Il corpo degli invisibili
C’è un tipo di atrocità che le guerre producono da sempre e che quasi sempre scompare nel silenzio: lo stupro degli uomini. Non per rarità — le fonti documentali dimostrano il contrario — ma per qualcosa di più oscuro: la vergogna delle vittime, l’imbarazzo degli osservatori, l’incapacità delle categorie giuridiche e culturali di contenerlo, e, in fondo, il rifiuto collettivo di ammettere che il corpo maschile possa essere violato, umiliato, strumentalizzato come arma di guerra esattamente come quello femminile.
L’articolo di Nicholas Kristof sul New York Times — una delle inchieste più coraggiose e documentate degli ultimi anni — descrive con precisione chirurgica ciò che accade nelle prigioni israeliane ai detenuti palestinesi: stupri con oggetti, scosse elettriche ai genitali, cani addestrati, fotografati, ripetuti a ogni turno di guardia come se fossero prassi amministrativa. La risposta dell’ambasciata israeliana — “la peggior diffamazione di sangue apparsa sulla stampa moderna” — è il riflesso di quella stessa logica della negazione che accompagna ovunque, in ogni teatro di guerra, questo tipo preciso di violenza. Prima si nega che accada. Poi si nega che conti. Poi si promuovono i responsabili.
Ma sarebbe un errore di prospettiva leggere il reportage di Kristof come un caso eccezionale legato a questo o quel conflitto. Ciò che descrive è una struttura. Una grammatica del potere che si ripete con variazioni minime dal Sinai alle savane del Congo, dai sotterranei di Aleppo alle baracche di lamiera dei centri di detenzione libici a pochi chilometri dalle coste italiane.
Il deserto davanti al Mediterraneo
Partiamo da ciò che conosciamo meglio, per prossimità geografica e per corresponsabilità politica diretta. La Libia.
Dal 2011, anno del crollo del regime di Gheddafi, la Libia è diventata la principale anticamera del Mediterraneo per centinaia di migliaia di migranti provenienti dall’Africa subsahariana, dal Corno d’Africa, dall’Asia meridionale. In questo spazio di vuoto statale, un sistema carcerario para-istituzionale — fatto di centri gestiti dalla Direzione per il contrasto all’immigrazione illegale (DCIM) del ministero dell’Interno libico, ma anche di strutture controllate da milizie e trafficanti — ha trasformato il transito migratorio in un ciclo di detenzione arbitraria, tortura, estorsione e violenza sistematica.
La Missione conoscitiva dell’ONU, istituita nel giugno 2020, ha concluso di avere «fondati motivi per ritenere che crimini contro l’umanità siano stati commessi contro migranti in Libia», citando espressamente «omicidio, sparizione forzata, tortura, riduzione in schiavitù, violenza sessuale, stupro e altri atti disumani». Non si tratta di episodi sporadici o di guardie fuori controllo: le prove ottenute dagli investigatori ONU comprendono video e fotografie delle torture, e in alcuni casi filmati trasmessi via Skype ai familiari delle vittime per estorcere riscatti.
Quello che raramente emerge nei resoconti pubblici è che tra le vittime di violenza sessuale nei centri libici vi sono, in percentuale significativa, anche uomini. Il rapporto della Commissione ONU per le Donne rifugiate, basato su centinaia di testimonianze di sopravvissuti, specifica che «gli stupri sono perpetrati di routine anche durante gli arresti casuali e nell’ambito dei lavori forzati» e che le vittime sono «uomini, donne, bambini e bambine». Un rapporto di Amnesty International del 2021, fondato sulle testimonianze di 53 ex detenuti, documenta come nei centri di detenzione libici i detenuti fossero costretti a subire «perquisizioni corporali invasive, umilianti e violente»; lo stupro, come in Cisgiordania, è usato come strumento di umiliazione, come meccanismo di estrazione di informazioni e come mezzo di estorsione — le famiglie ricevono i filmati e vengono invitate a pagare.
Quel che rende questa violenza ancora più politicamente intollerabile è il fatto che l’Europa la finanzia. L’Italia, in base agli accordi firmati nel 2017 dal governo Gentiloni e mai sostanzialmente revocati dai governi successivi, fornisce motovedette, addestramento e fondi alla guardia costiera libica. Frontex monitora le acque dal cielo. Le marine europee si ritirano. Le persone intercettate in mare vengono riportate a riva, dove finiscono in quei centri. La catena di responsabilità è documentata, pubblica, reiterata. E nonostante questo, come ha sottolineato Amnesty International, «stati e istituzioni europee continuano a fornire supporto materiale e perseguire politiche migratorie» che rendono possibile il ritorno forzato in Libia.
Lo stupro dei migranti nei centri libici non è un effetto collaterale indesiderato di una politica migratoria. È una componente strutturale del sistema di deterrenza che l’Europa ha esternalizzato, pagato e politicamente coperto.
