Trump arriva in Cina

Dunque è accaduto. Trump è atterrato a Pechino. Le bandiere americane e cinesi sventolavano in mano a comparse in divisa blu e bianca, la guardia d’onore schierata, il protocollo rispettato. Tutto nella norma. Tutto, tranne la storia che ci ha portato fin qui.

Otto anni fa, la prima visita di Trump nella capitale cinese era stata incorniciata nell’oro della Città Proibita: quattro ore di opulenza imperiale, l’Opera di Pechino, la civiltà millenaria messa in vetrina con la cura di un gioielliere. Oggi il tableau è diverso, e non solo scenograficamente. Oggi Trump porta con sé Jensen Huang di Nvidia — invitato all’ultimo minuto, imbarcato in Alaska su Air Force One come si recupera un compagno di viaggio dimenticato al casello — e Elon Musk, e Tim Cook di Apple, e Scott Bessent al Tesoro che è venuto non a parlare di storia ma di soia, mais, etanolo e terre rare. Non due civiltà che si misurano: due economie che trattano.

L’abbassamento delle ambizioni è, a suo modo, più eloquente di qualsiasi proclama.

Si ricorderà che Trump aveva promesso tariffe del 60 per cento sulla Cina. Che avrebbe “fatto pagare” Pechino. Che avrebbe ridisegnato l’ordine commerciale globale. Invece, dopo mesi di escalation, di embargo reciproco de facto, di prezzi di certi metalli moltiplicati per cento sul mercato internazionale, dopo che la Corte Suprema americana ha dichiarato illegali le sue stesse tariffe e il governo ha dovuto cominciare a rimborsare 160 miliardi di dollari con interessi, dopo tutto questo — siamo qui. A discutere di quanta soia possa comprare la Cina per far sembrare il vertice un successo nelle contee dell’Ohio in vista delle elezioni di medio termine.

“Alto sulla sfiducia strategica, alto sul simbolismo, basso sull’ambizione”, ha detto un consulente. È una definizione che suona come una resa dei conti, non come un vertice.

Eppure il gioco è più sottile di una sconfitta americana netta. Perché il paradosso è che la Cina che ha bisogno del declino altrui per sentirsi ascendente — trova qui la sua conferma più concreta. Xi Jinping ha ottenuto ciò che voleva, e scopre ora che il prezzo da pagare è altrettanto reale.

Considerate le terre rare. La Cina raffina oltre il 90 per cento dell’offerta globale di questi metalli senza i quali non si costruisce un aereo, non si produce un semiconduttore, non si assembla un’automobile elettrica. Usandoli come leva, Pechino ha costretto Washington a fare marcia indietro su tariffe che sembravano inamovibili. Una mossa di potere straordinaria, quasi elegante nella sua precisione chirurgica. Ma una mossa di potere che ha anche mostrato al mondo intero dove si trova il collo di bottiglia. E il mondo, da quel giorno, lavora alacremente per bypassarlo: gli Stati Uniti costruiscono scorte strategiche, finanziano la miniera di Mountain Pass in California, cercano accordi con paesi che hanno giacimenti alternativi. La Cina ha vinto la battaglia e, facendolo, ha accelerato la guerra per renderla superflua.

Lo stesso vale per i chip. DeepSeek ottimizzato su hardware Huawei è presentato come una pietra miliare dell’autonomia tecnologica cinese. E in parte lo è. Ma sotto la superficie la storia è più complicata: DeepSeek si allena ancora su chip Nvidia, che ottiene attraverso data center fuori dalla Cina; Huawei fatica a produrre i propri processori in volumi adeguati, con rese inferiori e consumi maggiori. Il traguardo dell’autosufficienza è reale come orizzonte, non come approdo. Jensen Huang, che vola a Pechino su Air Force One per chiedere di poter vendere i suoi chip in Cina, lo sa bene: i controlli all’esportazione stanno spingendo i cinesi a costruire un ecosistema alternativo. Fra dieci anni, quel mercato potrebbe non aver più bisogno di lui.

Ma non è fra dieci anni. È adesso. E adesso entrambe le parti hanno bisogno l’una dell’altra più di quanto vogliano ammettere.

Il ritratto di Xi che emerge dalle cronache di questi giorni è quello di un sovrano che si muove con la flemma del “figlio del cielo”: redarguisce Trudeau con un sorriso gelido, tiene lezione a Starmer sulla storia sino-giapponese, si agita davanti a Obama che cerca di spiegargli Trump come fenomeno sociologico. Nel 2016 aveva posato la penna, incrociato le braccia e detto che se un leader immaturo avesse gettato il mondo nel caos, il mondo avrebbe saputo chi incolpare. Oggi quel leader immaturo siede al suo tavolo, circondato di CEO, a chiedere di poter vendere mais e chip. La profezia si è avverata. La soddisfazione deve essere notevole.

Eppure, a Lima nel 2016, Xi probabilmente non aveva previsto che il caos di Trump sarebbe diventato anche il suo caos. Che un Medio Oriente in fiamme — la guerra con l’Iran che blocca lo Stretto di Hormuz, che scuote i mercati energetici, che consuma l’attenzione militare americana ma anche quella degli alleati del Golfo che Pechino corteggia — avrebbe ridotto i gradi di manovra di tutti. Che una petroliera cinese che transita nel mezzo dei combattimenti alle tre del mattino sarebbe diventata un indicatore di quanto il “disordine” americano pesi anche sui bilanci di Pechino.

L’America irregolare, come ha scritto l’economista Zongyuan Zoe Liu, è più pericolosa dell’America prevedibile. Non perché sia più forte. Perché è meno calcolabile. E il calcolo è l’ossigeno della strategia.

Così il vertice di questa settimana è, nella sua essenza, un tentativo di due grandi potenze di comprare tempo in un mondo che nessuna delle due controlla del tutto. Gli Stati Uniti vogliono soia e simboli da portare a casa. La Cina vuole stabilità commerciale e, se possibile, qualche concessione su Taiwan ottenuta per via traversa. Scott Bessent negozia. Xi riceve con la coreografia di un imperatore. Trump twitta.

Nel mezzo, il mondo aspetta.

C’è un’ultima cosa che merita di essere detta. Nel 2017, Xi mostrò a Trump la Città Proibita: la grandezza come scena, la storia come argomento di potere. Oggi non c’è Città Proibita, non c’è Opera di Pechino. C’è una delegazione di amministratori delegati, una guardia d’onore e bandierine sventolate da comparse in divisa. Il messaggio implicito è cambiato: non più “siamo antichi e grandiosi”, ma “siamo qui, siamo forti, e voi avete bisogno di noi”.

È un messaggio più concreto. Ed è, forse, più onesto.

Ma l’onestà, in diplomazia, è raramente un vantaggio. E la storia — quella vera, non quella che si mette in vetrina — non smette mai di fare domande scomode a nessuno dei presenti.