La Germania cerca una nuova bussola tra Teheran e Bruxelles
Il cancelliere tedesco bacchetta Washington sulla crisi di Hormuz e apre un fronte interno con la presidente della Commissione europea. Berlino non vuole più fare da spettatrice silenziosa.
C’è un momento, nella vita dei cancellieri tedeschi, in cui la diplomazia del sussurro cede il passo alla diplomazia della voce alta. Friedrich Merz sembra aver scelto questo momento. E lo ha fatto su due fronti contemporaneamente, con la disinvoltura di chi ha capito che il silenzio, in certi frangenti, è già di per sé una presa di posizione — e non quella giusta.
Sulla crisi dello Stretto di Hormuz, le parole di Berlino suonano come uno schiaffo formalmente garbato ma sostanzialmente durissimo nei confronti di Washington. Dire che agli Stati Uniti «manca una strategia convincente», che «non basta entrare in questi conflitti, bisogna anche poterne uscirne», significa mettere a verbale un’accusa che molti alleati pensano sottovoce da settimane ma che nessuno aveva ancora osato pronunciare con quella chiarezza. Merz lo ha fatto. E ha aggiunto, con un retrogusto quasi amaro, che se avesse saputo come si sarebbero messe le cose, avrebbe parlato «in modo ancora più categorico». Il condizionale passato, in bocca a un capo di governo, non è mai innocente: è la forma grammaticale del rimpianto che diventa monito.
La questione non è solo tattica. È strutturale. La Germania non era stata consultata prima dell’attacco americano contro Teheran, condotto insieme a Israele. Un’alleata di primo piano lasciata fuori dalla stanza dove si decidono le sorti di una crisi che lambisce direttamente i nervi dell’economia europea: i flussi energetici, le rotte commerciali, la stabilità di un’intera regione. Merz registra l’affronto e lo trasforma in dottrina: Berlino non intende più accontentarsi del ruolo di vassallo silenzioso.
Ma il quadro si complica se si guarda non a ovest, verso l’Atlantico, bensì a sud, verso Bruxelles. Perché il cancelliere non è in dissenso soltanto con Donald Trump. Lo è anche con Ursula von der Leyen, che del suo stesso partito — la Cdu — è figura di spicco e presidente della Commissione europea. Di fronte all’ipotesi di usare le sanzioni con maggiore flessibilità come leva negoziale verso Teheran, von der Leyen ha risposto picche: troppo presto, ha detto, e comunque ogni concessione dovrà attendere cambiamenti concreti da parte del regime degli ayatollah, in particolare sui diritti umani. Una posizione comprensibile nei principi, ma che Merz evidentemente giudica troppo rigida per essere efficace.
Questo contrasto non è un incidente di percorso. È il sintomo di una tensione più profonda tra Berlino e Bruxelles, che attraversa l’economia, la burocrazia, il debito. All’interno della Cdu, la Commissione europea viene percepita come un’istituzione che ha preso troppa autonomia rispetto alle indicazioni dei partiti che la esprimono, che si muove secondo logiche proprie su dossier cruciali come la politica estera e quella industriale. La bozza che circola tra i parlamentari cristiano-democratici del Bundestag — con le sue 27 richieste di sfoltimento normativo e l’idea di istituire un organo di controllo capace di bloccare le iniziative legislative dell’esecutivo comunitario — è un documento politico di una certa radicalità. Non è la voce di un euroscettico di professione: è la voce dei conservatori tedeschi che chiedono a Bruxelles di dimagrire, di cedere sovranità verso il basso, di restituire spazio alle capitali nazionali.
Sullo sfondo, in Germania, brucia la questione del debito. Lo Schuldenbremse, il freno costituzionale all’indebitamento, divide la Grande Coalizione: i socialdemocratici vorrebbero allentarlo per guadagnare margine di manovra; la Cdu tiene la linea dell’austerità e propone tagli, riforme, risparmi. La stessa ricetta che Merz vorrebbe esportare a Bruxelles, chiedendo a von der Leyen di liberare risorse attraverso una spending review europea.
Siamo, insomma, di fronte a un momento di ridefinizione profonda. La Germania che per decenni ha costruito la propria influenza sull’arte del compromesso, sull’europeismo pragmatico e sull’atlantismo come assioma, oggi mostra qualcosa di diverso: una volontà di affermare una propria linea, di dire no quando ritiene che valga la pena dirlo, di rinegoziare equilibri che sembravano acquisiti. Non è ancora una rottura. Ma è qualcosa di più di una semplice schiarita verbale.
La leadership iraniana, dice Merz, sta umiliando gli Stati Uniti. È una frase lapidaria. Ciò che non dice, ma che aleggia tra le righe, è che la Germania non intende farsi umiliare a sua volta — né dalla sconsideratezza altrui, né dalla propria inerzia.
Tra la crisi di Hormuz e il nodo del debito europeo, Merz ha scelto il tempo delle parole chiare. Resta da vedere se saprà trasformarle in politica.
