C’è un nome, nello stretto di Hormuz, che vale più di qualsiasi trattato: petrolio. Non nel senso volgare dell’interesse economico nudo — anche quello, certo —, ma nel senso più profondo e oscuro: il petrolio come sangue del sistema nervoso del mondo moderno, come quella sostanza vischiosa e nera attorno alla quale la civiltà industriale ha costruito le sue dipendenze, le sue guerre, i suoi sogni di onnipotenza. Chiudi lo stretto di Hormuz e non blocchi solo le petroliere: blocchi gli ospedali, le fabbriche, le cucine, i riscaldamenti. Blocchi il respiro di miliardi di persone che non hanno mai sentito parlare di Araghchi né di Hormuz, e che tuttavia dipendono da quel canale d’acqua largo quarantuno chilometri come un neonato dipende dall’aria.
Questo è il teatro dove si sta consumando, da tre mesi, qualcosa che i giornali chiamano guerra e che forse è qualcosa di più antico e meno nominabile.
Seguo le agenzie con quella sensazione che conosce chiunque abbia frequentato le sale stampa o i corridoi delle organizzazioni umanitarie: la sensazione che il linguaggio diplomatico sia una lingua morta che parla di cose vive. “Scambio di messaggi attraverso l’intermediario pakistano.” “Revisione dei testi scambiati.” “Ci aspettiamo un accordo prima piuttosto che dopo.” Ogni frase è una traduzione, e nella traduzione qualcosa si perde sempre — di solito la parte che scottava di più.
L’Iran presenta una proposta in quattordici punti. Gli americani rispondono. Un funzionario iraniano definisce la controproposta “un elenco di desideri americani”. Trump, dall’altra parte, dice che ci sono stati “ottimi colloqui” e che “siamo in buona forma”. Le due versioni della medesima realtà sono così distanti tra loro che viene il sospetto che stiano parlando di due negoziati diversi, tenutisi in due universi paralleli. Nel mezzo, il Pakistan fa da corriere silenzioso — ruolo antico, quello di Islamabad, nella geometria caotica del Medio Oriente allargato.
E intanto una portaerei americana disabilita una petroliera iraniana nel Golfo. Un aereo da guerra colpisce il timone. La nave non può più navigare verso l’Iran. Chirurgia, la chiamano. La chirurgia degli F/A-18.
Ma è il Libano che mi tiene sveglio.
Perché la guerra ha questa sua natura perversa: non basta fermarla in un posto, bisogna fermarla ovunque nello stesso momento, o non la si ferma da nessuna parte. Il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah — fragile, contestato, attraversato ogni giorno da colpi di mortaio e droni a fibre ottiche — regge a stento. E mentre Washington e Teheran si scambiano messaggi attraverso Islamabad, Netanyahu e Katz annunciano l’uccisione di Ahmed Ali Balout, comandante della forza Radwan, colpito in un palazzo nel Dahiya, il quartiere meridionale di Beirut — ventidue giorni di tregua relativa, spazzati via da un missile.
“Così agiamo, e così continueremo ad agire”: la frase di Netanyahu è di una franchezza che sgela. Non è una minaccia, non è una dichiarazione di guerra. È una descrizione della propria natura. Come il leone che dice: ho artigli, e li uso.
La tradizione rabbinica conosce il concetto di pikuach nefesh, la salvezza della vita che prevale su quasi ogni altra prescrizione. Israele lo invoca spesso, e spesso a ragione: il nord del paese è stato svuotato dagli attacchi di Hezbollah, centottantamila sfollati, una ferita aperta nel fianco della nazione. Ma c’è un punto in cui la dottrina della sicurezza preventiva divorzia dalla realtà della pace possibile, e quel punto è difficile da vedere dal di dentro, quando si è nella morsa della storia.
Il paradosso è feroce: l’uccisione di Balout avviene mentre la diplomazia con l’Iran — il padre e padrone di Hezbollah — sembra guadagnare qualche millimetro. Come a dire: trattiamo con la testa e colpiamo con il braccio, e speriamo che il corpo non se ne accorga. Ma i corpi se ne accorgono sempre.
C’è un dettaglio tecnico nel reportage dal Libano che mi ha colpito più di qualsiasi dichiarazione ministeriale: i droni a fibra ottica. Guidati da cavi sottilissimi invece che da segnali radio, sono quasi ingiammabili. Li hanno usati prima in Ucraina. Ora sono in Libano. Domani saranno altrove. Le tecnologie di morte viaggiano veloci, e non chiedono il visto.
La guerra moderna è questa: non il duello tra eserciti in campo aperto, ma la diffusione silenziosa di sistemi d’arma attraverso i mercati, le alleanze, i porti. Una globalizzazione parallela, oscura, che segue le stesse rotte della globalizzazione luminosa che ci ha dato i telefoni e i vaccini.
San Francesco, che sapeva qualcosa di armi per averle indossate prima della conversione, diceva che il vero disarmo comincia dentro. Non è una metafora ingenua: è un’osservazione politica precisa. Chi non ha disarmato il proprio cuore — dalla paura, dal risentimento, dalla volontà di dominio — non troverà mai la via d’uscita da nessuno stretto.
Hormuz, in persiano antico, si ricollega a Ahura Mazda, il dio della luce dello zoroastrismo. Lo stretto della luce. Oggi ci passano petroliere scortate da cacciatorpediniere, e un F/A-18 spara sul timone di una nave civile per impedirle di portare il suo carico a destinazione.
Aspettiamo la risposta iraniana. Aspettiamo che il Pakistan consegni la busta. Aspettiamo che qualcuno, da qualche parte, trovi le parole — non i “desideri americani”, non le “quattordici condizioni iraniane”, ma le parole vere, quelle che nominano i morti e chiedono perdono per i vivi.
La penna d’ulivo che Leone XIV ha regalato a Rubio tre giorni fa è ancora sul tavolo. Qualcuno la prenda in mano.
