Un gruppo hacker pubblica nomi, indirizzi, abitudini e familiari di quasi 2.400 militari Usa nel Golfo Persico. Non è un attacco informatico. È una dichiarazione di vulnerabilità.
Non c’è missile in questo attacco. Non c’è sangue, non c’è esplosione, non c’è immagine da prima pagina con il fungo di fumo sullo sfondo. C’è qualcosa di più freddo, di più chirurgico, e per certi versi di molto più inquietante: un file. Un elenco. Duemilatrecentosettantanove nomi di soldati americani attualmente in servizio nel Golfo Persico, con tutto quello che a quei nomi si accompagna — gli indirizzi di casa, le basi di stanza, i movimenti quotidiani, le abitudini di acquisto, le attività notturne. E le famiglie. Soprattutto le famiglie.
Il gruppo hacker Handala ha compiuto, con questa divulgazione, un’operazione che il Pentagono non può classificare come atto di guerra nel senso tradizionale del termine, ma che produce esattamente l’effetto psicologico che un atto di guerra produce: la sensazione che il nemico sia già dentro casa. Non metaforicamente. Letteralmente.
Il nome del gruppo non è casuale. Handala è il bambino scalzo disegnato da Naji al-Ali, il fumettista palestinese assassinato a Londra nel 1987: un ragazzino di dieci anni che volta le spalle al mondo, simbolo di resistenza, di infanzia negata, di memoria che non si lascia cancellare. Chi ha scelto quel nome sa esattamente cosa sta facendo. Non si tratta solo di un’operazione tecnica. È un atto di comunicazione politica, costruito per parlare su più livelli simultaneamente: al soldato americano che si ritrova esposto, alla sua famiglia che si scopre monitorata, all’opinione pubblica statunitense che deve chiedersi quanto vale davvero questa guerra, e al mondo arabo e palestinese che in quel bambino scalzo si riconosce da mezzo secolo.
La domanda che questa operazione pone non è tecnica — come hanno fatto, quali vulnerabilità hanno sfruttato, quali sistemi hanno compromesso. Quella è la domanda degli esperti di sicurezza, e troverà le sue risposte nelle settimane che seguono, nei report classificati, nelle audizioni parlamentari a porte chiuse. La domanda che conta, quella che non viene scritta nei comunicati ufficiali ma che serpeggia nelle conversazioni private di chi capisce le implicazioni, è un’altra: da quanto tempo sanno?
Perché Handala non ha annunciato di aver rubato dati in un colpo solo. Ha annunciato di aver catalogato — verbo da archivista, non da pirata — nomi e identità di decine di migliaia di soldati americani nella regione. Ha raccolto informazioni precise, metodiche, pazienti. Gli spostamenti quotidiani. Le abitudini di acquisto. Le attività notturne. C’è in tutto questo la grammatica della sorveglianza sistematica, non dell’intrusione improvvisata. Qualcuno ha osservato, nel tempo, con attenzione. Ha costruito un profilo. Ha aspettato il momento giusto per mostrare ciò che sa — non necessariamente per usarlo, ma per dimostrare di poterlo usare.
È la deterrenza nell’era digitale. E funziona secondo una logica opposta a quella della deterrenza nucleare, che si reggeva sulla minaccia della distruzione totale, sull’equilibrio del terrore tra potenze simmetriche. Questa deterrenza è asimmetrica, granulare, personalizzata. Non minaccia le città. Minaccia le persone. Non i sistemi d’arma, ma i soldati che li manovrano. Non le basi militari in astratto, ma gli indirizzi precisi dove vivono le mogli, i figli, i genitori di chi porta la divisa.
Per un paese che ha costruito la propria supremazia militare anche sulla capacità di proiettare potenza a distanza — di colpire dall’alto, di mandare i propri soldati a combattere guerre lontane proteggendoli dall’esposizione diretta al conflitto — questa è una violazione di un patto implicito. I militari americani nel Golfo non erano, fino a ieri, bersagli individuali nel senso in cui i soldati di terra lo sono sempre stati. Erano parte di una macchina bellica potente e distante, avvolta nella nebbia della superiorità tecnologica. Oggi hanno un nome, un indirizzo, una routine. Oggi sono persone esposte. E le persone esposte hanno paura — e la paura, nelle famiglie, si trasforma in pressione politica.
C’è una scena, in tutto questo, che vale la pena immaginare: un genitore da qualche parte in Nebraska o in Ohio che legge la notizia sul telefono, che cerca il nome del figlio nell’elenco, che non sa se trovarlo o non trovarlo sia peggio. Quella scena non compare nei briefing del Pentagono. Non viene considerata nel calcolo della leva negoziale su Hormuz. Eppure è quella scena — moltiplicata per migliaia di famiglie — che decide, alla lunga, quanto a lungo una democrazia regge una guerra lontana.
L’America ha imparato questa lezione in Vietnam, l’ha dimenticata in Iraq, l’ha riscoperta in Afghanistan. La sta imparando di nuovo nel Golfo Persico, in un formato nuovo, attraverso uno schermo invece che in una bara — ma con un impatto che non è detto sia meno profondo.
Handala ha voltato le spalle al mondo, come il bambino di Naji al-Ali. Ma questa volta, prima di voltarsi, ha guardato tutto. E ha preso appunti.
Non serve una bomba per colpire un esercito. Basta sapere dove dormono i suoi soldati — e avere il coraggio di dirlo ad alta voce.