L’Africa che brucia
Più si scava nella letteratura sui conflitti armati in Africa, più la violenza sessuale sugli uomini emerge come una costante sistematicamente sottorilevata. Il problema non è l’assenza di dati, ma la loro visibilità selettiva.
Nel Kivu orientale, nella Repubblica Democratica del Congo — uno dei conflitti più lunghi e dimenticati del pianeta, con oltre sei milioni di morti dal 1996 — la violenza sessuale è «usata come arma di guerra» da quasi tutte le parti in conflitto, come ha denunciato l’Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Turk. I dati del 2025 parlano di oltre 81.000 stupri documentati in un solo anno, commessi da miliziani M23, soldati dell’esercito congolese e combattenti della coalizione Wazalendo. Tra le vittime, l’ONU ha documentato «anche casi di violenze contro uomini, ragazzi e persone LGBTQ+, raramente denunciati a causa dello stigma e delle minacce». “Raramente denunciati”: questa locuzione, quasi sempre usata come parentesi, nasconde in realtà un universo di violenza invisibile.
Nel Tigray etiope, tra il 2020 e il 2022, le forze governative etiopi e i soldati eritrei hanno commesso quello che esperti di diritto internazionale non hanno esitato a definire uno stupro di massa. Kristof cita la stima di 100.000 donne violentate. Ma le organizzazioni umanitarie attive sul campo hanno documentato anche violenze sessuali sistematiche sugli uomini tigrigni — spesso funzionali a umiliare le comunità e frantumare i legami sociali, in una logica di guerra totale contro una popolazione intera.
In Sudan, dove il conflitto tra le Forze Armate sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) ha prodotto la più grande crisi di sfollamento al mondo, con oltre 12 milioni di persone fuori dalle loro case, la violenza sessuale è usata come tattica bellica da entrambe le parti. La Missione d’inchiesta internazionale ONU per il Sudan ha documentato violenze sessuali commesse dalle SAF negli stati del Nilo Bianco, Nilo Azzurro, Khartoum. Le RSF, eredi dei Janjaweed che devastarono il Darfur nei primi anni 2000, hanno replicato le stesse pratiche: stupri collettivi di donne e uomini, utilizzati per terrorizzare le comunità e forzare gli sfollamenti.
Nei Balcani, trent’anni dopo le guerre di dissoluzione jugoslava, uno studio pubblicato nel 2025 su una coorte rappresentativa della popolazione della Bosnia-Herzegovina ha calcolato che l’1,6% degli intervistati ha dichiarato di aver subito violenza sessuale diretta durante la guerra — dato che gli autori definiscono con certezza un sottodimensionamento significativo. Ciò che quella guerra ha reso chiaro, e che i tribunali dell’Aja hanno codificato in giurisprudenza, è che la violenza sessuale sugli uomini nei campi di prigionia serbo-bosniaci era una politica, non un eccesso.
La Siria: il laboratorio della violenza di Stato
Nessun conflitto recente ha prodotto documentazione così densa e scientificamente elaborata sulla violenza sessuale maschile come la guerra siriana. Uno studio pubblicato sulla rivista accademica Conflict and Health, basato su una coorte di sopravvissuti siriani intervistati in più fasi nel tempo, ha rilevato che tra gli uomini detenuti nelle prigioni del regime di Assad, il 97,2% aveva subito nudità forzata, il 45,3% violenze ai genitali o all’ano, il 30,2% umiliazione sessuale collettiva, e il 9,4% stupro vero e proprio. Quasi universale la presenza di dolore acuto, ferite sanguinanti e infezioni cutanee nella fase acuta della detenzione. A lungo termine, i sintomi persistenti comprendevano cicatrici fisiche, dolore cronico, memorie intrusive, eviramento e bassa autostima.
Gli autori notano un elemento cruciale: «Le credenze sulla mascolinità limitavano la capacità di rivelare i traumi o di riferire il dolore emotivo». I sopravvissuti descrivevano le loro esperienze come “tortura”, non come “violenza sessuale” — non perché non fossero stupri, ma perché la categoria stessa era inaccettabile per molti di loro. La violenza sessuale sugli uomini in guerra sfrutta e amplifica il tabù sociale che la circonda: funziona precisamente perché le vittime non possono parlarne.
Abu Ghraib: quando l’Occidente guardò le foto
Nel 2004 il mondo vide le fotografie di Abu Ghraib. Prigionieri iracheni nudi, disposti in piramidi umane, con guinzagli al collo, fotografati da soldati americani sorridenti. Quella documentazione fotografica — ottenuta per caso, non per l’eroismo di un giornalista — rese impossibile negare ciò che stava accadendo nelle prigioni della coalizione in Iraq.
