Gaza, secondo atto · Flotilla e acque internazionali
La Marina israeliana ha abbordato nelle acque a largo di Creta le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, dirette a Gaza con aiuti umanitari. Tra i 211 attivisti fermati ci sono 22 cittadini italiani. Palazzo Chigi insorge, la Turchia parla di pirateria, Bruxelles invoca il diritto internazionale. È il secondo atto di una storia già scritta a settembre — e ancora irrisolta.
Ci sono storie che si rifiutano di finire. La Flotilla è una di queste. A settembre scorso, il copione era già stato scritto una prima volta: barche cariche di speranza e di medicinali, le acque del Mediterraneo orientale, e le motovedette israeliane a tagliare la rotta. Molti di quegli stessi uomini e donne — tra cui il pugliese Tony La Piccirella, veterano di questa forma laica di resistenza — erano tornati a casa con i segni di un fermo e una certezza incrollabile: si sarebbe ricominciato. Così è stato.
Nella notte tra il 29 e il 30 aprile, la Marina israeliana ha intercettato la Global Sumud Flotilla a centinaia di miglia nautiche da Israele, nei pressi di Creta — in acque che il diritto internazionale definisce senza ambiguità come internazionali. Non una zona grigia, non un confine conteso: mare aperto, sotto il cielo di tutti. Eppure lì, secondo quanto riferisce la stessa organizzazione, i militari israeliani avrebbero abbordato le imbarcazioni, distrutto motori e sistemi di navigazione, e lasciato centinaia di civili alla deriva su scafi danneggiati mentre si avvicinava una tempesta. Le comunicazioni con alcune barche sono state interrotte. La parola “abbandono” affiora inevitabile.
Tra i 211 attivisti ci sono 22 italiani. Il loro numero è insieme piccolo e enorme: piccolo rispetto alla massa di uomini e donne provenienti da decine di paesi; enorme nel momento in cui diventa una questione diplomatica, un’emergenza consolare, un’urgenza politica che costringe Palazzo Chigi a usare la parola “illegalmente” riferita a un’azione di uno Stato alleato. La nota congiunta con Berlino parla di «forte preoccupazione» e chiede il «pieno rispetto del diritto internazionale applicabile». La segretaria del Pd Elly Schlein è più netta: «un’operazione illegale dell’Idf» da fermare subito.
Tra i fermati c’è anche Andrea Sceresini, giornalista collaboratore del Manifesto. La sua presenza a bordo non è un dettaglio marginale: ricorda che la Flotilla non è soltanto un gesto di solidarietà — è anche un tentativo di aprire uno sguardo su Gaza in un momento in cui l’accesso dei media alla Striscia rimane uno dei nodi più oscuri di questo conflitto. Fermare un giornalista in acque internazionali significa anche questo: impedire che qualcuno racconti.
La Turchia ha usato la parola “pirateria”, e se il termine è politicamente carico, giuridicamente la questione è meno semplice di come appare a prima vista — ma non troppo. L’abbordaggio in alto mare di imbarcazioni civili battenti bandiera di Stati terzi, senza uno stato di guerra formalmente dichiarato con quei paesi, è materia che il diritto del mare giudica con severità. Il portavoce della Commissione europea ha parlato di «libertà di navigazione» da rispettare. La Spagna ha convocato l’incaricato d’affari israeliano. Il coro delle cancellerie si è fatto, in poche ore, insolitamente coeso.
Israele, dal canto suo, ha intimato agli attivisti di tornare indietro o di consegnare gli aiuti al porto di Ashdod per un’ispezione. La proposta, nella sua logica, ha una sua coerenza militare: nessun carico entra a Gaza senza essere verificato. Ma nella sua sostanza politica e morale, svuota il gesto della Flotilla del suo stesso senso: una consegna via porto israeliano non è un atto di solidarietà con Gaza, è una resa.
E così si ritorna al principio. A quel nodo che settembre non aveva sciolto e che aprile stringe ancora di più: da una parte una flottiglia di attivisti convinti che portare aiuti sia un diritto, anzi un dovere; dall’altra uno Stato che ritiene il blocco navale uno strumento legittimo di sicurezza nazionale. In mezzo, il diritto internazionale invocato da tutti e rispettato, nei fatti, da nessuno abbastanza. E in mezzo, soprattutto, Gaza — che aspetta ancora, e sulla quale, in questo preciso momento, nessuna di quelle barche è arrivata.
A settembre erano stati fermati e rimandati a casa. Ad aprile sono tornati, e sono stati fermati di nuovo. La prossima volta torneranno ancora — finché Gaza non avrà fame di altro.
