Chiamarsi “Squadra Fiore” e considerarsi il fiore all’occhiello della nazione è un atto di presunzione che, in retrospettiva, sa di epitaffio. Erano ex appartenenti ai servizi segreti, ex uomini delle forze dell’ordine, professionisti dell’ombra che avevano smesso di servire lo Stato per mettersi al servizio di chi pagava meglio: imprenditori, intermediari finanziari, professionisti in cerca di informazioni riservate su concorrenti, avversari, nemici. Bucavano banche dati istituzionali protette, costruivano profili su commissione, usavano telefoni cifrati che chiamavano “citofoni” e nomi in codice degni di un romanzo di Le Carré — naufrago, mezzochilo, corazziere, legnetto, juventino. E ambivano, secondo gli inquirenti, a qualcosa di molto più grande: il controllo monopolistico dell’intera filiera delle intercettazioni italiane. All’alba del 20 aprile 2026 i carabinieri del ROS hanno messo fine, almeno provvisoriamente, a questo sogno di onnipotenza. Quello che resta è una domanda scomoda: in quante altre stanze dello Stato, in questo momento, siedono uomini che lavorano per qualcun altro?
C’è una parola che in questa settimana di aprile attraversa le cronache italiane come un filo che tende a spezzarsi appena lo si afferra: fiducia. La fiducia dei cittadini in chi dovrebbe proteggerli. La fiducia dello Stato nelle sue strutture di sicurezza. La fiducia che chi ha imparato i segreti della Repubblica — come si entra nelle sue banche dati, come si intercettano le comunicazioni, come si costruisce un profilo che distrugge una carriera o affonda un’azienda — li custodisca nell’interesse collettivo e non li rivenda al migliore offerente.
La “Squadra Fiore” era esattamente questo: un mercato dei segreti di Stato. Una struttura clandestina con base logistica a Roma, attiva almeno dal novembre 2024, composta da ex appartenenti alle forze dell’ordine e all’AISI — l’agenzia per la sicurezza interna — dedita alla profilazione illegale di persone fisiche e aziende italiane. I clienti arrivavano dall’imprenditoria, dalla finanza, dalla zona grigia dove affari e potere si confondono senza vergogna. Ognuno portava un nome, un bersaglio, una richiesta. La squadra consegnava un dossier. Il sistema funzionava, finché non ha smesso di farlo.
Il nome di maggior peso nell’inchiesta coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Stefano Pesci è quello di Giuseppe Del Deo, ex vicedirettore dell’AISI. Non un gregario, non un esecutore: il numero due dell’intelligence interna italiana, l’uomo che sedeva al vertice del sistema che avrebbe dovuto proteggere quelle stesse banche dati che i suoi associati bucavano su commissione. A lui i pm contestano peculato per almeno cinque milioni di euro — secondo alcune intercettazioni la cifra reale sarebbe tra i sette e gli otto — affidati con contratti opachi a una società “amica”, la Sind, operante nel settore del riconoscimento facciale e dei sistemi biometrici. Un teste della Presidenza del Consiglio ha dichiarato agli inquirenti che in ambiente dei servizi “era notorio” che Del Deo avesse una grande disponibilità di denaro e un potere di fatto sulla negoziazione con i fornitori talmente assoluto da determinare personalmente l’importo delle fatture. Dopo il decreto di perquisizione, Del Deo si è autosospeso dalla presidenza esecutiva di Cerved Group, la grande società di rating creditizio dove era approdato alla fine della sua carriera istituzionale. La porta girevole tra i servizi e il settore privato aveva girato, ancora una volta, nel verso sbagliato.
Accanto a lui riappare un nome che risveglia memorie giudiziarie già consolidate: Giuliano Tavaroli, ex responsabile della sicurezza di Pirelli e del Gruppo Telecom Italia, già protagonista dello scandalo Telecom-Sismi che aveva svelato, negli anni Duemila, un’altra centrale parallela di dossieraggio costruita con metodi e uomini analoghi. A lui viene contestato di aver gestito, insieme ad altri tre indagati, il nucleo operativo della squadra: quello che accedeva alle banche dati, captava comunicazioni, costruiva i profili. Gli strumenti erano sofisticati quanto quelli in uso alle forze dell’ordine. L’ambizione era ancora più vasta: secondo quanto emerge dagli atti, il gruppo stava lavorando a un progetto per aggregare in un’unica holding tutte le aziende italiane attive nel settore delle intercettazioni telefoniche e telematiche. Non un’impresa artigianale del crimine, dunque. Un tentativo di monopolio industriale sul segreto.
Poi c’è la storia dentro la storia, quella che meglio di ogni altra illustra la natura anfibologica di questo mondo — dove chi spia viene spiato, chi ricatta viene ricattato, dove la differenza tra carnefice e vittima si dissolve nel giro di una telefonata o di una password violata.
