La notte che non finisce

Cinquantasei missili. Seicentosettantacinque droni. Due morti, trentuno feriti nella sola Kiev. Soccorritori che scavano tra le macerie di un palazzo residenziale nel distretto di Darnytskyi, cercando voci sotto il cemento.

È il primo attacco massiccio dopo il cessate il fuoco. Il «breve cessate il fuoco», come già lo chiama la cronaca con quella precisione crudele che appartiene solo ai fatti compiuti. Durato il tempo necessario a essere annunciato, celebrato, e dimenticato.

C’è una sincronia che sarebbe grottesca se non fosse tragica: mentre Trump era a Pechino a stringere mani, mangiare a banchetti, invitare Xi alla Casa Bianca per il 24 settembre, Mosca lanciava la sua risposta. Non a parole — Putin non ama le parole quando può usare i droni. La risposta era nel cielo di Kiev, era nelle esplosioni notturne, era nelle macerie di un condominio che ieri mattina era ancora un posto dove la gente dormiva. Il ministro degli Esteri ucraino Sybiha non ha usato giri di parole: l’attacco «dimostra che la Russia vuole continuare a combattere nonostante gli sforzi di pace». Una frase che suona ovvia e che invece richiede coraggio da pronunciare, perché implica che quegli sforzi di pace — almeno fin qui — non sono stati abbastanza.

«Solo la pressione può costringere Mosca a fermarsi», ha scritto Sybiha su X. È una frase semplice che contiene un’analisi precisa e una supplica appena dissimulata. La pressione: non gli appelli, non le dichiarazioni di principio, non le foto dei leader che si stringono la mano davanti alle bandiere. La pressione — economica, diplomatica, militare — quella che costa qualcosa a chi la esercita.

Il problema è che nessuno, in questo momento, sembra disposto a pagare quel costo.

Gli Stati Uniti di Trump guardano alla guerra in Ucraina come a una pratica da chiudere, una voce di bilancio da eliminare, un’eredità ingombrante che rallenta i deal più interessanti. La Cina di Xi ha appena dichiarato, con la consueta eleganza del ministero degli Esteri, di essersi «scambiata opinioni sulle principali questioni internazionali, compresa la crisi ucraina». Scambiare opinioni. Mentre i soccorritori scavano.

C’è poi, quasi in margine alla cronaca, una notizia che in tempi normali farebbe più rumore: un tribunale di Kiev ha disposto la detenzione preventiva di Andriy Yermak, ex potentissimo braccio destro di Zelensky, accusato di corruzione. Sessanta giorni di custodia cautelare o una cauzione da due virgola sette milioni di euro. In un paese in guerra, nel quinto anno di un conflitto che ha già consumato intere generazioni, lo Stato ucraino processa i propri potenti. Si può discutere dei tempi, delle motivazioni, delle possibili strumentalizzazioni. Ma il fatto in sé — che la legge funzioni, che nessuno sia intoccabile, che la democrazia provi a sopravvivere sotto i missili — è qualcosa che meriterebbe almeno una riga di rispetto, invece di finire in fondo all’articolo come nota a piè di pagina.

Il quinto anno di guerra. La parola «quinto» ha smesso da tempo di sorprendere, e questo è forse la cosa più inquietante di tutte. Ci siamo abituati. Alle sirene di Kiev come rumore di fondo, ai bollettini mattutini come parte del paesaggio informativo, alla conta dei morti come statistica. L’assuefazione è la forma più sottile di complicità: non si schiera, non si sporca le mani, si gira semplicemente la testa.

Cinquantasei missili. Seicentosettantacinque droni. E da qualche parte, sotto le macerie di Darnytskyi, ancora voci che aspettano.