Benevento ha un nuovo pastore, mentre i Frati Francescani dell’Immacolata ritornano a Napoli
C’è qualcosa di antico e di vivo, insieme, nel gesto con cui una Chiesa cede un pastore a un’altra. Non è perdita, è fecondità. Non è distacco, è espansione. E quando l’annuncio giunge il 13 maggio — giorno della Madonna di Fatima, giorno in cui il tempo ordinario si fa improvvisamente trasparente — si avverte che dietro la burocrazia ecclesiastica pulsa qualcosa di più grande: una Provvidenza che non si affretta, ma non si ferma mai.
Mercoledì mattina, nel Salone Arcivescovile di Napoli, il cardinale Domenico Battaglia ha convocato in maniera straordinaria il presbiterio diocesano. Non per comunicare una circolare, non per annunciare una riforma amministrativa. Per dire addio a un fratello. Nello stesso momento, nella Basilica Cattedrale di Benevento, l’Amministratore Diocesano Mons. Francesco Iampietro pronunciava le stesse parole a un popolo che ancora non conosceva il volto del suo nuovo pastore: don Michele Autuoro, finora Vescovo Ausiliare di Napoli con sede titolare di Passo Corese, è il nuovo Arcivescovo Metropolita di Benevento.
Nato a Procida il 27 dicembre 1966 — un’isola, si noti, che è essa stessa una metafora di frontiera, di mare aperto e di radici tenaci — Autuoro porta nel nome e nella storia personale tutto il paradosso fecondo della vocazione: si è formato nel Seminario Arcivescovile napoletano, è stato ordinato presbitero il 19 maggio 1991, ha attraversato trent’anni di ministero tra parrocchie di periferia e uffici nazionali, tra i vicoli di Procida e i palazzi della CEI, senza mai perdere — a quanto testimonia chi lo conosce — l’odore del pane quotidiano.
Il suo cursus non è quello di un prelato di carriera. È, piuttosto, la traiettoria di un uomo che ha fatto della missione non un dipartimento dell’agenda, ma una dimensione dell’anima. Direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, poi della Fondazione Missio a livello nazionale, Rettore del Seminario, Vicario Generale per l’ambito Missione, e infine — dal novembre 2023 — Presidente della Commissione episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese: ogni incarico dice la stessa cosa con parole diverse. Christus cor mundi: Cristo è il cuore del mondo, e chi lo serve non può tenersi al centro.
Succede a Mons. Felice Accrocca, trasferito il 25 marzo scorso alle Diocesi umbre di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno. Benevento, città che porta nel nome l’augurio e nella storia il peso di una civiltà millenaria, lo attende con quella speranza sobria che sanno coltivare le chiese antiche: non l’entusiasmo ingenuo di chi ricomincia da zero, ma la fiducia paziente di chi sa che ogni pastore porta con sé una storia più lunga di lui.
Ma il 13 maggio 2026 non consegnerà alla memoria diocesana un solo evento. In quello stesso giorno — mentre la Chiesa universale celebrava il memoriale della prima apparizione della Madonna ai tre pastorelli di Fatima — i Frati Francescani dell’Immacolata stipulavano con la Diocesi il contratto di comodato che assegna loro l’uso del Monastero e della chiesa di Santa Teresa e San Giovanni in Arco Morelli, già appartenuto alle Carmelitane Scalze. Una coincidenza che è difficile non leggere come un intreccio provvidenziale: lo stesso cielo mariano che accompagna l’ingresso del nuovo pastore copre anche il ritorno a Napoli – per la porta principale – di una famiglia religiosa in una casa che la preghiera ha già consacrato nei secoli.
E qui si annoda un filo che risale più indietro nel tempo. I Frati Francescani dell’Immacolata furono infatti canonicamente eretti come novello istituto religioso proprio dal compianto Arcivescovo di Benevento Mons. Carlo Minchiatti: Benevento fu, in un certo senso, la culla canonica di questa famiglia religiosa.
Nel frattempo, a questa stessa fraternità verrà affidata la chiesa dell’Immacolata a Piedigrotta, luogo denso di storia e di santità stratificata. Lì riposa il corpo del Beato Geremia da Valacchia, cappuccino rumeno la cui esistenza attraversò l’Italia meridionale lasciando un solco di carità silenziosa. Ma Piedigrotta custodisce anche un’altra memoria, forse meno nota: Nel convento cappuccino annesso a quella chiesa, visse il frate medico che condusse la perizia sui miracoli di San Giuseppe Moscati — il santo medico napoletano, nato proprio a Benevento, la cui figura unisce scienza e fede con una coerenza che ancora interroga e stupisce.
Autuoro lo sa. Nel suo primo saluto alla comunità beneventana ha scritto con una semplicità che non è retorica: «Giungo in mezzo a voi in punta di piedi». Non è captatio benevolentiae. È la postura di chi ha imparato — a Procida, a Chiaia, nei corridoi della CEI, nelle aule del Seminario — che l’autorità nella Chiesa è, come ha ricordato lo stesso cardinale Battaglia nel suo discorso di commiato, «solo e soltanto servizio».
C’è un ulteriore dettaglio che vale la pena non lasciar scivolare via. La comunicazione della nomina è arrivata ad Autuoro, per tramite del Nunzio Apostolico, nel giorno in cui la Chiesa di Napoli celebra la memoria della traslazione delle reliquie di San Gennaro — il martire che è, insieme, patrono di Napoli e primo Vescovo di Benevento. Il filo non è artificioso: è lì, nel calendario e nella geografia, come un segno che preesiste alle intenzioni umane. Napoli e Benevento non sono diocesi estranee; le lega una storia di sangue — nel senso più nobile — e di fede condivisa. Autuoro sarà, ha detto Battaglia, «il legame vivente tra queste due realtà».
Così il 13 maggio 2026 si rivela, a guardarlo bene, come una di quelle giornate in cui la storia ecclesiastica non procede per linee parallele ma per convergenze: un pastore nominato, una comunità religiosa reinsediata, reliquie e memorie di santi che tornano a parlare al presente. Tutto sotto il segno della Madonna di Fatima, che a tre pastorelli impauriti chiese semplicemente di non aver paura e di pregare. Un programma pastorale, in fondo, che non invecchia mai.
Prevede di iniziare il suo servizio la sera di domenica 28 giugno. Da allora, una Chiesa lo aspetta. Non per ammirarlo, non per giudicarlo, ma per camminare con lui — come si fa con i pastori veri, che non precedono il gregge per distinguersi né si mettono in coda per comodità, ma restano nel mezzo: là dove il cammino è più lento, più fragile, più vero.
Buon cammino, Eccellenza. Buon cammino, fratello Michele.

