Iran e Israele: cinquant’anni di odio ideologico

Esiste una categoria di conflitti che la storia produce con una certa regolarità e che la politologia fatica sempre a nominare con precisione: la guerra che non può finire non perché nessuno voglia la pace, ma perché entrambe le parti hanno bisogno del nemico per esistere come lo sono. Non come la conoscono. Come se stesse. Una guerra, insomma, in cui la pace sarebbe più pericolosa della guerra stessa.

Il libro di Clément Therme, Iran-Israël. La guerre idéologique de 1979 à nos jours, è uno di quei saggi che arrivano nel momento preciso in cui ce ne è bisogno: quando il brouillard — la nebbia, termine che lo stesso autore usa — è così denso che l’urgenza dell’analisi storica diventa quasi fisica. Therme è uno specialista della Repubblica islamica, non un opinionista della settimana: e si vede, nel modo in cui distingue tra ciò che è strutturale e ciò che è congiunturale, tra ciò che appartiene alla logica profonda del conflitto e ciò che appartiene alla cronaca.

La sua tesi è semplice e potente: la guerra tra Iran e Israele è ideologica prima di essere militare. Le bombe, i droni, le cyberoperazioni, gli assassini mirati, le guerre per procura — tutto questo è la superficie visibile di una rivalità che si gioca anzitutto sul piano del significato, dell’identità, della legittimità. Si combatte con le armi, ma si è nemici per ragioni che le armi non possono risolvere.

Prima della rottura

C’è un paradosso fondatore che Therme pone fin dall’inizio, e che molti dimenticano o non hanno mai saputo: Iran e Israele sono stati, per decenni, alleati discreti. La dinastia Pahlavi era, nelle parole dell’autore, «israelo-compatibile». I due paesi condividevano interessi strategici nell’arco mediorientale — entrambi non arabi, entrambi preoccupati dall’arabismo nasseriano e poi dal radicalismo sunnita, entrambi legati all’ombrello americano durante la Guerra Fredda.

Quando nel 1979 la Rivoluzione islamica portò Khomeini al potere, la discontinuità fu reale ma non immediata. Qui sta uno dei dettagli più rivelatori che Therme porta alla luce: la cooperazione bilaterale proseguì segretamente fino al 1991. Israele fornì armi all’Iran nella guerra contro l’Iraq. Lo fece per ragioni di realpolitik — un Iraq forte e vicino a Mosca era più pericoloso di un Iran in crisi — ma anche per la logica profonda che governa le relazioni tra stati: gli interessi sopravvivono alle ideologie, almeno per un po’.

Poi, lentamente, il fossé idéologique — il fossato ideologico — divenne incolmabile. L’Iran abbandonò il pragmatismo strategico per abbracciare l’antisionismo come pilastro della propria identità rivoluzionaria. La questione palestinese cessò di essere una postura retorica e divenne una causa costitutiva del regime: negare a Israele il diritto di esistere non era una politica estera, era teologia di Stato. In parallelo, l’arrivo di Netanyahu al potere nel 1996 e il progressivo naufragio del processo di pace israeliano-palestinese radicalizzarono il discorso israeliano su Teheran. I due paesi si costruirono reciprocamente come nemici esistenziali. E nel farlo, si diedero forma a vicenda.

La grammatica dell’escalation

Quello che Therme descrive con rigore nei decenni successivi è una progressione che in retrospettiva appare quasi deterministica, anche se non lo era: ogni tappa apre la successiva, ogni escalation crea le condizioni per quella che viene.

L’11 settembre 2001 inserisce l’Iran nell'”asse del male” bushiano. La rivelazione del programma nucleare iraniano nel 2002 trasforma la rivalità: Teheran non è più solo un problema ideologico, ma una minaccia strategica di primo ordine, potenzialmente esistenziale. L’accordo di Vienna del 2015 — il JCPOA — segna una vittoria diplomatica per l’Iran e una sconfitta per Israele, che aveva fatto di tutto per affossarlo. Il ritiro americano dal trattato nel 2018, sotto la prima amministrazione Trump, è la rivincita: Israele aveva convinto Washington, e la logica si era chiusa.

Nel frattempo, la guerra si era spostata nell’ombra: Hezbollah come braccio armato di Teheran; cyberattacchi israeliani contro le centrifughe nucleari iraniane (Stuxnet, 2010); assassini mirati di scienziati e comandanti; operazioni nella nebbia di una guerra che nessuno voleva dichiarare formalmente perché nessuno era sicuro di poterla vincere frontalmente.

