomiglia a «spighe di grano che si piegano a seconda delle forze esterne». Molti osservatori chiamano questa capacità resilienza — e il termine, nel lessico della cooperazione internazionale e del giornalismo che copre le crisi, ha una connotazione ammirata, quasi eroica. Hosni la chiama con un nome meno lusinghiero: dipendenza organizzata. La differenza non è semantica. È la differenza tra un paese che resiste e un paese che assorbe, tra una società che ha forza propria e una società che si piega perché non ha altra scelta. E quando la tempesta supera una certa soglia — quando non è più vento ma uragano — il grano non si piega: si spezza.

Il Libano è, per struttura costituzionale e per storia, l’esperimento più estremo di convivenza comunitaria istituzionalizzata che il Novecento abbia prodotto. Il sistema confessionale — la distribuzione delle cariche pubbliche tra maroniti, sunniti, sciiti, drusi, ortodossi, e le diciassette altre comunità riconosciute — nacque come soluzione pragmatica a una pluralità irriducibile, e per decenni fu presentato come un modello di coesistenza in un Medio Oriente dominato da stati a religione o etnia dominante. La guerra civile del 1975-1990, con i suoi centomila morti e la distruzione di Beirut, avrebbe dovuto essere il momento della verità: il sistema confessionale, portato alle sue conseguenze estreme, produceva la guerra di tutti contro tutti. L’accordo di Taif del 1989 fermò il conflitto senza risolvere la struttura che lo aveva generato. Ristabilì l’equilibrio comunitario su nuove basi, legittimò la convivenza tra esercito nazionale e resistenza armata parallela, e lasciò il Libano in quella che Hosni chiama con precisione impietosa «una tregua tra comunità» — non una pace, non uno Stato, ma una sospensione concordata delle ostilità interne, tenuta in piedi da equilibri di terrore e da sponsor esterni che finanziano ciascuno la propria colonna.

La frase più rivelatrice dell’intervista di Hosni non riguarda Israele né Hezbollah né la guerra: riguarda i capi-bastone. «Ci parliamo continuamente. Sono angosciati, terrorizzati. Sanno che il sistema è bloccato, ma non riescono a cambiarlo. Temono di soccombere, anche fisicamente, se provassero a opporsi alla sua logica interna.» È un ritratto di classe dirigente che merita di essere tenuto a mente: non cinicamente indifferente alla crisi del paese, ma prigioniera di una struttura che essa stessa perpetua e dalla quale non riesce a uscire. Il capo-bastone non è un tiranno che opprime una società altrimenti libera: è un nodo in una rete che lo tiene in piedi mentre lui tiene in piedi la rete. Rimuoverlo non cambia nulla, perché il nodo successivo replica la stessa logica. Il sistema non è «un gruppo di individui che tiene il potere con un bastone in mano», dice Hosni: «è in tutte le relazioni dentro la società, a tutti i livelli. È la logica che domina tutta la società.»

Questa è un’analisi gramsciana applicata al confessionalismo libanese, anche se Hosni probabilmente non la chiamerebbe così. La subalternità non è imposta dall’alto con la forza bruta: è riprodotta dal basso attraverso relazioni di dipendenza, clientele, appartenenze identitarie che danno sicurezza in cambio di fedeltà. Il figlio sciita che milita in Hezbollah perché lo Stato non ha mai fatto nulla per lui. Il maronita che vota il suo capo-clan perché è l’unico che garantisce un posto di lavoro. Il druso che si affida al suo leader perché senza quella protezione verticale è solo. Cambiare questo non richiede un’elezione: richiede una trasformazione delle condizioni materiali che rendono quella dipendenza razionale.

Il Libano ha importato nel 2025 beni per ventuno miliardi di dollari ed esportato per circa tre. Il deficit è stato compensato quasi interamente da rimesse e spese della diaspora. Ottocento mila libanesi sono emigrati dal 2022 a oggi — un esodo che, in un paese di meno di sei milioni di abitanti, equivale a svuotare una generazione. Le risorse, dice Hosni, esistono: manca uno Stato capace di mobilizzarle con una politica fiscale equa e trasparente. L’osservazione è corretta e brutale nella sua semplicità. Il Libano non è povero di risorse umane e finanziarie: è povero di Stato. La differenza è enorme, perché la prima condizione è quasi irreversibile mentre la seconda è — almeno in teoria — modificabile.

Ma è qui che il ragionamento di Hosni incontra il muro che lui stesso descrive con lucidità: tassare significa scegliere chi tassare, e scegliere chi tassare in un sistema comunitario significa colpire una parte della propria base per guadagnare consenso altrove — operazione impossibile per un capo-bastone che deve tenere insieme proprietari e affittuari, importatori di carburante e vittime dei prezzi dell’elettricità, ricchi e poveri della stessa comunità. Hosni cita Zohran Mamdani, il sindaco di New York: un politico può tassare gli appartamenti di grande valore perdendo una minoranza ricca e guadagnando una maggioranza di affittuari. Il capo-bastone libanese non può, perché il suo recinto comunitario contiene entrambi, e qualunque scelta fiscale li spacca. La matematica politica del confessionalismo rende impossibile la politica redistributiva. E senza politica redistributiva, lo Stato rimane uno scheletro.