Eppure, anche in quel caso, la discussione pubblica stentò a nominare con precisione molte delle pratiche visibili nelle fotografie. Alcuni le definirono “umiliazione”. Altri “degrado”. La parola “stupro” e “violenza sessuale” apparivano raramente, anche quando le immagini mostravano penetrazioni con oggetti, molestie ai genitali, coercizione sessuale sistematica. Come ha scritto lo stesso Kristof, la dinamica che produce questi abusi è costante: «una combinazione di disumanizzazione e impunità può spingere le persone in uno stato di natura hobbesiano». Il meccanismo è sempre lo stesso: si insegna ai carcerieri che le vittime sono subumane, si garantisce l’impunità, si attende.
L’impunità come politica
La costante che unisce Cisgiordania, Libia, Congo, Siria, Sudan, Etiopia è questa: l’impunità non è un fallimento del sistema. È il sistema.
Nell’articolo di Kristof, l’avvocata israeliana per i diritti umani Sari Bashi descrive centinaia di denunce presentate al Comitato Pubblico Contro la Tortura in Israele per abusi orribili su detenuti palestinesi: in nessun caso esse hanno portato ad accuse formali. La stessa struttura si ripete in Libia, dove i responsabili di milizie documentati dall’ONU come trafficanti e torturatori sono stati integrati nelle strutture ufficiali del DCIM e promossi. Si ripete in Congo, dove l’impunità per la violenza sessuale «continua ad essere la norma» secondo le stesse Nazioni Unite. Si ripete in Siria, dove nessun funzionario del regime è mai comparso davanti a un tribunale internazionale per questi crimini.
L’impunità funziona come segnale. Dice ai carcerieri, alle guardie, ai miliziani, ai trafficanti: potete farlo. Il corpo dell’altro — del prigioniero, del migrante, del nemico, del subumano — è disponibile. Kristof cita un ex ufficiale israeliano che ha testimoniato davanti al gruppo Breaking the Silence: «Vedi persone normali, piuttosto ordinarie, che arrivano a un punto in cui abusano delle persone per il proprio divertimento, nemmeno per un interrogatorio. Per divertimento, per avere qualcosa da raccontare ai ragazzi».
Persone ordinarie. Non mostri. Persone ordinarie a cui qualcuno — uno Stato, una milizia, un sistema carcerario — ha concesso il permesso.
Quello che non diciamo
C’è infine una ragione più profonda per cui la violenza sessuale sugli uomini in guerra rimane nell’ombra, e non riguarda solo le vittime. Riguarda noi.
Le categorie con cui pensiamo alla violenza sessuale — costruite in decenni di dibattito femminista, di lotte per il riconoscimento, di giurisprudenza internazionale — hanno enormemente arricchito la nostra comprensione delle dinamiche di potere e di genere. Ma hanno anche prodotto, spesso involontariamente, un’associazione quasi automatica tra “vittima di stupro” e “donna”. Quando lo stupro colpisce gli uomini — in prigione, nei campi profughi, nei centri di detenzione — la nostra grammatica morale arranca. Non abbiamo le parole. O meglio: le abbiamo, ma fatichiamo ad usarle.
Il diritto internazionale ha iniziato a colmare questo vuoto: il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia e quello per il Ruanda hanno stabilito che la violenza sessuale sugli uomini può costituire un crimine contro l’umanità, tortura, genocidio. Ma il riconoscimento giuridico non ha ancora prodotto un riconoscimento culturale e politico all’altezza della fenomenologia documentata.
Nel frattempo, in un centro di detenzione alla periferia di Tripoli, in una cella di un carcere israeliano, nei boschi del Kivu orientale, uomini subiscono ciò che non riusciremo a nominare finché non decideremo che la loro sofferenza conta quanto quella di chiunque altro. Finché non decideremo che il corpo — qualunque corpo — non è il trofeo di nessuno.
La domanda che Netanyahu pose alla comunità internazionale nel 2023, chiedendo di condannare la violenza sessuale di Hamas — «Dove diavolo siete?» — rimbalza oggi, con forza uguale e direzione contraria, su tutti i teatri dove questo crimine si consuma nell’impunità. Su Gaza. Su Tripoli. Su Khartoum. Su Goma.
Dove diavolo siamo?
Le fonti documentali citate nell’articolo includono: rapporti di Amnesty International (2021), Human Rights Watch (2019), la Missione conoscitiva ONU sulla Libia (2022), l’Alto commissariato ONU per i diritti umani, il rapporto annuale Amnesty International 2021-2022 sull’Africa subsahariana, studi peer-reviewed sulla violenza sessuale maschile in contesti di conflitto (Syria cohort study, Conflict and Health 2023; wartime sexual violence in Bosnia-Herzegovina, 2025), testimonianze raccolte dalla Commissione ONU per le Donne rifugiate, rapporti di UNHCR e Save the Children.
