Sadio Camara, ministro della Difesa e figura chiave del regime militare di Bamako, sarebbe morto nella deflagrazione di un’autobomba esplosa nei pressi della sua residenza all’interno della base di Kati. Questo brutale attentato riassume tutte le contraddizioni del Sahel: da un lato i ribelli tuareg dell’Azawad e i jihadisti di al-Qaeda, dall’altro un esercito che non regge senza i mercenari russi dell’Africa Corps al fianco. Chi ha interesse a cosa e perché? È il grande gioco del Sahel.

C’è qualcosa di antico e spietato nel modo in cui il Sahel consuma le ambizioni di chi vi entra con la certezza di domarlo. Lo sanno i francesi, che per un decennio hanno dispiegato truppe e retorica repubblicana tra le dune del Mali e del Burkina Faso, salvo poi ritirarsi in silenzio, cacciati da governi militari che avevano promesso ai propri popoli ciò che Parigi non aveva saputo dare: sicurezza, dignità, sovranità. Lo stanno imparando adesso i russi.

Gli uomini dell’Africa Corps — l’erede pudico e ribattezzato di quella Wagner che aveva fatto della guerra un franchising globale — hanno lasciato Kidal su camion carichi di artiglieria pesante, tra i canti di qualche combattente filmato con il telefono. Un ritiro che somiglia più a una fuga negoziata che a una manovra strategica. Il prezzo dell’accordo con i separatisti tuareg dell’Azawad? La promessa di non essere attaccati mentre si sgombrava. La dignità non era inclusa nel patto.

Il weekend di sangue che ha sconvolto il Mali porta la firma di JNIM, la Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin. Capire cos’è davvero il JNIM, chi lo sostiene e chi, eventualmente, lo usa, è la domanda che i governi occidentali preferiscono lasciare irrisolta.

Non un’organizzazione. Un ecosistema.

Il JNIM nacque nel 2017 dalla fusione di Ansar Dine, al-Mourabitoun e della branca sahariana di al-Qaeda nel Maghreb islamico. Il suo leader storico, Iyad Ag Ghali, è un tuareg di Kidal: un fatto che già da solo smonta la narrazione semplicistica di un Islam radicale importato dall’estero. Le radici sono locali, i rancori sono locali, la legittimità — in certi villaggi del nord Mali — è terribilmente locale.

Il gruppo gestisce un modello di proto-stato decentralizzato nelle aree sotto il suo controllo, imponendo una lettura rigorosa della sharia e riscuotendo tasse. Non è propaganda: è amministrazione. E laddove lo Stato maliano non è mai arrivato con scuole, ospedali o acqua potabile, il JNIM è arrivato con regole certe, risoluzione delle controversie e, sì, anche con giustizia sommaria. La scelta per molte comunità rurali non è tra democrazia e jihad: è tra abbandono statale e ordine jihadista.

Ma chi li finanzia? La risposta, scomoda per chi cerca un mandante occulto, è che il JNIM si è costruito un’economia di guerra autonoma e diversificata. I canali includono rapimenti con riscatto, estrazione mineraria illegale dell’oro e traffico di stupefacenti — il Sahel è diventato rotta primaria per la cocaina sudamericana diretta in Europa. Secondo il Global Terrorism Index, i riscatti coprono circa il 40% dei proventi annuali del gruppo. Nel 2025, il sequestro di un principe emiratino settantottenne in una fattoria a sud di Bamako ha fruttato oltre venti milioni di dollari. Con quella cifra si equipaggia un piccolo esercito. Il gruppo pratica anche razzie di bestiame — animali rubati nel centro del Mali e rivenduti sottocosto attraverso una catena di intermediari fino alle frontiere con Ghana e Costa d’Avorio.

Aggiungiamo una tessera importante, segnalata da Michael Shurkin, ex agente CIA e analista di sicurezza: “Molti combattenti del JNIM probabilmente entrano ed escono. Sono part-time.” Non si tratta dunque di un esercito regolare con una struttura verticistica rigida. È una rete fluida che assorbe pastori disoccupati, giovani senza futuro, miliziani etnici con rivendicazioni proprie. Al-Qaeda fornisce l’ideologia, il brand, le connessioni internazionali e, in misura variabile, risorse. La benzina, però, è locale: povertà, umiliazioni etniche, vuoto statale.

Il JNIM sta peraltro attraversando una trasformazione silenziosa. Come già fece Hayat Tahrir al-Sham in Siria prima di marciare su Damasco, il gruppo sta prendendo pubblicamente le distanze da al-Qaeda — una mossa strumentale, non ideologica, pensata per facilitare alleanze tattiche con gruppi laici come il Fronte di Liberazione dell’Azawad, che pure esige tale distacco come condizione di cooperazione. La jihad come strategia politica, non come fine in sé.

Il paradosso del pompiere-piromane

Veniamo alla domanda più scomoda. C’è chi insinua che dietro l’avanzata jihadista ci sia una mano francese, interessata a destabilizzare i regimi che l’hanno cacciata per poi tornare come soluzione necessaria. La tesi ha una sua logica narrativa: la Francia perde il Sahel, i jihadisti avanzano, Parigi si ripresenta come unico antidoto. Classica strategia del pompiere-piromane.

