Alla guida Salim El Koudri ha tentato la fuga brandeggiando un coltello. Gli era già riconosciuto il disagio psichiatrico. Non è tardata la strumentalizzazione politica per l’origine straniera dell’aggressore.

Un’auto lanciata a cento all’ora sui passanti, una donna senza gambe, otto feriti di cui quattro gravissimi. E, prima ancora che le ambulanze lasciassero via Emilia centro, il primo post di Salvini col cognome straniero in maiuscolo. Modena, 16 maggio 2026: una tragedia già diventata campo di battaglia.

Mentre i soccorritori ancora lavoravano sull’asfalto di via Emilia centro, mentre una donna perdeva le gambe contro una vetrina e altri sette feriti venivano caricati sulle ambulanze, Matteo Salvini aveva già scritto il suo post. “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione.” Il cognome straniero in apertura, come una prova, come se il cognome fosse già la spiegazione. Lo sciacallaggio politico, in Italia, ha tempi di reazione ormai più rapidi di quelli del pronto soccorso.

Eppure i fatti, quelli che si conoscono a poche ore dall’accaduto, raccontano una storia più complicata e più inquietante di quella che conviene a chiunque voglia usarla. Salim El Koudri ha trentun anni, è nato a Bergamo, risiede nel Modenese, ha una laurea in Economia, è incensurato. Non risultano legami con formazioni eversive, non risulta radicalizzazione religiosa o politica. Risulta invece una storia di cure psichiatriche, segnali di instabilità mentale che chi indaga ha già messo a verbale come elemento centrale. Non era sotto effetto di droghe né di alcol. Aveva una mente che evidentemente, quel pomeriggio, si trovava in un posto dove nessuna legge sull’immigrazione sarebbe potuta arrivare.

La psichiatria territoriale italiana è uno di quei temi di cui si parla solo quando produce tragedie. La riforma Basaglia del 1978 ha chiuso i manicomi — una conquista di civiltà, non si discute — ma ha lasciato irrisolto il problema di cosa costruire al loro posto. Quarantotto anni dopo, la risposta è ancora parziale, disomogenea, sottofinanziata. I Dipartimenti di salute mentale reggono con organici insufficienti. Le crisi acute vengono gestite, le fragilità croniche vengono seguite a intermittenza, i casi border — quelli che non sono abbastanza gravi da richiedere il ricovero coatto ma abbastanza instabili da essere pericolosi — finiscono spesso in un vuoto di presa in carico. Non sappiamo ancora con precisione in quale di queste categorie rientri El Koudri. Ma sappiamo che aveva già incrociato il sistema psichiatrico, e che il sistema evidentemente non era riuscito a tenerlo.

C’è poi la questione delle seconde generazioni, che Salvini ha citato come aggravante e che invece meriterebbe una lettura più onesta. I ragazzi nati in Italia da genitori stranieri — o arrivati da piccoli, cresciuti qui, scolarizzati qui — non sono immigrati. Sono italiani a tutti gli effetti tranne che anagraficamente, in un paese che continua a negare loro la cittadinanza per nascita. Crescono in una terra di mezzo identitaria: troppo italiani per il paese d’origine dei genitori, troppo stranieri per lo Stato italiano che li tiene in un limbo giuridico e simbolico. La letteratura clinica e sociologica documenta da decenni come questa sospensione identitaria produca vulnerabilità psicologica, senso di esclusione, difficoltà nell’elaborare un’appartenenza stabile. Non è un alibi per nessun atto di violenza. È una variabile che uno Stato serio dovrebbe considerare, invece di usarla come hashtag.

Va detto anche l’altro, però, perché l’onestà lo richiede: a fermare Salim El Koudri, armato di coltello e in fuga, sono stati quattro cittadini — di cui due stranieri. Lo ha precisato il sindaco Mezzetti, e quella precisazione vale quanto un saggio di sociologia. Nella stessa scena in cui un uomo di origini straniere seminava il panico, altri uomini e donne di origini straniere rischiavano la vita per fermarlo. Il crimine non ha etnia. Il coraggio civico nemmeno.

Modena, oggi, è una città ferita che merita silenzio e cura, non strumentalizzazione. Meriterebbe un dibattito serio sulla salute mentale, su cosa significa davvero prendere in carico una persona fragile prima che diventi un pericolo per sé e per gli altri. Meriterebbe una riflessione adulta sull’integrazione mancata, sui costi umani di una cittadinanza negata per decenni a chi è nato e cresciuto qui. Meriterebbe, soprattutto, che il dolore di chi ha perso le gambe su un marciapiede non venisse trasformato, nel giro di minuti, in combustibile elettorale.

C’è tempo per la politica. Adesso c’è solo tempo per i feriti.

L’aggressore è nato a Bergamo, laureato, incensurato, con una storia di cure psichiatriche. Non risultano legami con cellule eversive né radicalizzazione. Eppure la politica ha già la sua risposta. Il problema è che è quella sbagliata.