Una settimana dopo l’incontro a Palazzo Chigi tra Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky — con l’accordo sui droni siglato e il sostegno a Kiev rilanciato come “necessità strategica” — il propagandista del Cremlino Vladimir Solovyev ha insultato la premier italiana in diretta tv. Lo ha fatto il giorno stesso in cui Bruxelles sbloccava novanta miliardi per l’Ucraina e approvava il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia. La coincidenza è troppo precisa per essere casuale: quando la diplomazia perde una partita, Mosca manda in campo gli insulti.
C’è un momento in cui la propaganda smette di essere strumento e diventa specchio. Vladimir Solovyev — il conduttore più ossequioso del Cremlino, l’uomo che da anni trasforma ogni sera di Russia Uno in un atto di devozione a Putin — ha scelto di insultare Giorgia Meloni con il lessico del portinaio ubriaco. L’ha fatto il giorno in cui Bruxelles sbloccava novanta miliardi di euro per l’Ucraina, il giorno in cui Budapest ritirava il suo veto storico, il giorno in cui la macchina del sostegno europeo a Kiev tornava a girare dopo mesi di paralisi. La coincidenza è troppo precisa per essere casuale. Quando la diplomazia perde una partita, manda in campo gli insulti.
Meloni aveva incontrato Zelensky pochi giorni prima. Un incontro che aveva avuto il tono, raro nella politica italiana degli ultimi anni, della chiarezza: il sostegno a Kiev è una necessità strategica, non una scelta ideologica. Parole che in Italia hanno ancora bisogno di essere spiegate, perché una parte del paese continua a leggere la guerra in Ucraina come un conflitto lontano e incomprensibile, alimentato da interessi americani o dall’arroganza di un’Europa che non sa stare al suo posto. Solovyev ha fatto un favore involontario a Meloni: le ha dato, gratis, la credibilità che nessun comunicato stampa può comprare. Quando Mosca ti insulta in diretta tv, significa che stai facendo qualcosa di giusto.
Ma gli insulti sono la parte facile da raccontare. La parte difficile è il quadro dentro cui sono caduti.
Il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia era bloccato da mesi dal veto ungherese. Il prestito da novanta miliardi all’Ucraina, approvato dal Consiglio europeo a dicembre, era rimasto lettera morta per la stessa ragione. Viktor Orbán aveva trovato il modo più efficace per paralizzare l’Europa senza uscirne formalmente: usare Budapest come punto di veto su ogni decisione rilevante, chiedendo in cambio concessioni misurate e concrete. L’ultima era la ripresa del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, danneggiato da un attacco — paradossalmente russo — che aveva interrotto le forniture a Ungheria e Slovacchia. Kiev ha riparato il gasdotto, ha riavviato il pompaggio, ha pagato il prezzo che Budapest chiedeva. E Budapest ha tolto il veto.
È una transazione che merita di essere guardata senza ipocrisie. L’Ucraina, paese in guerra, ha dovuto garantire il transito di petrolio russo verso un alleato europeo che nel frattempo bloccava i fondi necessari alla sua sopravvivenza militare. Lo ha fatto perché non aveva alternative, e perché Zelensky sa che in questa guerra le vittorie diplomatiche hanno lo stesso peso di quelle sul campo. “L’Ucraina sta adempiendo ai suoi obblighi nei rapporti con l’Unione Europea, persino su questioni così sensibili come il funzionamento del gasdotto Druzhba”, ha scritto il presidente ucraino, con la diplomazia di chi incassa e va avanti. La frase contiene, compressa, tutta l’amarezza di un paese che chiede di essere salvato e deve anche fare l’idraulico per chi lo salva a metà.
Orbán nel frattempo non è più solo. Le elezioni bulgare hanno consegnato la maggioranza a Rumen Radev, favorevole al dialogo con Mosca e contrario all’invio di armi a Kiev. La Russia festeggia, Kiev avverte Sofia con garbo diplomatico, e l’Europa si trova a gestire una crepa nuova nel suo fronte orientale. Il modello ungherese — stare dentro l’Unione senza condividerne i valori fondanti, usare il diritto di veto come moneta di scambio — si sta diffondendo. Non per imitazione ideologica, ma per convenienza politica. Radev non è Orbán, ma il risultato geopolitico rischia di essere simile.
Sullo sfondo di tutto questo, la guerra continua con la sua grammatica brutale e ripetitiva. Droni russi su Kiev. Droni ucraini sulla regione di Samara. Un macchinista ucciso a Zaporizhzhia. Undici feriti a Syzran, due dei quali bambini. Il centro di controllo del traffico navale russo a Sebastopoli colpito dalle forze di difesa ucraine. Le fosse comuni di Mariupol — almeno ventimila civili, forse molti di più — ora coperte da un cantiere stradale, le prove cancellate prima ancora che la città possa essere liberata. La giustizia per i morti di Mariupol, scrive il Kyiv Independent, sarà possibile solo dopo la de-occupazione. Ma con ogni anno che passa, le prove scompaiono. È anche questa una strategia.
Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha detto che l’Italia “è confusa dalla propria propaganda da molti anni”. È la risposta di chi sa che l’argomento non regge e cambia argomento. L’ambasciatore Paramonov, convocato alla Farnesina, si è dissociato dagli insulti di Solovyev con la convinzione di chi dissocia per protocollo, sapendo che nulla cambierà domani mattina su Russia Uno.
Tajani ha usato parole giuste: insulti volgari, sessisti, inaccettabili nei confronti del presidente del Consiglio di uno Stato libero e democratico. Zelensky ha espresso solidarietà a Meloni con calore, non per convenienza. Sikorski, il ministro degli Esteri polacco, ha ricordato cosa significa essere vicini di Russia: “Un paese incapace di abbandonare questo nazionalismo folle e questa brama di dominio.”
Ma la solidarietà verbale è facile. Quello che conta, alla fine, è dove cadono i soldi e dove cadono le bombe. I novanta miliardi sono stati sbloccati. Le sanzioni sono arrivate al ventesimo pacchetto. Il Druzhba scorre di nuovo verso Budapest, e Budapest ha tolto il veto. Questo è il modo in cui funziona davvero l’Europa in guerra: non con le dichiarazioni di principio, ma con transazioni faticose, negoziazioni al ribasso, concessioni che nessuno vuole ammettere pubblicamente.
Meloni ha scelto di stare da questa parte. Solovyev gliene ha dato conferma urlandoglielo in faccia davanti a milioni di russi. È un riconoscimento bizzarro, involontario e per questo più eloquente di qualsiasi discorso. In una guerra dove le parole vengono usate come armi, l’insulto del propagandista del Cremlino vale più di molti attestati di merito. Significa che dall’altra parte ti hanno visto, ti hanno pesato, e hanno deciso che sei abbastanza pericolosa da dover essere screditata.
Peggio per loro.
L’Ungheria ha ritirato il veto in cambio del petrolio russo che scorre di nuovo verso Budapest. La Bulgaria elegge un premier filo-Mosca. Un macchinista muore a Zaporizhzhia, le fosse comuni di Mariupol vengono coperte dall’asfalto. E l’Europa continua a vincere e cedere allo stesso tempo, in quella guerra di transazioni faticose e principi a geometria variabile che è diventata la sua nuova normalità. Nel mezzo, l’Italia di Meloni ha scelto — e Solovyev, insultandola, lo ha certificato.