Il problema è che questa tesi non regge all’esame dei fatti documentati. Per quasi un decennio, con l’operazione Barkhane, Parigi ha dispiegato oltre cinquemila militari nella regione per combattere i jihadisti. I costi — umani, politici, finanziari — sono stati enormi. La Francia non ha abbandonato il Sahel per scelta strategica: è stata espulsa da governi militari che cavalcavano un nazionalismo anti-coloniale genuino, alimentato da propaganda russa capillare ma anche da risentimenti storici assolutamente reali.

Ciò che la Francia ha fatto, e che merita critica seria, è diverso: ha per decenni sostenuto regimi corrotti in nome della stabilità, ha permesso alle proprie multinazionali di estrarre uranio e oro mentre le popolazioni locali restavano in miseria, ha gestito la propria presenza militare con un’arroganza che sfociava spesso in violazioni dei diritti. Questo ha creato il terreno fertile per lo jihadismo — ma è colpa politica, non complotto. Il ritiro delle forze internazionali ha creato un vuoto in cui l’estremismo violento può espandersi; la differenza tra responsabilità attiva e passiva è fondamentale, anche se politicamente meno appetibile.

La CIA, il Grande Gioco e i suoi limiti

L’ipotesi di un coinvolgimento americano nel sostenere i jihadisti per contrastare la Russia nel Sahel è più seducente e più difficile da smentire in toto, per una ragione semplice: esiste un precedente storico noto a chiunque abbia studiato l’Afghanistan degli anni Ottanta, quando Washington finanziò i mujaheddin contro i sovietici con conseguenze che si sentono ancora oggi.

Eppure applicare quello schema al Sahel del 2020-2026 presenta problemi strutturali. Primo: le organizzazioni come JNIM, ISGS, ISWAP e Boko Haram rappresentano una minaccia alla sicurezza e agli interessi degli Stati Uniti e dell’Europa — Washington non ha alcun interesse a potenziare gruppi che potrebbero trasformare il Sahel nella nuova base anti-occidentale, con l’incubo dell’Afghanistan pre-2001 che aleggia su ogni valutazione dell’intelligence americana. Secondo: se il Mali dovesse cadere, potrebbe scatenarsi un effetto domino in tutta l’Africa occidentale, lasciando un’intera regione come santuario jihadista. Questo non è nell’interesse di nessun attore occidentale razionale.

Ciò che è documentato è più prosaico: gli americani hanno ridotto drasticamente la propria presenza in controterrorismo nel Sahel a partire dal 2020, lasciando un vuoto che altri hanno riempito. Negligenza strategica o calcolo? Probabilmente entrambe le cose, con la variante che nessuna amministrazione di Washington ha mai messo il Sahel in cima alla propria agenda.

Le mani bianche accanto ai jihadisti

Rimane l’osservazione più inquietante: in certi video, in certi reportage, si vedono individui dalla carnagione chiara, a volte in tenuta militare senza insegne, affiancare combattenti jihadisti o tuareg. Occorre distinguere almeno tre categorie che il sensazionalismo tende a fondere.

La prima e più banale: i tuareg stessi. Sono un popolo berbero, di origine mista sahariana e mediorientale. Molti hanno carnagione olivastra o chiara, lineamenti “mediterranei”. Un tuareg dell’Azawad Liberation Front, avvolto nel suo tagelmust blu, può sembrare a un occhio non allenato un europeo in mimetica. Non è. È un africano del Sahara.

La seconda categoria: i foreign fighters di provenienza maghrebina o mediorientale. Algerini, mauritani, marocchini — tutti di carnagione tendenzialmente più chiara rispetto agli africani subsahariani — combattono nelle file del JNIM, che ha una composizione genuinamente transnazionale con membri provenienti da diverse comunità musulmane. Non sono occidentali.

La terza categoria è la più controversa e la meno documentata: contractors privati o agenti di intelligence di origini non identificate. Ogni volta che simili segnalazioni emergono, si apre un campo minato epistemologico: potrebbe trattarsi di giornalisti embedded, operatori umanitari in zone di conflitto, contractors di sicurezza privata che lavorano per governi locali o compagnie minerarie, o agenti di intelligence di qualsiasi potenza con interessi nella regione. La Russia stessa ha motivazioni per destabilizzare paesi che la ospitano ma che potrebbero rivoltarsi; la Turchia ha propri progetti nel Sahel; gli Emirati, come abbiamo visto, pagano riscatti miliardari e giocano su tutti i tavoli contemporaneamente.

Il Sahel è diventato uno spazio di guerra ibrida dove agenti non statali, mercenari, intelligence straniere e milizie locali si intrecciano in modi che rendono ogni attribuzione causale una trappola intellettuale. Cercare un solo mandante — la Francia, la CIA, Israele, chiunque — è un errore metodologico prima ancora che una semplificazione politica.

