Israele bombarda, Hezbollah tratta e l’esercito libanese non ha aerei né soldi propri. Beirut si trova di fronte a una scelta storica — ma il costo potrebbe essere la sovranità stessa.
C’è una domanda che i libanesi fanno fatica a formulare ad alta voce, perché contiene allo stesso tempo una speranza e una vergogna. La domanda è questa: e se fosse arrivato il momento di liberarsi di Hezbollah? Non di combatterlo — l’esercito libanese non ne avrebbe la forza, e tutti lo sanno — ma di approfittare del fatto che qualcun altro lo abbia già ridotto a un guscio di sé stesso, e trasformare quella debolezza in accordo, quel tracollo in transizione?
È la domanda che aleggia tra le righe di ogni dichiarazione ufficiale di Beirut in queste settimane. Il presidente Aoun la circonda di retorica patriottica — «se la guerra fosse per il Libano, l’avremmo sostenuta» — ma il succo è lo stesso: il Partito di Dio ha combattuto guerre altrui sul suolo libanese, ha pagato con sangue libanese pegni dovuti a Teheran e Damasco, e ora che il conto è salato, si trova a dover negoziare il proprio futuro con le stesse istituzioni che ha sempre trattato come ostacoli. Naim Qassem può chiamare tutto questo «tradimento», può evocare gli anni Ottanta e gli attentatori suicidi, può accusare Beirut di «sottomissione senza contropartita». Ma il fatto è che Hezbollah è uscito dalla guerra con Israele strutturalmente dimezzato: ha perso Nasrallah, ha perso i corridoi attraverso la Siria di Assad, ha perso pezzi interi della propria catena di comando infiltrata dal nemico. Chi negozia da quella posizione, negozia da perdente.
E tuttavia — ed è qui che la domanda si complica — il Libano che vorrebbe liberarsi di Hezbollah non ha gli strumenti per farlo da solo. L’esercito regolare non ha una flotta aerea. Non ha una marina degna di questo nome. Dipende economicamente dagli Stati Uniti come un paziente dal respiratore: Washington finanzia le forze armate libanesi, e lo sa benissimo, e usa questa leva con la disinvoltura di chi conosce il peso specifico di ogni dollaro erogato. Morgan Ortagus, l’emissaria americana, ripete il suo mantra a ogni visita: prima il disarmo di Hezbollah, poi i fondi. La sequenza non è casuale. È una condizionalità, e le condizionalità, in geopolitica, hanno sempre un prezzo.
Il prezzo, in questo caso, rischia di essere la sovranità libanese stessa. Perché un paese che non può difendersi con le proprie forze, che dipende finanziariamente dall’esterno per mantenere il proprio esercito, che accetta di sedersi per la prima volta dal 1983 al tavolo della Casa Bianca per trattare con Israele, non è tecnicamente uno stato pienamente indipendente. È un protettorato. Magari un protettorato elegante, con le istituzioni formalmente intatte e la bandiera sul palazzo presidenziale di Baabda. Ma un protettorato. E la differenza tra un protettorato degli Stati Uniti e una pace imposta da Israele, in certe condizioni, si assottiglia fino a diventare quasi filosofica.
È qui che il discorso di Aoun — per quanto storicamente fondato nel merito, per quanto comprensibile nelle ragioni — rivela la sua crepa più profonda. Il presidente libanese dice: non faremo una guerra per gli interessi altrui. Giusto. Ma non dice: e come ci difendiamo dagli interessi altrui che operano in senso contrario? Non dice: cosa offriamo ai libanesi del sud in cambio della perdita dell’unica forza militare, per quanto controversa, che in trent’anni abbia effettivamente cacciato Israele da una parte del loro territorio? La risoluzione 1701 è uno strumento prezioso sulla carta. Sul terreno, Israele continua a occupare cinque villaggi, a radere al suolo insediamenti nella Linea Gialla a colpi di dinamite, a bombardare periferie e scuole. Il cessate il fuoco è un nome: la realtà è un’altra.
Sullo sfondo di tutto questo, il Libano porta il peso di una crisi economica che non accenna a risolversi. La lira che non vale nulla, il 78% della popolazione in povertà, le code ai distributori di benzina, le stufe a legna tornate in funzione nei salotti borghesi di Beirut. Il giacimento di Karish promette miliardi che continuano a restare sottomarini, come le speranze. In questo contesto, chi controlla la sicurezza controlla anche la narrazione della ripresa: e se la sicurezza viene garantita — formalmente, geopoliticamente — dall’ombrello americano e dalla benevolenza israeliana, allora il Libano non sta solo disarmando una milizia. Sta ridefinendo la propria identità regionale.
Ed è qui che emerge il tradimento più sottile — non quello che Qassem imputa al governo libanese, ma quello che il governo libanese rischia di consumare nei confronti di un patto più antico e più ambiguo: l’appartenenza al mondo arabo a trazione islamica, la solidarietà con la causa palestinese, l’idea che esistano interessi comuni tra i popoli che si affacciano sullo stesso mare e condividono la stessa storia di colonialismo e resistenza. Quella solidarietà è sempre stata più retorica che pratica — le guerre civili libanesi lo dimostrano, i profughi palestinesi nei campi dimenticati di Sabra e Shatila lo dimostrano. Ma era comunque una bussola. Toglierla non è neutro.
Non significa, ovviamente, che il Libano debba restare ostaggio di Hezbollah per sempre, né che il disarmo della milizia sia in sé una scelta sbagliata. Significa che le condizioni in cui quel disarmo avviene contano quanto il disarmo stesso. Un’integrazione di Hezbollah nell’esercito nazionale — ipotesi che circola con crescente concretezza — potrebbe essere una via di uscita meno umiliante, più sovrana, più libanese. Ma richiederebbe uno stato abbastanza forte da gestire la transizione. E quello stato, oggi, non esiste ancora.
Il sogno del Libano è sempre stato quello di essere una eccezione nel Medio Oriente: plurale, laico nei fatti se non nei principi, capace di tenere insieme ciò che altrove implode. Quella eccezione ha prodotto anche mostri — la guerra civile, il sistema confessionale, la corruzione endemica della classe politica che il taxista Jihad maledice con ogni accelerata della sua vecchia auto. Ma era comunque una identità. Ciò che si profila oggi, tra un bombardamento israeliano e una condizionalità americana, somiglia invece a qualcosa di più ordinario e di molto più triste: un paese piccolo che accetta la propria irrilevanza in cambio di un po’ di stabilità.
La storia insegna che questa è di solito una cattiva scommessa. La stabilità comprata a quel prezzo dura il tempo che dura l’interesse di chi la garantisce.
Il Libano ha forse davanti a sé l’occasione storica di chiudere con Hezbollah. Ma un paese che non può permettersi né la guerra né la pace alle proprie condizioni non è ancora un paese libero.