Il 7 ottobre 2023 è la soglia. Dopo gli attacchi di Hamas — cui l’Iran era politicamente se non operativamente legato — Israele decide che la dissuasione indiretta ha fallito. Non serve più colpire i procuratori. Serve colpire il principale. Inizia quella che Therme chiama una «strategia di escalation progressiva»: prima il Libano, poi la Siria, poi l’Iraq. Il 2024 è l’«annus horribilis» della Repubblica islamica — l’assassinio di Haniyeh a Teheran, la morte di Raisi, la caduta di Assad in Siria, le frappes israeliane di aprile e ottobre che testano le difese aeree e distruggono parte dell’industria missilistica. Tutto costruito, analizza Therme, per «preparare un confronto più frontale».

La «guerra dei dodici giorni» del giugno 2025 è quell’atto frontale, finalmente dichiarato, con il sostegno di Washington. Una guerra breve, che indebolisce la Repubblica islamica senza farla cadere. E poi, il 28 febbraio 2026, l’operazione «Fureur épique» — come se il nome stesso fosse già un’ammissione: la rabbia non si è calmata, si è intensificata.

La pausa che non è pace

Il conflitto è ora, nelle parole di Therme, «semplicemente in pausa». Nessuno dei due campi ha raggiunto i propri obiettivi. Israele non ha ottenuto che Teheran rinunci al programma nucleare e pieghi sul piano strategico. L’Iran non è riuscito a infliggere a Israele il rovescio simbolico che giudica indispensabile nella propria logica rivoluzionaria. La partita è sospesa, non conclusa.

È questa la frase più importante del libro, e quella che merita il maggior grado di attenzione: la ripresa della guerra in febbraio 2026 «non segna la fine di un ciclo di confrontazione ma l’apertura di una nuova fase di un conflitto il cui esito resta profondamente incerto». Non è una conclusione. È un’apertura. La nebbia — il brouillard — non si è dissipata. Si è spostata.

Perché questa guerra non può finire? Non soltanto perché i due stati hanno interessi incompatibili — questo sarebbe un problema risolvibile, negoziabile, mediabile. Ma perché ognuno dei due regimi ha costruito la propria legittimità interna in larga misura sul nemico. La Repubblica islamica ha nella distruzione di Israele un postulato teologico-politico che nessun accordo diplomatico può toccare senza toccare le fondamenta del regime stesso. Israele ha nel pericolo iraniano il principale argomento per la propria coesione interna e per il sostegno americano: un Iran che tratta, che si normalizza, che depone le armi ideologiche, è paradossalmente più destabilizzante di un Iran che bombarda.

I nemici che si costruiscono a vicenda sono, in un senso preciso, complici. Non nel senso della collusione — si combattono davvero, i morti sono reali, le distruzioni sono reali — ma nel senso che la loro ostilità è diventata nel tempo una struttura che entrambi abitano e di cui entrambi hanno bisogno.

Il nodo che nessuno scioglie

C’è un’assenza che percorre il libro di Therme, e che è anche l’assenza che percorre tutta la diplomazia internazionale su questo dossier: la questione palestinese. L’Iran ha fatto della causa palestinese il centro della propria retorica rivoluzionaria. Israele ha fatto dell’Iran il proprio nemico principale, in parte per spostare l’attenzione internazionale da Gaza e dalla Cisgiordania. E la comunità internazionale — Europa, Stati Uniti, ONU — si è lasciata trascinare nella logica della rivalità irano-israeliana dimenticando che sotto di essa, e in parte a causa di essa, un popolo continua a pagare il prezzo più alto.

Questa guerra idéologique di cui parla Therme non è senza vittime. Le vittime sono precise, hanno nomi, parlano arabo, abitano luoghi che nel frattempo sono stati demoliti. La rivalità geopolitica tra due potenze regionali si nutre del loro sangue e della loro irrisolvibilità.

Therme non lo dice esattamente in questi termini — il suo è un libro di storia e di analisi strategica, non di denuncia morale. Ma la logica della sua analisi conduce lì: finché la questione palestinese resta irrisolta, la guerra tra Iran e Israele ha sempre nuova materia su cui alimentarsi. E finché la guerra tra Iran e Israele continua, la questione palestinese non potrà mai essere risolta.

È un nodo che nessuno dei presenti attori ha interesse a sciogliere. O la forza di farlo.

La nebbia, per ora, resta.


Clément Therme, Iran-Israël. La guerre idéologique de 1979 à nos jours, 2026.