Il colonnello, il mercenario e il fantasma

Il ministro della Difesa Sadio Camara era il simbolo vivente di una scommessa doppia e perdente: quella dei militari golpisti, convinti che la ruspa del potere autoritario bastasse a raddrizzare ciò che la democrazia imperfetta aveva storto; e quella russa, secondo cui bastasse sostituire i berretti blu dell’ONU e le bandiere tricolori francesi con mercenari senza patria per garantire stabilità in cambio di concessioni minerarie.

Camara era il principale canale tra Bamako e Mosca. Wagner aveva promesso di fare in poche settimane ciò che i francesi non avevano fatto in anni. Poi era arrivata l’Ucraina a risucchiare risorse e attenzione, poi la morte di Prigozhin aveva decapitato il progetto, poi la sconfitta del 2024 a Tinzaouaten — dove decine di mercenari russi e soldati maliani erano stati uccisi in un’imboscata combinata di tuareg e jihadisti — aveva sgonfiato il mito dell’invincibilità. Ora i camion lasciano Kidal e qualcuno li filma, quasi commosso.

Il generale Goita, che ha guidato il golpe e governa il paese, non si è fatto vedere dopo gli attacchi. Il silenzio del potere quando ha paura è sempre più eloquente di qualsiasi dichiarazione.

Il collaterale danno dei russi ha nel frattempo lavorato contro ogni logica di stabilizzazione: secondo organizzazioni per i diritti umani, le forze di Mosca hanno ucciso fino a quattro volte più civili di quanti ne abbiano uccisi i jihadisti in certi contesti. Ogni massacro commesso in divisa maliana con l’assistenza dei mercenari russi ha reclutato nuovi vendicatori nelle file del JNIM meglio di qualsiasi imam. La brutalità come moltiplicatore del nemico: un classico della controinsurrezione fallita.

Il modello Taliban

Il JNIM non è solo un gruppo terroristico che spara e fugge. Come i Taliban in Afghanistan e come HTS in Siria prima di prendere il potere, il JNIM ha stretto accordi locali con diverse sub-popolazioni e costruisce strutture di governance ombra che sostituiscono lo Stato dove lo Stato non è mai esistito. Offre — brutale, certo, ma presente e coerente — un’alternativa statale a popolazioni che non ne hanno mai avuta un’altra.

Il gruppo conta circa seimila combattenti distribuiti tra Mali, Burkina Faso, Niger, Benin, Togo e Ghana. I suoi metodi con i civili sono sorprendentemente non letali nella fase di controllo: imposizione di regole chiare, tassazione, mercati regolamentati, minacce più che esecuzioni — finché non si raggiunge il consenso necessario. Poi arriva la sharia. “Obbedisci o muori” come sistema di governance: più prevedibile, per chi non ha mai avuto nulla, di un’amministrazione statale corrotta e assente.

La domanda che nessuno vuole fare è questa: che cosa succederebbe se il JNIM prendesse Bamako? Sarebbe il primo Stato islamico nell’Africa occidentale. L’effetto domino investirebbe Burkina Faso e Niger — già fragilissimi — e poi le coste del Golfo di Guinea, paesi relativamente stabili che per decenni hanno beneficiato della distanza dal caos saheliano.

Il deserto aspetta

Il Sahel non è un problema militare che aspetta la soluzione militare giusta. È una crisi di legittimità, di servizi, di futuro. I giovani che si arruolano nei ranghi del JNIM non lo fanno perché hanno letto al-Qaeda: lo fanno perché lo Stato non ha mai costruito una scuola nel loro villaggio, perché la siccità ha distrutto il bestiame e nessuno ha risposto, perché l’unica autorità che si è presentata con continuità è quella armata dei jihadisti.

I colonnelli che hanno preso il potere a Bamako, Ouagadougou e Niamey hanno costruito la propria legittimità sull’unica promessa che i governi civili precedenti non avevano mantenuto: scacciare i jihadisti. Invece il jihadismo è cresciuto, si è radicato, ha imparato ad amministrare territori, a riscuotere tasse, a fare proseliti. Hanno cacciato i francesi nel nome della sovranità e hanno consegnato la sovranità ai russi in cambio di protezione. Non hanno ottenuto né l’una né l’altra.

Mosca ha scommesso sul Sahel come teatro di proiezione globale e sta perdendo anche qui — come ha perso in tanti altri posti dove ha portato la sua marca di ordine violento e miope. La pressione del fronte ucraino riduce la disponibilità di mercenari in Africa, aggravando ulteriormente la spirale.

Il deserto non ha fretta. Ha già visto passare i Tuareg, i colonizzatori, le missioni di pace, i golpisti e i salvatori stranieri. Li ha visti arrivare con la certezza e ripartire con la polvere negli occhi. Non aspetta un liberatore: aspetta che chi governa impari, una volta per tutte, che si conquista la lealtà di un popolo non con le armi — né russe né francesi né jihadiste — ma con l’acqua, il pane e la dignità.

Finché quella lezione non sarà imparata, qualcuno continuerà a filmare camion che se ne vanno da Kidal, e a chiamarla vittoria.