Al centro di un filone specifico delle perquisizioni del 20 aprile figura Leonardo Maria Del Vecchio, imprenditore ed editore legato al gruppo Luxottica, figlio del fondatore Leonardo Del Vecchio. La sua posizione in questa vicenda è di una complessità quasi letteraria: Del Vecchio jr risulta tra gli 81 indagati nel secondo filone dell’inchiesta Equalize — come cliente del sistema, avendo commissionato servizi di sorveglianza — ma è anche, simultaneamente, una vittima dichiarata dello stesso sistema che avrebbe contribuito ad alimentare.
Qualcuno aveva bucato la password del sistema di videosorveglianza interno al suo appartamento milanese, estrapolato immagini della sua vita privata, costruito illecitamente un archivio reputazionale e lo aveva ricattato costringendolo a versare 30.000 euro per evitare che quei filmati circolassero, con un danno potenziale esteso anche a EssilorLuxottica, il colosso dell’occhialeria quotato a Parigi. L’obiettivo finale, secondo i pm, era incassare fino a dieci milioni di euro, facendo leva su informazioni “potenzialmente lesive della reputazione” aziendale e personale di Del Vecchio jr, utilizzando anche un falso dossier sessuale costruito ad arte.
Del Vecchio ha parlato con una dichiarazione netta: “Si sono introdotti nella mia casa, hanno violato la mia vita privata, hanno abusato della fiducia di chi era pagato per proteggermi e hanno tentato di ricattarmi costruendo un dossier falso.” Ha annunciato che si costituirà parte civile. Ma la sua posizione resta doppia: parte offesa in un processo, indagato in un altro. Spiato da chi aveva pagato per proteggerlo, mentre pagava per spiare altri. Un cerchio perfetto e perverso.
A complicare ulteriormente il quadro, l’ex agente De Marzio ha sostenuto che il mandante del dossieraggio a carico dell’erede di Luxottica fosse Francesco Milleri, presidente di Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio — accusa che Milleri ha negato decisamente, minacciando di andare a denunciare in Procura. La guerra interna alla più grande fortuna familiare dell’occhialeria mondiale, combattuta con le armi dello spionaggio privato e dei dossier costruiti su misura, è forse il dettaglio più rivelatore dell’intera vicenda: non è solo lo Stato a essere penetrato da questi mercanti dell’ombra. È la grande impresa italiana, sono le sue successioni, le sue battaglie per il controllo, i suoi conflitti interni, a essersi affidata — consapevolmente o no — alle stesse reti clandestine che teoricamente dovevano servire la sicurezza pubblica.
Questa è la costola romana di Equalize, l’inchiesta milanese che aveva già scoperchiato un universo parallelo fatto di banche dati violate, dossier costruiti su commissione e politici schedati. L’Italia dello spionaggio privato si rivela più grande, più organizzata e più ramificata di quanto i suoi protagonisti volessero far credere. Milano e Roma. I servizi e la finanza. Le vittime che erano anche carnefici. I carnefici che erano anche vittime.
Rimane aperta, sotto tutto questo, la domanda più difficile. Non chi ha fatto cosa — su quello indagheranno i magistrati e decideranno i giudici. La domanda è strutturale, e riguarda il sistema nel suo complesso: come è possibile che il numero due dell’agenzia per la sicurezza interna gestisca per anni flussi di denaro opachi verso società amiche, che un’organizzazione clandestina di ex agenti operi indisturbata bucando le banche dati dello Stato, che l’erede di una delle famiglie più potenti d’Italia si ritrovi contemporaneamente a comprare dossier e a subirli, senza che nessuno — né dentro i servizi, né dentro Luxottica, né dentro la politica — abbia sentito il bisogno di alzare la mano e dire che qualcosa non andava?
La risposta non è nella corruzione dei singoli, che pure c’è ed è grave. È in qualcosa di più sistemico e più antico: nel fatto che l’Italia non ha mai risolto il problema del controllo democratico sui suoi apparati di sicurezza, che la porta girevole tra servizi e settore privato non ha mai avuto un guardiano, che il confine tra lealtà istituzionale e convenienza personale si è assottigliato fino a diventare invisibile per chi aveva interesse a non vederlo. E che in questo vuoto di controllo ha prosperato, per anni, un mercato parallelo del segreto nel quale spiare e venire spiati, ricattare e venire ricattati, è diventato così normale da non sembrare nemmeno più un crimine. Solo un modo come un altro di fare affari.
La “Squadra Fiore” si è sciolta all’alba di un lunedì di aprile, sotto i passi dei carabinieri del ROS. Il fiore all’occhiello dell’Italia aveva i petali marci da tempo. Il problema è che il terreno che li ha fatti crescere è ancora lì, intatto, in attesa del prossimo seme.
Si chiamavano “il fiore all’occhiello dell’Italia”. Erano ex agenti dei servizi segreti, ex poliziotti, vecchie volpi dell’intelligence riciclate nel mercato nero dell’informazione. Vendevano dossier a chi pagava, bucavano banche dati protette, sognavano di controllare l’intera filiera delle intercettazioni nazionali. All’alba del 20 aprile i carabinieri del ROS hanno bussato alle loro porte. È la storia di uno Stato che si mangia da dentro — e che ogni tanto si accorge di farlo.
