Durante la Processione delle Bandiere del 14 maggio, un partecipante ha sputato sulla statua della Vergine Maria presso la Porta Nuova della Città Vecchia di Gerusalemme. Un gesto, pochi secondi, in uno dei luoghi più sacri al mondo. Ma i gesti, in quella città, non sono mai soltanto gesti.
Lo sputo e la pietra
Gerusalemme è la città dove ogni pietra è teologia. Dove il vicolo che percorri può essere, a seconda di chi sei, la Via Dolorosa o il cammino verso il Muro, il quartiere cristiano o quello musulmano, la memoria di una conquista o di una liberazione — le parole cambiano, i fatti restano scolpiti nella pietra millenaria. È una città che non permette la neutralità: ogni gesto, in quel contesto carico oltre ogni limite umano, acquista un peso specifico che altrove non avrebbe.
Uno sputo sulla statua della Vergine Maria, alla Porta Nuova della Città Vecchia, durante la Processione delle Bandiere del 14 maggio, non è un gesto neutro. Non lo sarebbe in nessun posto. A Gerusalemme, è una dichiarazione.
La Processione delle Bandiere — Yom Yerushalayim, la celebrazione dell’unificazione della città nel 1967 — è da anni l’occasione in cui le tensioni della Città Vecchia raggiungono la loro temperatura più alta. Migliaia di giovani nazionalisti israeliani attraversano i quartieri arabi e cristiani con le bandiere di Israele, tra canti e slogan che i residenti descrivono come provocatori. Le autorità israeliane la garantiscono come espressione legittima di identità nazionale. I cristiani e i musulmani della Città Vecchia la vivono, ogni anno, come un’occupazione temporanea del proprio spazio sacro. Da questo attrito annuale nascono episodi che i media internazionali registrano e poi dimenticano fino all’anno successivo.
Lo sputo di cui riferisce Wadie Abunassar, coordinatore del Forum dei Cristiani di Terra Santa, si inscrive in una serie di atti analoghi che la comunità cristiana di Gerusalemme denuncia con crescente frequenza e crescente frustrazione. Non è la prima statua profanata, non è il primo crocifisso sputacchiato, non è il primo religioso preso di mira per strada. Esiste perfino un termine per descrivere questa pratica — diffusa in certi ambienti ultraortodossi come forma di disprezzo verso il simbolismo cristiano — e la sua esistenza nominata dice qualcosa sulla sua sistematicità.
Ma nominare non basta, e Abunassar lo sa. La richiesta che avanza è duplice: che il responsabile venga identificato e che risponda delle proprie azioni; e che venga avviato un percorso di rieducazione. È una richiesta misurata, quasi mite nella sua formulazione, se si considera il contesto. Non chiede espulsioni, non chiede leggi speciali, non chiede ritorsioni. Chiede responsabilità e educazione — gli strumenti minimi di qualunque convivenza civile.
Il problema è che Gerusalemme non è un laboratorio di convivenza civile. È il luogo dove tre monoteismi si contendono ogni metro quadro di suolo con la stessa intensità con cui si contendono ogni verso di scrittura sacra. È una città che produce santi e fanatici con uguale abbondanza, dove la fede autentica e il nazionalismo più grezzo spesso indossano gli stessi abiti e pregano negli stessi luoghi. Distinguerli dall’esterno è difficile. Distinguerli dall’interno, per chi li abita, è una fatica quotidiana e spossante.
I cristiani di Gerusalemme sono una minoranza che si assottiglia di decennio in decennio. Erano il venti per cento della popolazione della città all’inizio del Novecento. Oggi sono meno del due. Se ne vanno per molte ragioni — economiche, politiche, per stanchezza di vivere in perenne stato di tensione tra pressioni opposte. Ogni episodio come quello della Porta Nuova accelera quella partenza silenziosa, convince un’altra famiglia che il futuro va cercato altrove. La Città Santa si svuota lentamente dei suoi cristiani, e nessuno sembra trovare il tempo di occuparsene seriamente.
Uno sputo su una statua della Madonna è, preso da solo, un atto di maleducazione religiosa. Inserito nel suo contesto — la Processione delle Bandiere, la Porta Nuova, Gerusalemme, il maggio del 2026 — è un sintomo. Di un radicalismo che cresce, di una convivenza che si erode, di una città che continua a essere contesa non soltanto con le armi e con i tribunali, ma anche con i gesti più piccoli e più vili.
Le pietre di Gerusalemme hanno memoria lunga. Registrano tutto — le preghiere, le guerre, le processioni, gli sputi. Il problema è che nessuno sa ancora come si legge quella memoria in modo da trarne una lezione comune.
Forse è questo, in fondo, il vero problema di Gerusalemme: non la mancanza di fede, ma la mancanza di ascolto. Ognuno prega ad alta voce. Nessuno riesce a sentire l’altro.