La proposta di Hosni è radicale nella sua concretezza: censimento — il primo da quasi cento anni — per registrare i cittadini in base al luogo di residenza e non all’appartenenza comunitaria; servizio militare e civile obbligatorio per donne e uomini; politica fiscale equa per mobilitare risorse interne. Tre misure che suonano quasi banali nell’elenco, e che sono invece rivoluzionarie nel contesto libanese perché attaccano la struttura stessa del confessionalismo. Il censimento rompe il legame automatico tra individuo e comunità — quella «targhetta» messa nello stato di famiglia alla nascita, che classifica ogni libanese per sangue confessionale prima ancora che per cittadinanza. Il servizio militare obbligatorio costruisce un’appartenenza nazionale trasversale alle divisioni comunitarie. La politica fiscale crea un rapporto diretto tra cittadino e Stato che bypassa la mediazione del capo-bastone.

È, nella sua essenza, il programma della costruzione dello Stato-nazione in un paese dove lo Stato-nazione non è mai esistito davvero. Non è un programma originale nella storia del pensiero politico: è il programma che l’Europa ha realizzato, con enormi costi in sangue e oppressione, nel corso di due secoli. La domanda che Hosni non risponde — e che nessuno risponde con onestà — è come si realizza questo programma senza i costi che l’Europa ha pagato. La risposta onesta è che probabilmente non si può. Le strutture di potere non si smantellano con la persuasione.

Israele, nel frattempo, non sta aspettando che il Libano si decida. La strategia descritta da Hosni è sottile e più pericolosa della distruzione indiscriminata del 2006: non colpisce le infrastrutture di tutto il paese, ma lavora sulla divisione interna, amplifica l’idea che esistano zone sicure e zone sacrificabili, comunità protette e comunità abbandonate. Villaggi cristiani presentati come salvabili, territori sciiti consegnati alla distruzione. L’obiettivo non è occupare il Libano: è spingere ogni gruppo a cercare protezione fuori dallo Stato, dentro appartenenze verticali separate, fino a riaprire lo spettro della guerra civile. «Stanno lavorando sulla divisione interna», dice Hosni. «E finora stanno riuscendo.»

È una strategia che conosce profondamente il proprio obiettivo, perché conosce la struttura del paese che vuole destabilizzare. Non serve distruggere un paese che si autodistrugge: basta accelerare le contraddizioni già presenti, alimentare le paure già esistenti, rendere insostenibile la tregua già precaria. Il Libano è vulnerabile a questa strategia precisamente perché non ha Stato: non ha un’istituzione che possa dire a tutti i libanesi noi vi proteggiamo tutti allo stesso modo, perché non è vero, e non lo è da sempre.

Ottocento mila partiti dal 2022. Il numero ritorna, e non si lascia liquidare. In un paese di meno di sei milioni, è il quattordici per cento della popolazione in tre anni. Sono i giovani, per lo più — quelli che avrebbero dovuto essere la base di qualunque rinnovamento, il capitale umano di qualunque futuro. Se ne vanno perché non vedono futuro, perché il sistema non offre loro né opportunità né rappresentanza né la sensazione elementare che lo Stato sia dalla loro parte. La loro partenza indebolisce ulteriormente le possibilità di cambiamento: i leader politico-comunitari li perdono come base, ma perdono anche i potenziali oppositori. Rimane un paese più vecchio, più povero di energie, più dipendente dalle rimesse di chi è andato via — rimesse che finanziano il deficit senza costruire niente.

«L’emigrazione travolge tutto», dice Hosni. È la nota più dolente dell’analisi, perché è il punto in cui la crisi si autoalimenta in modo che nessuna delle ricette proposte riesce facilmente ad interrompere. Si costruisce lo Stato per trattenere i giovani, ma per costruire lo Stato servono i giovani. Il cerchio si chiude su se stesso, e il grano continua a piegarsi.

Fino a quando potrà ancora farlo senza spezzarsi è la domanda che nessuno a Beirut sembra voler porre ad alta voce. Hosni la pone. Per questo merita di essere ascoltato — non perché abbia le risposte, ma perché ha la lucidità di nominare il problema con il suo nome.


Uno Stato non si costruisce con un censimento e un decreto sul servizio militare. Si costruisce quando abbastanza persone decidono che appartenere allo Stato vale più che appartenere alla propria comunità. In Libano, quella decisione non è ancora stata presa. Il tempo per prenderla si sta esaurendo.