Un mese di vita e un barchino di metallo

Aveva un mese. È partita da Sfax su sette metri di lamiera con sua madre ventenne e sua sorella più grande. È arrivata a Lampedusa alle quattro e mezza di mattina ed è morta di ipotermia prima che i medici potessero fare qualcosa. Non ha vissuto abbastanza a lungo da avere un nome nei notiziari.

Un mese di vita. Meno tempo di quanto ne occorra per abituarsi alla luce, per imparare a riconoscere il volto di chi ti tiene in braccio, per smettere di confondere il sonno con il mondo. Un mese, e già su un barchino di metallo di sette metri nel Mediterraneo di maggio, partito da Sfax alle due di notte con cinquantacinque persone a bordo e il freddo dell’acqua che sale dal fondo dello scafo.

Sua madre ha vent’anni. Anche lei, in un’altra vita, sarebbe ancora una ragazza. Invece era lì, su quel barchino, con una neonata e un’altra figlia più grande, e quattrocento euro dati a qualcuno che le aveva promesso l’altra sponda. Non sappiamo se il padre viaggiasse con loro. Non sappiamo quasi nulla, perché la donna è in stato confusionale e la procura di Agrigento ha appena aperto un fascicolo e ci vorrà tempo prima che qualcosa diventi ufficiale e nominabile.

Sappiamo che la bambina aveva segni di ipotermia quando è arrivata sul molo Favarolo. Sappiamo che i soccorritori se ne sono accorti subito, che l’hanno trasferita al Poliambulatorio con la madre, che il medico rianimatore ha fatto tutto il necessario. Sappiamo che non è servito a nulla.

Francesco D’Arca, responsabile del presidio sanitario di Lampedusa, lo dice con la sobrietà di chi ha visto troppe cose per permettersi il lusso del pathos: “Aveva un mese di vita ed è morta per ipotermia.” Una frase. Soggetto, verbo, causa. Non c’è altro da aggiungere sul piano clinico. Sul piano umano, invece, quella frase apre un abisso che non ha fondo.

Tre o quattro degli altri migranti sbarcati quella mattina avevano segni di violenza sulle braccia e sul dorso — rilevati durante il triage ordinario, con la stessa metodicità con cui si misurano pressione e temperatura. Violenze subite prima della traversata, precisano i medici. Il viaggio, dunque, non è nemmeno la parte peggiore. Il viaggio è il capitolo finale di una storia che comincia altrove, in posti che spingono una ragazza di vent’anni a imbarcarsi di notte con una figlia di un mese su sette metri di metallo.

La salma è stata trasferita alla camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana. Un nome bellissimo per un posto che non avrebbe mai dovuto accogliere una bambina di un mese. La madre è all’hotspot, dove le presteranno assistenza psicologica — come se esistesse una psicologia attrezzata per questo, come se ci fosse un protocollo per aiutare una ventenne a sopravvivere alla morte di sua figlia su un barchino clandestino nel Mediterraneo.

Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Questa è la frase più oscena che si possa scrivere, eppure è vera, e fingere che non lo sia sarebbe una menzogna più grande di qualunque omissione. Il Mediterraneo ha una contabilità dei morti che nessuno vuole tenere con precisione perché i numeri, a una certa soglia, smettono di fare effetto. Si parla di migliaia, di traversate, di barchini, di annegati. Si parla al plurale perché il plurale anestetizza.

Questa mattina, però, c’è solo il singolare. Una bambina. Un mese. Un barchino partito da Sfax alle due di notte. Una madre di vent’anni che adesso è sola in un hotspot a Lampedusa con un’altra figlia e senza parole.

Quattrocento euro. Forse seicento. Il prezzo di una traversata. Il prezzo, si scopre, comprendeva anche questo.