Una riflessione cristiana sul dibattito del fine vita
C’è una parola che ricorre, quasi come un mantra, nei documenti parlamentari, nelle dichiarazioni degli avvocati del suicidio assistito, persino nelle ultime interviste di chi ha scelto la clinica svizzera: diritto. Diritto di morire, diritto di scegliere, diritto sul proprio corpo. It’s my life, my choice, ha detto Wendy Duffy alla vigilia della sua morte a Basilea. E non si può non sentire, in quelle parole, il peso di un dolore autentico e straziante — quello di una madre che in un pranzo ordinario ha visto spegnersi il figlio ventitreenne per un boccone di troppo, e non se n’è più ripresa.
Ma la civiltà di un popolo non si misura soltanto dai diritti che proclama. Si misura soprattutto da quelli che costruisce intorno alla fragilità umana: le reti, i legami, le cure, la prossimità. Si misura da ciò che una società è disposta a fare — non per rendere la morte più agevole — ma per rendere la vita più vivibile.
La tradizione cristiana non ha mai avuto paura della morte. Anzi, l’ha guardata negli occhi con una familiarità che ha scandalizzato i pagani. Ma proprio per questo ha sempre insistito su una distinzione cruciale: accettare la morte quando viene, e andarle incontro deliberatamente, sono atti radicalmente diversi. Il primo è abbandono fiducioso; il secondo è, nella migliore delle ipotesi, disperazione; nella peggiore, un atto di violenza — su se stessi prima che sugli altri.
Il caso di Wendy Duffy apre una voragine sotto i piedi di chi credeva di avere tutto sotto controllo con i “paletti” del suicidio assistito: la malattia incurabile, le sofferenze fisiche insostenibili, la valutazione medica. Wendy era sana nel corpo. Dopo il dolore per la morte del figlio, la sua era una malattia dell’anima — reale, devastante, ma dell’anima. E qualcuno l’ha ugualmente aiutata a morire, dietro pagamento di diecimila sterline. La logica consequenziale è implacabile: se conta la sofferenza soggettiva e non la diagnosi oggettiva, dove si traccia il confine? Oggi un lutto insuperabile, domani una relazione fallita, un lavoro perduto, una vecchiaia temuta. Non è una fantasia apocalittica: è la traiettoria documentata di ogni legislazione che ha cominciato con le “garanzie” e poi le ha via via alleggerite, in nome della compassione.
Il dibattito italiano al Senato — calendarizzato al 3 giugno — riproduce fedelmente questa dinamica. Da un lato chi vorrebbe restringere l’accesso “a chi è attaccato a una macchina”; dall’altro chi denuncia che anche questo è troppo poco e chiede di estendere il diritto a chi semplicemente “vive sofferenze intollerabili”. La Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio nel 2018 con il caso Cappato-Dj Fabo, e quello spiraglio da allora si allarga, per ragioni che non hanno nulla di medico e tutto di ideologico: l’idea che la vita sia una proprietà privata da gestire secondo preferenza, come un abbonamento da disdire quando non soddisfa più.
Il cristianesimo risponde che la vita non è nostra in quel senso. Non perché dobbiamo subire il dolore come una punizione, o perché la sofferenza sia bella in sé — non lo è, e la Chiesa ha fondato ospedali e lebbrosari proprio perché il dolore va combattuto, non celebrato. Ma perché siamo relazionali fin nelle radici: figli prima ancora di essere individui, intessuti di legami che non abbiamo scelto e che ci precedono. Wendy Duffy aveva fratelli, amici, colleghi, medici. Aveva, potenzialmente, un futuro diverso da quello che si era persuasa di meritare. La sua malattia dell’anima poteva essere curata — non guarita forse, ma curata: accompagnata, lenita, abitata insieme. Invece ha trovato, a caro prezzo, qualcuno disposto ad assecondarne la disperazione.
Questo è il punto che una società che si voglia dire civile non può eludere: la differenza tra assecondare una sofferenza e accompagnarla. La prima è resa; la seconda è cura. La prima richiede pochi minuti e diecimila sterline; la seconda richiede tempo, pazienza, amore, risorse. Il problema è che la seconda costa — in denaro, in energie, in umanità. Ed è molto più facile, e persino più “rispettoso” nell’apparenza, dire: è tua la vita, fa’ come vuoi.
C’è una scena nel Vangelo che non smette di interrogare: Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro piange. Non perché non sappia cosa sta per fare, ma perché il dolore dell’amico morto e delle sorelle disperate è reale e merita lacrime reali. Non soluzioni rapide, non protocolli, non cliniche a pagamento. Lacrime. Poi, certo, il miracolo — che noi non possiamo replicare. Ma le lacrime, quelle sì.
La vera domanda che Wendy Duffy lascia in eredità a questo Paese non è “quando è lecito morire”. È: perché nessuno ha pianto con lei abbastanza a lungo da farle cambiare idea? Perché la rete di relazioni che avrebbe potuto tenerla in vita si è sfilacciata fino a lasciarla sola con la sua colpa immaginaria e il numero di telefono di una clinica svizzera?
Civiltà non è dare a tutti il diritto di andarsene. Civiltà è costruire ragioni per restare.
